DOSSIER MISSIONARIO

a cura di Margherita dal Lago

I FIORI NASCONO ANCORA

BIRMANIA. La speranza di poter aiutare i poveri a vivere, ha fatto tornare le figlie di Maria Ausiliatrice tra i giovani birmani.

Anisakan è una cittadina dal clima dolcissimo. Intorno le colline disegnano l'orizzonte come un ricamo. Arriviamo a Mandalay da Yangon con un'ora di volo. Ma tutte le nostre letture sulla situazione svaniscono di fronte al paesaggio che si apre. Mentre percorriamo in, macchina la strada che porta ad Anisakan il verde ci viene incontro. E si capisce solo arrivando qui perché la gente coltiva prevalentemente fiori e verdure. La bellezza arriva dritta al cuore. Del resto, ci dicono, questa è la parte del paese che il governo sfoggia ai turisti. Qui si vedono le tracce e l'impronta degli inglesi. A ridosso della città di Maymyo, che è un vero miracolo dell'economia socialista, Anisakan ha ormai l'impronta moderna. Le piccole case sono allineate e squadrate in un fazzoletto di verde che le circonda. Oggi sembrano lontani i tempi dell'intolleranza, ma se uno si guarda un po' in giro si accorge che la libertà è ancora un sogno. I militari sono dappertutto. I primi posti sono i loro e ti accorgi subito che la vita ha regole scandite dai "generali". Del resto Tatmadaw è una parola che non può sfuggire neppure al turista più distratto: viene gridata dagli slogan pubblicitari. Le forze armate sono onnipresenti. E non basta la lunga prigionia di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, a risvegliare la democrazia, almeno per ora. 140 milioni di Birmani sono tutti a domicilio coatto. Nessuno può uscire dal paese se non dando allo stato il 10% del suo reddito. E il pedaggio per entrare nell'aeroporto è di 300 dollari.

In questa piccola città, anche durante i tempi più duri, è resistita la casa di noviziato dei salesiani e si è preparata la piccola scuola materna delle figlie di Maria Ausiliatrice. Ma la scuola materna permette di formare le giovani famiglie e di arrivare, per altre strade, alle giovani. È l'unico tipo di scuola permesso ai religiosi.

IL SENSO DI UNA PRESENZA

In un Paese in cui l'85% della popolazione pratica la religione buddista che cosa ci fanno i missionari oggi? Ogni villaggio ha già il suo monastero dove i phongy (i monaci dalle tuniche gialle) vivono di elemosina. E qui tutti, vecchi, giovani e bambini possono trascorrere un periodo della vita in austerità. «Quello che importa, dice suor Maria, è vivere qui insieme a questa gente. La Birmania è un paese povero, nonostante le risorse naturali. Pensa che il 60% delle entrate di stato sono spese per la difesa. E la storia di tutte le nazioni povere. Noi qui ci occupiamo dei bambini e poi, soprattutto, delle ragazze, mentre i salesiani hanno una lunghissima esperienza con i maschi. Per le ragazze birmane non è un problema la scuola primaria. Lo di- venta se appartengono alle etnie minori, che il governo ostacola in tutti i modi. I problemi nascono dopo, ma siamo convinte che senza una sensibilizzazione delle donne, la nostra società non può cambiare. La società come è concepita nel buddismo è particolarmente dura con le donne». Ad Anisakan l'attività educativa è organizzata in pieno stile salesiano. Il risultato è che in due anni la scuola è strapiena e bisognerebbe allargare le aule. «E una fioritura straordinaria», conferma suor Maria. «Del resto noi siamo nella "valle dei fiori", non vedi? ».


In Birmania suor Maria Myint ci tornò quasi per scommessa. Sapeva benissimo che il governo le avrebbe ritirato il passaporto. Ma in cuore custodiva il sogno di ricostruire la presenza delle FMA in Myanmar. Così nel 1987, con il consenso della madre generale Marinella Castagno, lasciò l'india e si avventurò tra la sua gente. Per quasi quattro anni visse presso la comunità delle suore di San Luigi che lavoravano per la cucina dei salesiani condividendo con loro la missione educativa, fino al giorno in cui, con altre due figlie di Maria Ausiliatrice birmane rientrate dall'India e dalla Thailandia, suor Tecla Chit May e suor Filomena Ma Yee, si costituì la prima comunità. Era il 1992. Erano passati 28 anni dal giorno in cui le prime missionarie avevano dovuto abbandonare il paese. Quell'anno, il 1965, vennero espulsi 262 missionari cattolici; furono statalizzate 311 scuole primarie, 44 scuole secondarie e 8 scuole professionali. Rimasero in Birmania solo i missionari entrati nel paese prima del 1948. Oggi oltre la piccola comunità, ci sono quattro novizie, ma già altre 14 ragazze stanno orientandosi alla vita religiosa. Suor Maria non esita a dire: « I salesiani mi hanno dato tutto l'appoggio morale di cui avevo bisogno per resistere e per coltivare la mia vocazione».


La storia della Birmania è triste. Tornano in mente le immagini di «Arpa birmana» e la nostalgia del leit motiv che percorre tutto il film. Erano i primi anni '40 quando la Birmania ha combattuto contro i giapponesi per la propria indipendenza. Il generale Aung Sang poi nel 1947 riesce a strappare agli inglesi la reale autonomia. Ma pochi mesi dopo un complotto lo elimina e comincia un periodo incerto di guerriglie e di contese. Nel 1962 il colpo di stato militare porta al potere il generale Ne Win, che, coerente con il soprannome, vuole "brillare come il sole". Inizia così la via birmana al socialismo dominata da un centralismo economico che non migliora affatto la situazione del paese. Ne Win si ritira nel 1981, ma continua a dominare dietro le quinte, mentre le condizioni e lo standard di vita della popolazione continuano a diminuire. Nel 1988 un nuovo colpo di stato instaura il potere dello Slorc (State Law and Order Restoration Council), il potente regime marziale che elabora una legge di emergenza. Nel 1989 la Birmania diventa ufficialmente Myanmar. Viene ribattezzata anche la capitale: non più Rangoon, ma Yangon. I cambiamenti linguistici sono orientati al recupero della lingua birmana, ma il problema resta l'apertura dei mercati in modo da rompere l'isolamento durato oltre 26 anni. Nel 1990 la coalizione governativa guidata da Suu Kyi, figlia dell'eroe nazionale Aung Sang, vince a larga maggioranza le elezioni, ma la giunta militare impedisce al parlamento di riunirsi, anzi, dall'anno precedente Suu Kyi è costretta agli arresti domiciliari. Le condanne dell'Onu, il conferimento del Nobel per la pace a Suu Kyi non hanno ancora sbloccato la situazione. Un unico segno positivo: la revoca dei coprifuoco. I grandi cartelloni rossi avvertono minacciosi: «L'esercito non dovrà mai tradire la causa nazionale » .