FMA

di Maria Antonia Chinello

A scuola dalle suore in una città di sette milioni di abitanti, con i problemi tipici delle grandi metropoli.

HONG KONG LA CITTA' VERTICALE

La fatica di vivere e l'incertezza del futuro dei giovani di Hong Kong. Fra 900 giorni il ritorno alla Cina.

A scuola dalle suore in una città di sette milioni La fatica di vivere e l'incertezza del futuro dei giovani di Hong Kong. Fra 900 giorni il ritorno alla Cina. Kwai Chung, Nuovi Territori. La zona, cioè, che la Repubblica Popolare Cinese ha ceduto, per ultima nel tempo, agli inglesi perché la città potesse estendersi e svilupparsi. I grattacieli, qui, non hanno ancora rubato tutto lo spazio del cielo e, arrivando con l'autobus, si scoprono spazi verdi ancora tenacemente abbarbicati alle colline che sovrastano la metropoli. Sono ospite per qualche ora delle Siu Ming Catholic Secondary School. Una scuola incredibile, con una storia altrettanto incredibile alle spalle, iniziata vent'anni fa. II governo aveva concesso il terreno per la costruzione ma mancavano i fondi e le nostre suore temporeggiavano. Il Governo esigeva che la scuola ci fosse e al più presto. Ci fu un accordo: le autorità stesse vennero incontro alle difficoltà della congregazione e pagarono circa l'80 per cento della costruzione e di tutto il materiale didattico e di arredamento; il rimanente fu donato da un benefattore, il sig. Siu Ming, che chiese, come riconoscimento, che il suo nome apparisse pubblicamente. Cos'altro di meglio se non dedicarla a lui? La scuola, per questo accordo, è governativa, ma le figlie di Maria Ausiliatrice assicurano la gestione cattolica e la programmazione educativa. Un complesso enorme mandato avanti da una piccola comunità, quattro suore, che è il lievito nel grande numero delle insegnanti laiche. Oggi, benché sia domenica, la scuola non riposa e le attività non si fermano. Alcune giovani stanno preparando volantini, cartelloni, bacheche per le elezioni dei rappresentanti di istituto e per pubblicizzare le atti- vità che la scuola offre nell'orario extra scolastico. Un altro gruppo sta facendo musica. Incontro suor Rose Yick, la preside. Mentre mi accompagna per un rapido giro nelle aule mi racconta le ultime iniziative che la scuola sta portando avanti. «Da due, anni ci siamo impegnate in un cammino di approfondimento della democrazia. Insieme con le insegnanti desideravamo cambiare il modo di procedere all'interno della scuola rendendo le ragazze partecipi della programmazione e della scelta degli obiettivi da raggiungere come comunità scolasti- ca. Negli ultimi tempi avevamo notato una certa indifferenza, quasi passività di fronte alle iniziative, non solo extra scolastiche, ma anche nel rendimento e nella partecipazione in classe, durante le lezioni. Abbiamo voluto così provocarle a "uscire dal guscio", a essere protagoniste». Ha tra le mani il quaderno che, pensato e prodotto dalle ragazze, è lo strumento che accompagna le componenti della scuola nel cammino formativo dell'anno. «È un quaderno che tutte possiedono. II percorso è strettamente personale, ma non si tralascia la dimensione sociale. Si vuole soprattutto che le ragazze riflettano su se stesse, sulle proprie possibilità di dare, fare, esprimersi, organizzare e di assumersi in prima persona tutte le responsabilità delle proprie scelte».

L'ATRIO DELLE OCCASIONI

La bacheca è stata messa proprio qui. Il grande atrio, che si trova all'ingresso del cortile su cui si affacciano le aule, è un passaggio obbligato. La grande lavagna è a disposizione delle ragazze che possono scrivere interrogativi, proposte, lamentele circa alcuni comportamenti che, secondo loro, all'interno della scuola non sono in regola con la buona educazione. Un insegnante è incaricato di raccogliere le sollecitazioni e di rispondere pubblicamente, attraverso la stessa lavagna, alle giovani interlocutrici. Non si accettano messaggi anonimi, bisogna essere responsabili dei messaggi, rendere ragione delle proprie critiche e essere propositive. «Ci siamo accorte - continua suor Rose -, che se vogliamo fare spazio alle giovani, dobbiamo ascoltarle e dialogare con loro». Fatti di storia quotidiana. Suor Rose, la sua comunità e le sue insegnanti credono che è ancora possibile educare.

PUNTO DI ASCOLTO

Trovo suor Monica Liù in mezzo alle ragazze. Le si affollano intorno. E il momento della ricreazione e il grande cortile di Our Lady's College di Hong Kong è un vociare unico. A fatica si riesce a farsi largo e a conquistare un angolo favorevole per parlare. Anche la scuola in cui mi trovo, come la città, si è, sviluppata verso l'alto; le giovani, preadolescenti e adolescenti, che la frequentano sono circa duemila. Con suor Monica ci sono altre figlie di Maria Ausiliatrice e tante insegnanti laiche che condividono la passione educativa di accompagnare queste giovani verso la tappa storica del 1997, anno in cui Hong Kong ritornerà alla Repubblica Popolare Cinese. Al suono della campana il silenzio si impadronisce del cortile e le ragazze si avviano in ordine verso le classi. La scuola ricomincia. Posso finalmente parlare con suor Monica. È una suora giovane, ha studiato in Italia, alla Facoltà di Scienze dell'Educazione "Auxilium", laureandosi in Psicologia due anni fa. Ritornata nella sua terra, è ora responsabile del Centro Ascolto dell'Our Lady's College. E un'esperienza nuova che l'ispettoria ha avviato per rispondere alle richieste delle insegnanti di avere una perso- na che facesse da ponte tra loro e le ragazze. Dato il numero elevato di alunne, circa quaranta per classe, e i programmi scolastici, è spesso difficile rendersi attente ai bisogni, alle situazioni, alle crisi che vivono le giovani nel periodo della crescita.

Suor Monica, in che cosa consiste il tuo lavoro?

«Sono a disposizione delle ragazze per qualsiasi problema. Esse sanno che possono venire da me in qualunque ora della scuola a parlarmi. Sono anche direttamente in contatto con le insegnanti che mi segnalano i casi "difficili". In questo modo posso avvicinarle e-invitarle a venire e le ascolto. È una responsabilità che mi spaventa, però è necessaria, soprattutto oggi, qui, a Hong Kong».

Cosa vuol dire essere giovani a Hong Kong?

«Vuol dire essere sommersi da un benessere che offre tutto, compreso il superfluo; ma significa anche solitudine e abbandono, perdita del senso della vita, della dimensione del sacrificio, dei rapporti interpersonali, disgregazione delle famiglie».

Dove trovi le cause di questi problemi?

« A Hong Kong la vita costa. Ci stiamo avvicinando al 1997. Il 1° luglio di quell'anno cesserà il protettorato inglese sulla colonia. II futuro è incerto. Molte famiglie, soprattutto le più giovani, pensano al domani e cercano in ogni modo di assicurarselo. Non è facile entrare nel mercato commerciale, data la concorrenza e il sovraffollamento della città. Per questo gli uomini, grazie a una maggior facilità di passaggio alla frontiera, vanno verso la Cina interna e vi iniziano attività commerciali che si sviluppano in poco tempo. Si fermano tre, quattro anni, e, alcuni, per sempre, dimenticandosi della moglie e dei figli lasciati qui. Là si formano una nuova famiglia e aumentano, di conseguenza, le separazioni, i divorzi. Le donne sono costrette a cercarsi un lavoro per mantenere i figli, e questi vengono lasciati soli nella gestione della propria giornata ».

Che cosa ti raccontano le ragazze?

«La loro paura di vivere il domani, l'incapacità di affrontare le piccole difficoltà di ogni giorno, il rapporto con le amiche, gl'insuccessi scolastici, il dialogo frammentato con i genitori, la voglia di fuggire e di fare esperienze diverse... Ricordo l'impotenza che ho provato quando una ragazza mi ha confidato che voleva suicidarsi... Ne ho parlato con le insegnanti e con alcune compagne, sue amiche, invitandole a starle sempre vicino, a non lasciarla mai sola. Ma a fuggita di casa e abbiamo cominciato a cercarla... È stata una corsa contro il tempo. ma ce l'abbiano fatta. Ora è ritornata a casa e anche a scuola e, lentamente, sta riacquistando la fiducia e il sorriso. È un piccolo passo che mi consente di affermare, ai genitori e alle insegnanti che incontro periodicamente, l'importanza dell'ascolto e dei perdere tempo nei rapporti personali con le figlie e le ragazze».

Il Centro di ascolto si inserisce in un progetto più ampio di comunità educante?

«Sì, il mio contributo non è che una goccia nel mare. Siamo in tante a guardare e a vegliare sulle giovani a noi affidate. Anche le insegnanti, in maggioranza laiche, sono persone che condividono il. nostro metodo educativo, anche se non tutte sono cattoliche. Il progetto della scuola ha come obiettivo di accompagnare in un passaggio: dalla passività di fronte alla scuola, alla società, alla vita in genere, a una presa di posizione attiva, personale, nella costruzione della propria esistenza e del proprio posto nel mondo. È la sfida dell'educazione. Don Bosco a Torino, cento anni fa era impegnato proprio in questo: ridare vita a chi non aveva più voglia di vivere, dignità a chi era schiacciato e dimenticato, passione e impegno per gli altri a chi pensava di esserne escluso».


LA MORTE GIOVANE

Le statistiche degli ultimi anni sono preoccupanti. A Hong Kong si vuole morire molto presto. Educatori, insegnanti, psicologi e genitori si stanno chiedendo perché un numero sempre maggiore di giovani, preadolescenti e adolescenti, cerca il suicidio. Le cause, secondo l'ultima ricerca del 1992, vanno ricercate:

• nell'ambiente familiare: divisioni, separazioni, disarmonia, mancanza di comunicazione, attaccamento al lavoro e protezionismo dei geni tori verso i figli;

• nella scuola: curriculi scolastici intensi basati sulla competizione e sull'arrivismo, mancanza di dialogo con gli insegnanti, sovraffollamento delle classi;

• nella società: forte incidenza dei mezzi di comunicazione sociale, soprattutto il cinema e la televisione, che illudono e presentano un mondo di violenza e di facile benessere che non ha riscontro con la realtà;

• nei giovani stessi: la fragile personalità, che negli anni dell'adolescenza è ancora in via di formazione, si scontra con le difficoltà e con la solitudine con cui tanti si trovano a doverle affrontare.

I dati parlano da soli: Anni 1971-1990 10-14 anni maschi 0,42% femmine 0,54% 15-19 anni maschi 3,31 % femmine 3,92% 20-24 anni maschi 9,94% femmine 9,67% Anni 1991-1992 10-14 anni maschi 0,9% femmine 1 % 15-19 anni maschi 5% femmine 2,5% 20-24 anni maschi 9,9% femmine 8,6%