PRIMA PAGINA
di Francesco Motto
Nella "sala verde" dell'istituto Sant'Ambrogio di Milano, si concludeva il 25 aprile del 1945 la fase conclusiva della Liberazione Nazionale.
Le celebrazioni del 500 della Liberazione Nazionale, avviate il 4 giugno a Roma l'anno scorso, raggiungeranno forse la punta più alta il 25 aprile di quest'anno a Milano. In questa data, che è ormai assurta a simbolo della Liberazione, ebbe luogo il fatto conclusivo dell'intera lotta; l'approvazione unanime dell'insurrezione nazionale da parte del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia nella "sala verde" dell'istituto Salesiano Sant'Ambrogio di Milano.
LA STORIA DI QUEL DOCUMENTO e di altri di non minore importanza per la Liberazione dal giogo nazifascista e la ricostruzione dell'Italia, dopo un quarto di secolo di negazione di libertà, di democrazia e collaborazione internazionale, l'abbiamo personalmente ricostruita sulla base di documentazioni e di testimonianze di protagonisti (F. Motto, Storia di un proclama, 25 aprile 1945: appuntamento dai Salesiani. LasRoma, marzo 1995). Ma al di là dell'operato "resistenziale" dei salesiani d'Italia - cui nei mesi prossimi faremo qualche accenno su queste pagine - non è forse inutile sottolineare fin d'ora qualche altro fatto.
DOPO ANNI DI CELEBRAZIONI IN SORDINA, che interessavano quasi unicamente le autorità istituzionali e le organizzazioni partigiane, sul significato del 25 aprile è sembrato improvvisamente risvegliarsi l'attenzione dell'opinione pubblica. Superate le ragioni del deliberato disinteresse o dell'incoscia rimozione, paiono rinverdirsi le passioni di un tempo. L'appello alla storia, o per proclamarsi estranei alla Liberazione e alla sua matrice (la Resistenza), o per trarne un'esclusiva legittimazione egemonica, è però pericoloso, se non è disciplinato da coscienza critica. Il rischio di leggere il passato per un interesse pratico immediato, di ridurre la memoria a pezza d'appoggio per le proprie scelte, balza evidente. D'altronde il passato è troppo importante per lasciarlo unicamente nelle mani degli storici o dei politici di professione. Il passato è autocoscienza, identità di un popolo e di singole persone, patrimonio da non disperdere. Senza passato, non c'è futuro.
COME EDUCATORI non dobbiamo dimenticarlo e dobbiamo altresì domandarci di chi sia la responsabilità se "oggi abbiamo giovani senza ricordi: giovani astorici, generazioni rapihate del dono della memoria; perciò incapaci, o almeno inadatti, a 'credere perfino in un loro definitivo avvenire. Non sanno nulla del passato, nulla sanno del futuro. Così rischiano d'essere alla mercé del cinismo e della indifferenza" (padre Davide Turoldo). Se poi questi giovani sono milioni, allora il problema è ravissimo per un Paese. una delle ragioni per cui non bisogna dimenticare il significato più autentico del 25 aprile. Richiamarlo per scoprire, al confronto con i mali e i beni di 50 anni fa, quello che è sotto gli occhi di tutti; scoprire così che all'alba dei 2000 l'Italia non può vivere nel grigiore etico, nel distacco della coscienza civile, nell'occupazione del potere per il potere da parte di forze troppo spesso prive di ideali.
ANCHE OGGI, IN ITALIA E NEL MONDO, c'è bisogno di Resistenza: di resistere al vuoto di valori e di principi. Occorre nuovamente essere "ribelli per amore", come qualcuno chiamò il particolarissimo segno di impegno di credenti nella Resistenza, quello che non chiedeva lo sterminio dell'avversario, ma la conversione di tutti a valori comuni e universali su cui costruire, senza i quali la pace e il progresso rimangono una chimera. Don Dossetti vede ancora lunga la notte, anzi pensa che il buio più pesto deve ancora arrivare; il card. Martini vede nebbia. E noi?