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l'intervista a Guido Josìa scenografo
29a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: il messaggio di Giovanni Paolo II propone una riflessione sul cinema come mezzo di espressione e di cultura. Nel primo centenario dei suoi inizi.
I fratelli Lumière si sono messi alla scoperta di qualcosa di nuovo per rendere animata la fotografia e quindi riprodurre la vita reale in tempi reali. Poi il cinema è arrivato a raffinatezze che vanno ben al di là di questo fatto tecnico. Ed è diventato linguaggio, contenuto, cultura, valore, messaggio. Il cinema ha dimostrato in cento anni di avere tutti gli attributi per essere veicolo di cultura e di crescita sociale. Col tempo è diventato anche un grosso fatto industriale. Oggi, se non garantisce il rendimento economico, il valore può passare purtroppo in secondo piano.
La seconda giovinezza dei cinema americano è possibile solo perché hanno strumenti di produzione tali da permettersi di invadere il mercato. È una produzione accorta, preceduta da indagini di mercato e seguita da un'adeguata campagna promozionale. Probabilmente gli americani vendono in questo modo ogni loro prodotto. La realizzazione finale può essere anche gradevole, ma molto cinema americano, soprattutto quello che finisce alla televisione, è pura produzione di consumo. Quanto alla crisi italiana, è un fenomeno complesso. È crisi di idee, di investimenti, di fiducia. Mancano sia un'adeguata legislazione, sia gli strumenti adatti a rimettere in moto quei meccanismi che rendono possibile la realizzazione del film. Ci sono è vero alcuni italiani che riescono praticamente a produrre in proprio o a ispirare fiducia, come Verdone, Amelio, Tornatore, Moretti, Nuti... ma non si tratta di quelle centinaia di film che facevamo prima e che davano tra l'altro lavoro a decine di migliaia di persone.
In gran parte. Mentre all'inizio la televisione produceva in proprio, oggi prevale la tendenza a mandare in onda dei film per una questione di convenienza. È più comodo per le Tv, ma vince ancora una volta il fatto commerciale sulla cultura e sull'arte.
A quanto pare, sì. A parte i cineforum giovanili che riempiono spesso le sale. lo però girerei la domanda a chi è responsabile del circuito. Forse c'è sfiducia nel messaggio che viene a mancare; forse un tempo la gente aveva meno alternative e per questo sceglieva la sala parrocchiale.
Ne salverei molti, più di cento. Basta pensare a Fritz Lang, a Rossellini, a Dreyer, a Griffith, Ford... Come dimenticare Metropolis, Napoléon, A nous la Liberté, Roma città aperta, Paisà... Il mio apprezzamento non può che essere ampio: Bergman, Bunuel, Chaplin, Visconti... La risposta è difficile. E mi domando come sia possibile che una storia così esaltante sia in crisi. Il buon film determina sempre una crescita culturale, un'elevazione sociale.