IL PUNTO GIOVANI
di Carlo di Cicco
Quel coltello piantato dalla mano assassina di un giovane nel petto di un coetaneo appena fuori lo stadio di Marassi, per un attimo, almeno, ha sgonfiato la domenica del pallone.
LA MORTE DI VINCENZO SPAGNOLO del centro Zapata di Genova non è stata come altre morti di giovani caduti mentre credevano di fare solo un gioco, tifando in misura passionale i colori delle proprie squadre. C'è stata una reazione diversa. Della stampa, dei calciatori, dei protagonisti. « Domenica, maledetta domenica. Ogni domenica sarà questa domenica», hanno scritto gli amici di Vincenzo. Le società calcistiche e i dirigenti sportivi hanno provato ancora una volta a scaricare sui giovani tifosi ogni responsabilità. Al primo posto, nelle loro preoccupazioni, la giocata della domenica che garantisce la schedina, la circolazione di miliardi. Gli affari sono affari e una domenica senza calcio può rivelarsi un danno finanziario duro da assorbire. Ma si è giunti anche a una domenica senza gioco. I calciatori si sono impuntati. Niente processo del lunedì alle tv.
TUTTI NEL PALLONE, cercando una spiegazione a omicidi senza senso che hanno sconvolto la vita anzitutto di Simone Barbaglia. L'altro giovane che, in carcere, piange e non si dà pace e chiede perdono per la follia di un pomeriggio. Sua madre, disperata, ha detto di lui che si tratta di un ragazzo insicuro. Parlando degli ultrà, il sindaco di Genova ha denunciato che "questi gruppi qualche volta sono stati coccolati e vezzeggiati dalle società di calcio, in cambio di qualche servigio". E il dito sulla piaga. Vincenzo è morto ucciso, ma con lui quanti altri giovani sono rimasti vittime di un meccanismo perverso. Se il calcio da questione di soldi non tornerà a essere una questione educativa e un mezzo di divertimento, i lutti si ripeteranno. E vittime saranno ancora i giovani. Usati.
DON BOSCO PENSAVA IL GIOCO in funzione dei giovani. La struttura mercantile e affaristica dello sport pensa oggi i giovani in funzione del gioco. Il business uccide, ingoia le vittime di turno ma la musica non cambia. Il calcio non è separato dal contesto. È un rito celebrativo di massa dei valori dominanti. Volerlo ripulire senza accettare di ripensare la qualità della vita, se non è ipocrisia è utopia. A suggerire questi nuovi orizzonti è stata la sorella di Vincenzo, una ragazza impegnata anch'essa nel centro sociale. « Lasciamo da parte la rabbia, il rancore, la violenza. Insieme - ha detto il giorno dei funerali - vogliamo costruire un mondo di giustizia, tolleranza, pace». E un altro giovane, vedendo le scene di violenza seguite alla notizia dell'omicidio ha commentato: « È il risultato di come i grandi ci vogliono. Siamo un prodotto del loro mondo». Di Simone Barbaglia si è detto che nella scuola aveva sofferto, che aveva lasciato prima di concludere. La società degli adulti è andata a chiedergli conto della coltellata mortale. Lui ha visto su di sé accendersi tanti riflettori rimasti, fino allora, spenti. Infelice condizione quella di essere vittima e assassino. Una prova troppo diabolica buttata su spalle giovani.