EL SALVADOR

di Umberto De Vanna

L'improvvisa morte dell'arcivescovo di San Salvador. La sua testimonianza in un paese uscito dalla guerra civile.

ARTURO RIVERA Y DAMAS SUCCESSORE DI ROMERO

Ha costruito con la sua gente la via della riconciliazione e del dialogo, facendosi mediatore degli accordi di pace.

Mons. Arturo Rivera y Damas, per 14 anni arcivescovo di San Salvador (EI Salvador), è morto improvvisamente per arresto cardiaco il 26 novembre scorso a 71 anni. Un Paese straziato per 12 anni da una dura guerra civile alimentata dall'ingiustizia sociale e dai regimi totalitari, che ha opposto la guerriglia al governo, e che ha fatto registrare decine di migliaia di morti e due milioni di dispersi su una popolazione di cinque milioni di abitanti. Succeduto a mons. Romero, assassinato nel marzo del 1980, mons. Rivera è stato anche lui minacciato più volte di morte, ma ha continuato a fare del suo pulpito una tribuna per denunciare ogni ricorso alla violenza e per favorire il dialogo e la riconciliazione. Due anni fa riuscì a vedere finalmente il Paese concludere l'accordo di pace che ha posto termine alla guerra civile. Al compimento del 25° anno del suo episcopato, Giovanni Paolo Il gli aveva assicurato che lo seguiva "con amore fraterno, mentre, come aveva fatto fino allora, continuava a difendere la causa della verità". Mons. Rivera è venuto a Roma per l'ultima volta nel novembre scorso, pochi giorni prima della sua improvvisa morte, e abbiamo avuto l'opportunità di intervistarlo. Ne riportiamo il testo integralmente.

La guerra è ormai finita e siamo impegnati negli adempimenti degli accordi di pace, che vogliono rimuovere le cause che hanno dato origine al nostro conflitto, cause di origine politica, sociale ed economica, per creare un nuovo paese, un nuovo EI Salvador. Nella Commissione incaricata di vigilare sugli adempimenti degli accordi, la Chiesa occupa il posto di osservatore, come le Nazioni Unite. Dopo i 12 anni di guerra purtroppo sono rimaste nel paese ancora molte armi, che vengono non di rado usate per la criminalità organizzata. Non manca tuttavia la speranza. La nuova Corte Suprema di Giustizia è ben organizzata e indipendente, e c'è un nuovo corpo di polizia, la Polizia Nazionale Civile, che sostituisce quella che fu ritenuta oppressiva dei diritti umani. Dal pruno gennaio 1992, quando governo e guerriglia hanno firmato gli accordi di pace a Washington, molte cose sono cambiate in Salvador: Eppure non pochi dei responsabili degli aiuti oscuri sono ancora li a governare il paese. Prima delle elezioni lei ha invitato la sua gente a non votare per gli assassini di monsignor Romero. «Non si può votare pensando al , futuro, se si appoggiano coloro che non prendono sul serio gli accordi di pace», aveva detto.

Il giudizio per punire il colpevole dell'assassinio di mons. Romero non si è potuto fare, ma ciò non toglie che la nostra gente non sappia chi sono i colpevoli. C'è una verità che è conosciuta dal popolo... Dopo gli accordi di pace abbiamo avuto un organismo di dialogo, formato dai rappresentanti delle imprese private, dal governo e dai lavoratori e le cose andavano bene. Adesso è stato sostituito da un organismo governativo, un Consiglio di lavoro con gli stessi fini. Comunque non c'è più guerriglia armata. Oggi gli spazi di libertà sono abbastanza ampi. Si può dire e scrivere ciò che si vuole. Sono state fatte accuse molto forti di corruzione contro il governo dell'ex presidente Cristiani, e anche contro l'attuale. E c'è un'indagine in corso per verificare le responsabilità fiscali. Credo che viviamo in un momento molto interessante, la nostra gente sente davvero di vivere nella democrazia.

I giovani sono molto numerosi e i movimenti ecclesiali e parrocchiali sono molto vivi. Ma c'è anche una gioventù organizzata per il crimine - li chiamiamo maras - che compiono atti di vandalismo e rapine. Sono giovani che non hanno lavoro, esclusi dalle istituzioni... La disoccupazione è anche qui uno dei problemi più seri. I salesiani lavorano bene, rispondono alle esigenze giovanili, con gli oratori, le scuole professionali, con le cinque opere della Ciudadela Don Bosco, che sorge nella zona più popolare.

Il nostro paese ha molti salvadoregni che vivono e lavorano all'estero, negli Stati Uniti, e inviano alle loro famiglie quelle che noi chiamiamo las remesas familiares. Ogni mese fanno affluire nel paese cento milioni di dollari, una quantità che supera il bilancio dello stato. Quest'anno comunque il caffè si vende bene, così pure lo zucchero e il cotone... Siamo un paese piccolo come territorio, e invece la popolazione è molto numerosa e c'è tanta manovalanza. La nostra situazione economica non è florida, ma non è comunque in difficoltà come quella del Nicaragua o dell'Honduras. Ci troviamo in un paese dove oggi quelli che hanno denaro lo investono sul posto, sicuri di andare incontro a buoni guadagni. «Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno», aveva detto monsignor Romero. «Morirà un vescovo, ma la Chiesa di Dio non morirà... ». Si sa che da anni ogni domenica mattina, dopo la messa, lei tiene una conferenza-stampa, in cui per- i giornalisti fa il punto sulla situazione del paese. Il mondo riconosce a lei e alla Chiesa un grande ruolo di mediazione; la considera un elemento di equilibrio, capace di pacificare... Agli inizi il dialogo sia dalla guerriglia che dal governo veniva considerato un compromesso inaccettabile. Poi le cose si sono sciolte e sono venuti gli accordi di pace. Oggi cerchiamo di mantenere vivo il dialogo con tutti e abbiamo gli occhi molto aperti. Bisogna lasciare le porte spalancate perché tutto cammini, ma se vediamo qualcosa che va fuori strada cerchiamo di intervenire. E così che siamo accettati, perché sappiamo essere nel momento opportuno presenti e forti.

In Salvador, come in tutta l'America Latina, la religiosità popolare è forte, sentita, diffusa. Abbiamo tre radio cattoliche e copriamo l'intero paese. C'è da noi molta apertura verso il laicato, soprattutto nelle parrocchie. Sono attivi i catechisti, gli evangelizzatori, i celebranti della Parola, i ministri dell'Eucaristia... devo dire che potrei tranquillamente metterli a capo di alcune parrocchie e le gestirebbero benissimo. Le parrocchie sono organizzate a settori. In ogni settore c'è una comunità viva che alcuni chiamano "comunità ecclesiale di base", secondo la denominazione di Medellin. Il nome "comunità di base" acquista però da noi delle connotazioni piuttosto problematiche, perché durante la guerra molte di loro si sono date alla guerriglia. Altri preferiscono nomi più generici: parrocchia missionaria o "Sine" (sigla che proviene dal Messico e significa Sistema integrale di evangelizzazione).

I gesuiti sono considerati tra coloro che sono sempre stati i più vicini alle cause popolari. L'università è seria, ed è ancora la coscienza critica del nostro paese. Quanto ai gesuiti che sono stati uccisi, hanno certo contribuito al cambiamento. Sono stati assassinati perché hanno detto al paese che bisognava cambiare.

Sono passati 14 anni dalla sua morte e viviamo ormai in un altro momento storico. Ma monsignor Romero è una figura gigante nel cuore del nostro popolo. II suo ricordo rimane vivo, il suo eroico parlare quando non lo si poteva fare, l'essere stato voce di chi non aveva voce, ha segnato quegli anni. La sua causa va avanti speditamente. Abbiamo già finito di ascoltare i trentatrè testimoni e alla fine di novembre consegneremo il materiale in Vaticano. Padre Kolvenbach ha promesso l'aiuto di due gesuiti per accelerare i lavori. Cerchiamo di imitarlo, quando ce n'è motivo. Così il nostro popolo sa che la Chiesa è veritiera, che è una forza morale che parla quando deve farlo. Un paio di anni fa, quando gli avvenimenti erano ancora caldi, una giornalista ha chiesto a monsignor Rivela: «Qualche volta, lei non ha paura?». «Certamente», ha risposto il Vescovo. «Né io né il mio vicario riuscimmo a dormire quando, pochi giorni prima della morte dei gesuiti, fummo senza alcun dubbio minacciati. Ma nessuno di noi ha mai pensato di andarsene. E il Signore che mi ha messo qui. E la sentinella deve rimanere al suo posto, tra la sua gente». Oggi il cuore di monsignor Rivera y Damas si è fermato. Un cuore che ha amato senza riserve il suo Paese. E il suo successore potrà lavorare in un paese che ha conosciuto finalmente la pace.