ECUADOR

di Umberto de Vanna

Cinquanta educatori e quattro opere di promozione e di ricupero per ragazzi senza famiglia e privi di punti di riferimento.

ACCION GUAMBRAS

Ogni notte un gruppo di educatori si avventura per i quartieri di Quito. Raccolgono l'SOS dei ragazzi della strada, offrono loro una casa e una vita diversa. Una camioneta tutte le notti percorre i quartieri di Quito, fermandosi agli incroci, scrutando gli angoli di ogni via per cercare i ragazzi che vivono e dormono nella strada. È l'Acción Guambras, un progetto di ricupero dei piccoli guambras, come vengono chiamati a Quito i "chicos de la calle". Sono almeno 500 quelli che hanno per unica casa i marciapiedi della città, che durante il giorno vivono di mille espedienti e di furti, e di notte hanno per coperta un giornale e la cassetta di lustrascarpe come cuscino. Per tirare avanti vendono caramelle o cantano nei bus. La gente si è abituata a vederli, qualcuno fa scendere una moneta sulla loro mano aperta. Molti si danno a piccoli lavori, fanno i lustrascarpe o i custodi abusivi nei parcheggi. Sono tutti giovanissimi, i più piccoli non hanno ancora dieci anni. Hanno lasciato la famiglia perché si sentivano trattati male o più spesso perché non c'era un posto a tavola per tutti. «In Ecuador i ragazzi sono per la strada non tanto per lo sfaldamento della famiglia, quanto per la situazione di povertà», dice don Gigi Ricchiardi, 62 anni, responsabile dell'opera di prevenzione sociale San Patrizio di Cumbayà, a 15 chilometri dalla capitale. Molti dei piccoli guambras sono figli di ragazze-madri o di prostitute. I più sono ragazzi di colore, provenienti dalle zone di Esmeraldas e Guayaquil, altri mulatti e meticci. Mentre i figli degli indigeni pur essendo poveri, hanno una famiglia più unita. Vengono in gran parte dalle zone attorno a Quito e raggiungono la capitale alla ricerca di un qualsiasi lavoro o dell'avventura. Qualcuno è spinto dagli amici. La strada offre loro subito il fascino di sentirsi liberi. Ma c'è chi è ammalato, o ritardato; chi si droga con le colle sintetiche e ha la faccia spaurita. Vivono in una totale promiscuità ed è facile immaginare con quanti problemi. «A tutti cerchiamo di arrivare indirizzandoli secondo i loro bisogni. E non sono più di un centinaio che sfuggono alle nostre cure. Abbiamo già cominciato qualcosa di simile anche a Guayaquil e a Cuenca».

I TRE CENTRI

Don Gigi Ricchiardi è ben conosciuto in Italia per essere stato a Torino negli anni '70 parroco del Santuario di Maria Ausiliatrice. Una ventina d'anni fa decise di partire per l'Ecuador. Abbandonava una delle zone più popolari di Torino per l'America Latina, dove i bisogni erano più evidenti e la povertà più drammatica. Ora coordina il lavoro di una cinquantina di persone a favore dei ragazzi disperati di Quito. «Ogni notte un salesiano, un paio di suore e alcuni operatori volontari cercano di convincere questi ragazzi a togliersi dalla strada, ad accogliere il ricovero che noi siamo in grado di offrire nei tre centri di El Sótano e Mi Caleta a Quito e di San Patrizio a Cumbayà. Un quarto, il Laura Vicuna di Quito, è destinato alle ragazzine ed è gestito dalle figlie di Maria Ausiliatrice». Si tratta di centri progressivi, e per così dire di smistamento. Una cinquantina a EI Sótano, per una prima accoglienza; una cinquantina a Mi Caleta, dove i ragazzi trovano già un'assistenza più completa. A San Patrizio sono 85. Qui possono completare gli studi elementari e medi e imparare un mestiere. «Tra questi ragazzi c'è chi vive per le strade solo durante il giorno e alla sera ritorna in famiglia. Altri hanno scelto la strada come loro casa. Noi ci occupiamo soprattutto di questi. Educatori ed educatrici li seguono, li conoscono per nome, li radunano in piccoli centri dove possono parlare con loro, controllare se sono iscritti all'anagrafe, se hanno bisogno di cure mediche, se possono essere aiutati a ritornare in famiglia e a scuola».

LA STRATEGIA E GLI AIUTI

 Don Gigi, dove trovate i mezzi per mandare avanti questa attività? Ricevete aiuti dallo stato? «Per tirare avanti abbiamo praticamente bisogno di 40 milioni al mese. Lo stato ci passa un quinto della cifra. Il resto proviene da un'entrata fissa, che ci è stata assicurata dalla congregazione per iniziativa del rettor maggiore e da tanti benefattori. Abbiamo più volte sensibilizzato la popolazione a questo problema anche con manifestazioni pubbliche. Il motto "Quito sin chicos de la calle" (Quito senza ragazzi della strada) è diventato uno slogan popolare in città e parecchi depositano in banca ogni mese a nome nostro una cifra fissa. È questo l'aiuto più utile. Perché è relativamente facile ottenere ogni tanto un aiuto speciale per acquistare un nuovo mezzo di trasporto o per costruire un laboratorio. Ma assicurare un posto a tavola ogni giorno a 200 ragazzi, e per 365 giorni all'anno, diventa un'impresa molto più difficile». Questa vostra attenzione ai ragazzi più abbandonati è davvero un "lavoro alla Don Bosco". Ce la fate a ricuperarli? Conte riuscite a entrare in confidenza con loro? Penso che il primo contatto sia il più difficile... « Per prima cosa cerchiamo di capire da dove vengono, di dove sono. Non è facile saperlo perché raccontano bugie. Un bambino di nove anni per un mese abbiamo creduto che fosse di Guayaquil e invece proveniva dall'oriente, dalla selva amazzonica. È anche difficile sapere subito come si chiamano, perché danno di volta in volta un nome diverso. Solo quando entri in confidenza diventano sinceri. Allora interviene l'assistente sociale e cerca per loro la sistemazione più adatta. All'inizio comunque li lasciamo liberi di ritornare ogni mattina per le strade, a continuare la loro attività. Li aiutiamo poi a decidere. Diciamo loro: non ti fa bene vivere per la strada, torna a casa o vieni da noi. Di fatto riusciamo a ricuperare il 70 per cento di questi ragazzi».