REPORTAGE A Manaus, a nord del Brasile, un grande collegio diventa parrocchia: si rinnova il rapporto con gli allievi e i genitori, coinvolti nell'impegno pastorale .
Visita all'unica scuola-parrocchia. Un'esperienza del tutto nuova che sta portando frutti sorprendenti.
La semplice facciata della nuova chiesa spicca sullo sfondo, venerabile anche per l'età, del Collegio Don Bosco. L'impressione gradevole si trasforma in applauso quando, dai 45 gradi dell'esterno, passo all'aria condizionata dell'interno. Si sta celebrando l'Eucaristia. La statua del Cristo Risorto contempla l'assemblea, l'acqua che scorre sulla parete del fondo sottolinea il senso di freschezza e di vita, e una quindicina di ragazze in lunghe tuniche recano danzando i doni all'altare. «Siamo Don Bosco che cammina», canta la gente.
Questa la scena iniziale a cui ho assistito quando più di un anno fa, a Manaus nel Brasile, ho accompagnato don Egidio Viganò in una visita all'unica parrocchia non legata a strade che i salesiani hanno nel mondo.
Tutto è partito da un centro educativo, con oltre 2600 allievi, e da un pastore. L'arcivescovo di Manaus, mons. Luigi Soares Vieira, qualificato dai suoi come "uomo mite umile e dimesso, dotato di una cultura eccezionale, uomo di Dio", sente fortemente l'impegno della nuova evangelizzazione. Nel 1992 ha chiamato i tre salesiani che animano il collegio - soltanto tre, coadiuvati da più di cento insegnanti esterni - e li ha sorpresi con una proposta che non si sarebbero aspettati mai: «Che ne dite di trasformare la scuola in una parrocchia personale? Non datemi una risposta adesso, pensateci su, parlatene tra di voi e con l'ispettore, poi fatemi sapere».
Manaus ha un milione e mezzo di abitanti ed è soggetta a un forte processo di secolarizzazione, che mette in pericolo la fede e la vita cristiana. Le 74 parrocchie tradizionali, varie delle quali senza sacerdote, raggiungono soltanto una minima parte dei cattolici. Perché non fare ricorso a un sistema nuovo? Provarlo, almeno! Il "Don Bosco", che va dalla scuola materna a tutto il liceo, accoglie ragazzi e ragazze che provengono da ogni parte della città: essi e le loro famiglie formino una parrocchia. Questa, in riassunto, la proposta.
I tre, superato lo sbalordimento iniziale, ne furono entusiasti: da responsabili di un centro educativo passavano a essere pastori a tempo pieno. Invece di avere a che fare ogni giorno con allievi e insegnanti, con impiegati e genitori, avrebbero trattato con fedeli. Tra i maestri e gli alunni si potevano suscitare collaboratori validi. Come se i muri di cinta, che da tre quarti di secolo limitavano gli ampi spazi occupati da edifici e campi di gioco, venissero abbattuti, permettendo all'opera di aprirsi a tutta la città. Un modo efficiente per mettere in pratica, in senso pieno, il proposito di Don Bosco: "Per noi aprire una scuola è un semplice pretesto per fare un'ora di catechismo".
L'ispettore rispose con un sì condizionato: esperienza troppo nuova, facciamo la prova, poi vedremo. E tutto si mise immediatamente in moto. La scuola continuò a svolgere i programmi prescritti, a curare le attività e feste normali di qualsiasi scuola brasiliana, ma divenne allo stesso tempo il centro di qualcosa molto più grande, il cuore della parrocchia personale. Non si trattava di un gioco di parole, era un fatto che influiva profondamente sul sistema di educazione, sulla selezione degli insegnanti, sul metodo di lavoro. «Ho visitato tutti i continenti e nella mia vita, che non è breve, non mi sono mai trovato in una situazione felice come questa», ha detto don Viganò, «una delle più belle e grandiose sfide in un'ora di grandi cambiamenti culturali».
Don Giancarlo Isoardi, un cuneese di Saluzzo, da 30 anni vive in Brasile. E' uno dei tre salesiani di questa scuola-parrocchia, e cerca di farci capire la chiave del metodo: «C'è un grattacielo, per esempio: vi abitano dieci ragazzi che studiano da noi. Si fa un nucleo che diventa gruppo di riflessione con i genitori. Alcuni non vogliono saperne? Pazienza, lavoriamo con quelli che accettano. Per il momento possiamo contare sul 25 per cento».
Amministrano i sacramenti, ne curano i libri. Dato che la parrocchia non conosce limiti di strade, lì dove c'è un allievo si forma un nucleo. Una cinquantina di catechisti - scelti tra insegnanti, allievi, exallievi - curano ognuno un piccolo numero di ragazzi che abitano più o meno vicini. Fissano l'orario più conveniente e fanno un incontro settimanale. Devono essere presenti i genitori della famiglia che accoglie. Poi, per non perdere il senso della comunità maggiore, ogni settimana ci si incontra in chiesa per la messa domenicale, solennizzata da équipe liturgiche e da gruppi corali che stanno assumendo sviluppo e consistenza sempre maggiori. Ogni 15 giorni, nel collegio, un'ora di catechesi solo per genitori. «Praticamente, su 500 genitori che dovevano venire - osserva Don Isoardi - ce n'erano sempre 450». Illustra la situazione con un altro esempio: «La preparazione alla cresima, per i giovani sui 15 anni, applica una dinamica che li fa protagonisti. Così, affinché capiscano meglio il valore ed il significato dell'unzione degli infermi, consigliamo loro di fare, prima, una visita spontanea a un ospedale, a una casa di cura, a un ricovero di anziani: li aiuta ad afferrare il senso del dolore, della sofferenza. La spiegazione del sacramento dell'ordine ha luogo in seminario dove, per alcune ore, i cresimandi convivono con i seminaristi, fanno domande, ricevono risposte relative al sacramento. Quest'anno siamo riusciti a preparare tre gruppi, complessivamente 130 giovani, con questo sistema. I neocresimati, poi, funzionano come fermento nella massa, sono i migliori allievi e, di conseguenza, i parrocchiani più affezionati».
Gli exallievi, naturalmente, continuano ad appartenere alla parrocchia, e sono parecchi i genitori che hanno assunto impegni specifici. Interessante il caso di un pubblico impiegato che, prima dell'inizio delle ore di ufficio, è fedele ai cortili del collegio dove ha giocato tanto da ragazzo: distribuisce i palloni, organizza le partite, fa da arbitro. Dedica inoltre sabato e domenica, insieme alla moglie e ai figli, a lavorare in un oratorio di periferia.
Quasi tre anni di una esperienza totalmente nuova, si è all'inizio, non ci sono ancora statistiche del prima e del dopo. Ma i risultati sembrano positivi: presenza massiccia all'eucaristia domenicale, confessioni a non finire, clima di amicizia ed entusiasmo, livelli di coinvolgimento in aumento.
L'arcivescovo, che segue con attenzione il processo, è sempre più soddisfatto ed entusiasta. Non mancano i problemi e le sfide. Don Isoardi li sintetizza: «Un lungo percorso da fare per impegnare tutti. Poca perseveranza da parte di alcuni, che ci lasciano per soluzioni più comode. Influenza negativa della grande città, dove le chiese che attraggono e affascinano sono le discoteche e la spiaggia. La stessa cultura dell'edonismo e dell'usa-e-getta fa perdere di vista l'eterno, il senso della verità, il valore della giustizia. Poi la droga in agguato, lo sfascio di tante famiglie...».
Si aspetta ancora il sì definitivo dell'ispettore. La parrocchia non ingabbiata dalle strade cerca di perfezionare strategie e di rafforzare impegni, di capire quali sono le vie nuove che lo Spirito suggerisce. Intanto i ragazzi portano magliette con la scritta "Vogliamo essere giovani diversi".