TESTIMONI
di Charles Delemontex
Padre Charles: da vent'anni nel carcere femminile.
«Gli anni dati al servizio nel carcere sono il periodo sacro della mia vita», dice il salesiano Charles Delemontex. «La prigione è un mondo conosciuto male. E veramente il mondo dei poveri: poveri di beni materiali e di cultura; poveri di tenerezza...».
I miei poveri in vent'anni sono diventati tre volte più numerosi. La fascia d'età si è abbassata: dai 3045 anni, ai 20-30 anni. Droga, ma anche la provocazione della società dei consumi, spalancano la porta alla delinquenza e alla criminalità. Posso dire che malgrado il gran parlare dei miglioramenti fatti in questi anni alla vita del carcere, nonostante tutto le celle sono ancora di nove metri quadrati. Quasi tutte non hanno l'acqua calda, alcune con un solo rubinetto di acqua sul WC. E ci vivono due o tre persone. A volte c'è anche un bambino. Ho cercato di fare mia la missione che il vescovo mi ha affidato. Ho imparato ad amare quelle persone così come sono, perché in prigione niente può essere fatto senza amore. E le ho avvicinate così come sono, senza mai giudicarle, affinché si sentano amate. È solo così che si può sperare tutto. Vivere in prigione vuol dire essere inibiti, privi di libertà, senza possibilità di spostarsi: posta censurata, mancanza di responsabilità, di iniziativa. Permesso scritto per ogni cosa. È attendere, sempre attendere: il processo, la fine della pena, la posta, una visita. Attendere, lasciare passar il tempo...
UN PRETE IN PRIGIONE Un prete. Per chi, per che cosa in prigione? Essere cappellano di un carcere per me ha significato "camminare verso di loro, per un po' di tempo, sul cammino della tenerezza". Perché sono infelici, povere, prive di quel bene essenziale che è la libertà. Perché soffrono. Il mondo del carcere è un mondo di sofferenza: chi si trova là è rifiutata, esclusa... È troppo facile dire che "avrebbero dovuto pensarci prima"... Prima di che cosa? Prete in una prigione per aiutarle materialmente, sì, anche se non è l'essenziale. Le donne in prigione hanno più degli altri bisogno di aiuto, perché sovente il loro marito o il compagno le abbandona. Non dite che tra uomo e donna esista la reciprocità... Per aiutarle moralmente, ascoltandole, pronti a sentire di tutto, per delle ore, senza reagire né con stupore, né con sorpresa, senza far delle domande (ci sono dei giudici e dei poliziotti per questo!). Loro sanno che il prete sa conservare un segreto. Per incoraggiarle, senza minimizzare. Senza complicità, nella verità, qualunque sia: se ti aiuto a volte con forza a riflettere è perché ti voglio bene! Per aiutarle a conservare o a ricuperare la loro dignità, a ritrovare se stesse, semplicemente.
I DETTAGLI POSITIVI Voler comprendere il meccanismo psicologico di un crimine e di un delitto, cercare di spiegare, non significa togliere la responsabilità di chi li ha compiuti, né dimenticare le vittime. Mi spiego. Bisogna essere attenti a tutti i dettagli positivi, agli aspetti morali, ma anche a quelli concreti quotidiani. Attenti al loro vestito, il loro, ma anche al mio, senza giocare a "fare il barbone", perché questo non è rispettarle. Attenti a come si pettinano, al loro trucco, o alla mancanza di trucco: tutti dettagli che rivelano un modo di comportarsi, un modo di essere. Pensare alla loro festa, ai loro anniversari (una ragazza che fa vent'anni in prigione!). Trovare ciò che sottolinea una festa, una rosa a ciascuna... Ciò che permette di fare il giro delle celle. Aiutarle, saper attendere con loro, essere con loro durante le udienze, alla porta della prigione. L'attesa più straordinaria: quella del bambino che deve nascere. Le donne normalmente durante la loro detenzione partoriscono in un ospedale "civile", sotto la sorveglianza dei poliziotti. Dividere con loro l'attenzione degli ultimi mesi, settimane, giorni; andare subito alla maternità con dei fiori, un corredino: tutto questo crea un legame fortissimo. Io, il "prete", celibe per professione, ho sentito un giorno: «Sai, sono due giorni che si muove, io non l'ho detto a nessuno, volevo dirlo a te per primo... ».
È IL VANGELO DI GESÙ E il Signore dov'è in tutto questo? Io non ho mai dimenticato di certo che sono là per proclamare il Vangelo di Gesù Cristo! Ma il Signore, anche lui e più di noi, segue i cammini della tenerezza, e ci fa scoprire, concretamente che le sue vie non sono le nostre. Le domande religiose arrivano raramente per prime e non sono mai io a provocarle direttamente. Si finisce sempre per incontrarlo, il Signore, all'angolo di una strada. Bisogna lasciarlo fare; lui, meglio di noi, sa camminare al passo e tenersi al livello di ciascuno, di ciascuna... L'annuncio della Buona Novella di Gesù Cristo comincia spesso con la sigaretta che sì offre, con la carta da lettere o qualche francobollo per scrivere a casa, un colpo di telefono per rassicurare la nonna. In prigione poi, il primo atto religioso è sempre la preghiera. Nonostante la vita comune, due o tre per cella, si è sempre soli di fronte a se stessi, alla propria sofferenza, ai propri rimpianti, ai propri rimorsi. Si ha bisogno di un interlocutore, e viene il giorno in cui si scopre che il solo interlocutore presente e disponibile è il Signore. Allora ci si rivolge a lui. Il prete accompagna con discrezione. Quando dico il breviario, dietro a ogni salmo, in filigrana, ci sono i loro volti... Perché poco a poco è nata una comunità che prega, che si ritrova per la messa ogni quindici giorni, e prega dispersa nelle varie celle. Grazie ai ricordi - una prima comunione, una preghiera durante la malattia della mamma, il rosario con la nonna - si va più lontani; anche se ci vuole del tempo... Carla, 22 anni: « Io sono con te, qualunque cosa accada: io prego ». Sandra, 26 anni: « Mamma è nella "fase terminale": dille che qui vi è sempre qualcuno che prega per la sua salute e il suo arrivo presso il Signore... e in quel giorno, mio caro sacerdote, non si dovrà essere tristi: una madre è insostituibile, ma la nostra vivrà in pace e felice ». Cecilia, 24 anni: vaghi ricordi di catechismo, una prima comunione già dimenticata, poi ritrovare Cristo! È avvenuto il giorno di Pasqua dell'anno scorso: «Il Signore è vivo, ne sono certa, felice e sicura. È risorto, e ci ama... ». San Giovanni della Croce ci dice: « Alla sera della vita saremo giudicati dall'amore». E Gesù: «Ciò che fai a uno di questi piccoli, lo fai a me». E un autore moderno, Stan Rougier, scrive: «L'avvenire è la tenerezza ».