VISTO DA VICINO

di Teresio Bosco

« MIO NONNO SCAMBIAVA IL PANE CON GIOVANNI BOSCO »

La vita di Don Bosco è piena di fatti straordinari. La Chiesa, ma anche la cultura popolare, hanno sentito il fascino di questo santo dei giovani. Don Bosco è personaggio relativamente vicino al nostro tempo, ma non manca chi si domanda a volte quanto di veramente storico ci sia nella sua biografia. Teresio Bosco è andato a curiosare tra le testimonianze giurate di quelli che Don Bosco lo hanno "visto da vicino": gli amici d'infanzia, i compagni di seminario, chi gli fu accanto come collaboratore o confessore. Ogni mese presenterà il contributo qualificato di uno di questi testimoni. Conosceremo Don Bosco, come se fossimo vissuti a un passo da lui.

Mi chiamo Marchisio Secondo del fu Eugenio e della viva Matta Marianna, nativo di Castelnuovo d'Asti, d'anni 35, sacerdote salesiano, vicedirettore del Collegio di Borgo San Martino. Ho conosciuto don Giovanni Bosco fin dal 1873 (Don Bosco morì nel 1888). Però fin da fanciulletto, mio nonno in famiglia me ne parlava sovente, perché era compagno di Don Bosco fin dall'infanzia e andava insieme a lui al pascolo... Da fanciullo Don Bosco cambiò il pane bianco ricevendone altro nero da mio nonno, e ciò per quasi due anni».

LA MAMMA DI DON BOSCO

« In età di quindici anni entrai nell'Oratorio di San Francesco di Sales, accettato da Don Bosco, e vi ri- masi per 13 anni continui; in seguito fui trasferito in varie Case (salesiane), sempre però sotto la dipendenza immediata di Don Bosco. lo non conobbi i genitori di Don Bosco; so però che si chiamavano Francesco Bosco e Margherita Occhiena. Della madre seppi da varie sue compagne, tra le quali mia nonna Maria Matta, sua coetanea e quasi vicina di casa, e la signora Benedetta Savio maestra dell'asilo infantile in Casteinuovo, tuttora vivente, che era, secondo la loro espressione "la regina delle madri cristiane"» (ndr, queste parole nel manoscritto sono sottolineate).

«PENSEREMO NOI ALLE TUE MUCCHE»

«Don Bosco ha passato la sua fanciullezza nella borgata detta dei Becchi in Castelnuovo d'Asti. Mio nonno Secondo Matta, ora defunto, coetaneo di Don Bosco, mi assicurava ripetutamente ed anche sul letto di morte "che le loro madri portavano come esempio Giovanni Bosco, specialmente per la preghiera e l'obbedienza". Il medesimo mi assicurava che Don Bosco leggeva continuamente durante il pascolo in campagna, e un giorno che anche colle percosse i compagni volevano costringerlo a giocare, egli loro rispose: "Lasciatemi studiare, perché io voglio farmi prete". Queste parole fecero loro tale impressione, che gli dissero: "Non pensare più a disturbarti per le bestie, che ci penseremo noi, e tu continua a leggere"».

SEPPE TALMENTE FRENARSI DA DIVENTARE PACIFICO

«Per sua stessa confessione, da me udita, Don Bosco era di natura focoso e altero e non poteva soffrire resistenze, eppure con molti atti seppe talmente frenarsi da diventare uomo pacifico e mansueto, e talmente padrone di se stesso che pareva non avesse mai cosa da fare. Con noi e coi giovani si faceva tutto a tutti, aveva sempre una parola, un'esortazione, uno sguardo, che faceva sopra di noi l'effetto d'una predica».

TUTTO È PROPRIETÀ DELLA PROVVIDENZA

«Don Bosco nacque povero e visse praticando in grado eroico questa virtù. Era contento che si sapesse che era figlio di poveri contadini. Vestiva sempre abiti poveri e dimessi: voleva che la povertà fosse come la regina delle sue Case, e godeva molto quando visitandole le trovava tali. Raccomandava la povertà a coloro che erano incaricati dell'amministrazione, e voleva che si tenesse conto di tutto come proprietà della Provvidenza. Sebbene poi amministrasse tanti denari, mai vi attaccò il suo cuore, né arricchì la sua famiglia in verun modo, sempre contento di vivere da povero. Non voleva particolarità nel vitto, e volle sempre il vitto della Comunità, ad eccezione degli ultimi anni, in cui affranto dalle fatiche, i medici l'obbligarono ad aversi qualche riguardo».

« NON DOVETE ESSERE PESCATI,>

«Don Bosco praticò la virtù della castità in modo eroico. Coi suoi alunni, sebbene lo amassero tanto ed egli li ricambiasse di amore paterno, tenne sempre un contegno riservato e dignitoso, non permettendosi di fare loro carezze; limitandosi, per dimostrare la sua contentezza per la loro buona condotta, di mettere loro la mano sulla spalla o sul capo. Lasciò a noi (Salesiani) sapientissime regole per trattare con la gioventù e per non lasciarcene guadagnare il cuore, ripetendoci queste parole: "Ricordatevi che vi mando a pescare e che non dovete essere pescati". Era riservatissimo con persone di altro sesso. Parlando poi della castità, aveva espressioni tutte sue proprie per farcela amare, e che ci dimostrano la bellezza del suo cuore,>.

LEGGEVA NEI CUORI

«Noi eravamo persuasi che ci leggesse in cuore, e mi accadde più volte di sentirmi scoprire ed enumerare colpe in modo chiaro in confessione. Don Bosco morì il 31 gennaio del 1888. Nel 1887, sui primi di novembre, venendo Don Bosco a Foglizzo, dove io ero prefetto del Collegio, per vestire l'abito clericale a oltre un centinaio dei suoi figli, partendo disse a Don Rua che l'accompagnava: "Un altro anno verrai tu a fare questa funzione, perché Don Bosco non ci sarà più"».


LA TESTIMONIANZA DI SECONDO MARCHISIO SALESIANO

Secondo Marchisio nacque a Castelnuovo d'Asti nel 1857. Entrò nell'Oratorio di Don Bosco a 15 anni e divenne sacerdote salesiano. Suo nonno era un pastorello come Giovanni Bosco, e andava con lui tutte le mattine a pascolare le mucche. Sua nonna, vicina di casa di Mamma Margherita, ne fu intima amica. Quando Don Bosco morì, don Secondo Marchisio (31 anni) fu mandato da don Rua a Castelnuovo perché raccogliesse memorie e ricordi su Don Bosco ragazzo. Per tre mesi egli girò per villaggi e borgate, interrogò gli anziani che avevano conosciuto Don Bosco, prima di tutti i suoi nonni. Le 18 vaste pagine della sua relazione sono nell'Archivio centrale salesiano di Roma. Al "Processo di santità" di Don Bosco, Secondo Marchisio testimoniò, sotto giuramento e sotto segreto, dal 26 gennaio all'8 febbraio 1892. Ricevettero la sua testimonianza i giudici ecclesiastici: canonico Francesco Molinari, can. Giovanni Ramello, can. Marco Pechenino. Le sue testimonianze sono contenute nel manoscritto del Processo Ordinario, copia pubblica, nei fogli 608-652.