PROFILI La passione di Giovanni Battista de Rossi per l'archelogia. Esplorò a Roma le più importanti catacombe dei primi cristiani.
Fu il fondatore dell'archeologia cristiana. Le sue spoglie riposano nella Tricora delle Catacombe di san Callisto.
Il de Rossi sentì fin da bambino l'inclinazione per l'archeologia. A chi gli chiederà come gli era sorto questo interesse, rispondeva: «Io non lo so. Nessun fatto particolare mi ha spinto su questa strada. Sentivo dentro di me, fin dalla mia prima fanciullezza, qualcosa che mi spingeva a simili indagini. E' questa la vocazione a cui Dio mi ha chiamato». Leggeva con interesse le vite dei martiri dei primi secoli del cristianesimo e alla domenica visitava insieme a papà qualche basilica antica o i monumenti del Foro Romano. A quattordici anni mise in difficoltà uno dei più dotti cardinali del tempo, Angelo Mai, prefetto della Biblioteca Vaticana. Giovanni Battista si trovava nella Galleria Lapidaria del Vaticano a trascrivere su un quadernetto alcune epigrafi greche. Il cardinale Mai lo vide e rimase meravigliato nel vedere con quanta attenzione il ragazzo compisse il suo lavoro. Avvicinatosi all'insolito ricercatore, gli toccò leggermente la spalla: «Che stai facendo?», gli domandò.
«Eminenza, trascrivo sul mio quaderno alcune iscrizioni greche».
«Riesci a capire ciò che dicono le iscrizioni?».
De Rossi rispose che le intendeva benissimo. Di un'epigrafe non comprendeva una riga, in verità alquanto confusa per taluni nessi di lettere. Il cardinale si accostò alla lapide per aiutarlo nella traduzione. Purtroppo, nonostante la sua vastissima erudizione, dovette ammettere la sua incapacità di essergli di aiuto. Quelle sigle erano troppo complicate, quelle abbreviazioni troppo astruse.
Giovanni Battista de Rossi, il fondatore dell'archeologia cristiana moderna, era nato in un palazzo di piazza della Minerva, a pochi passi dal Pantheon. Aveva trascorso la sua fanciullezza accanto a papà Camillo Luigi e alla madre Marianna. Tre le sorelle, Maria, Teresa e Luisa, prime compagne dei suoi giochi. Nel 1834 giunse anche un fratellino, Michele Stefano. Sarà un ragazzo vivace e intraprendente. Diventerà poi di valido aiuto all'archeologo nell'esplorazione delle catacombe e diventerà un esperto geologo e vulcanologo.
Ebbe sempre molti amici fin dai primi anni di scuola. Di indole quieta, i modi garbati, non fece mai pesare la sua precocità intellettuale sui compagni. La sua compagnia era desiderata, stare con lui un piacere. Qualcuno trovava un po' difficile capirlo, quando andandogli a fare visita, lo sorprendeva alle prese con qualche oggetto di antiquariato o una pergamena. Come poteva un ragazzo sveglio come lui trovare gusto per quelle cose antiche? E cos'era quella mania di correre dietro ai sassi?
Un ruolo davvero importante nella sua formazione lo svolsero alcune persone di rilievo della cultura del tempo: il gesuita padre Secchi, che lo fece appassionare all'epigrafia greca e latina; il già ricordato cardinale Angelo Mai, che consentì il suo ingresso alla Biblioteca Vaticana, anche se giovanissimo; e sopra tutti il gesuita padre Marchi, che allora svolgeva la funzione di "custode delle catacombe". Egli capì il non comune talento del giovane, che da solo aveva già raccolto migliaia di schede di iscrizioni e lo invitò a collaborare con lui, offrendogli proprio l'edizione critica dlle epigrafi conservate nelle catacombe.
Il giovane de Rossi era ansioso di visitare le catacombe, ma la sua aspirazione trovava un serio ostacolo nella volontà del padre, non del tutto immune dai pregiudizi del suo tempo. Nella mente del popolo, infatti, le catacombe erano luoghi malsani, di sterminata ampiezza, e addirittura "covi di briganti" o nascondigli di ogni sorta di animali pericolosi. Per questo i genitori avevano imposto e ottenuto dal figlio la promessa di rinunciare per sempre a un simile inconcepibile proposito.
Padre Marchi si prodigò con tutto il peso e il prestigio della sua carica per ottenere dal padre di Giovanni Battista lo sciolglimento della promessa. E ci riuscì. Ma il padre volle porre una condizione ben precisa: il figlio poteva visitare le catacombe solamente in compagnia del sacerdote gesuita.
Le maggiori soddisfazioni della sua carriera scientifica al de Rossi vennero dal comprensorio limitato dai percorsi delle vie Appia e Ardeatina e che va sotto il nome di Catacombe di san Callisto. Prima di tutto riuscì a chiarire, con l'aiuto delle fonti letterarie e archeologiche disponibili, la topografia di quell'area, distinguendo le singole catacombe che fino ad allora erano state confuse. Poi fece una serie di importanti scoperte. Basti ricordare la Cripta del papa martire san Cornelio e la sua lapide originaria riconosciuta dal de Rossi in persona. Nel 1854 portò alla luce la famosissima Cripta dei Papi, che aveva accolto la deposizione di ben nove pontefici del terzo seolo. Scoperta questa che gli meritò tra l'altro un madrigale da parte del poeta romanesco Gioacchino Belli. Poco tempo dopo ritrovò la Cripta di santa Cecilia, adornata di pitture e di vestigia di mosaici. Infine riconobbe la Cripta del papa san Gaio, del papa martire sant'Eusebio e quella dei soldati martiri Calògero e Partènio. Nel 1850 fu quasi preso per matto da un suo professore. Lo aveva convinto a visitare con lui le cataconbe e dopo vari giri si era messo a gridare con voce ferma: «Quando saranno portati via questi cumuli di macerie, sotto di essi troveremo i sepolcri di Sisto, di Cecilia e dei loro compagni». Il professore gli aveva consigliato di calmarsi e di non esporsi al rischio di mettere in ridicolo se stesso e l'archeologia.
Non tutto naturalmente correva sempre liscio. Le esplorazioni delle catacombe comportavano enormi fatiche e anche qualche pericolo. Proprio nelle catacombe di san Callisto rischiò tre volte di perdere la vita. Un giorno si smarrì nel labirinto sotterraneo insieme al fratello Michele Stefano e a un operaio. Fortunatamente quando ormai si atava esaurendo l'ultima candela, riuscirono a trovare la via d'uscita.
Per decenni il de Rossi svolse un'opera instancabile di esploratore e di ricercatore attraverso le pagine della prima rivista specialistica di archeologia, da lui fondata e redatta dal titolo "Bullettino di Archeologia Cristiana". Fu autore di ponderosi volumi sulla "Roma sotterranea cristiana" e sulle iscrizioni datate di Roma, suo primo amore. I suoi interessi furono vastissimi: si occupò di topografia delle cataconbe e di pitture, di sarcofagi e di lucerne, di edifici di culto e di codici miniati.
A un secolo di distanza dalla sua morte, anche se con il progredire della scienza sono state riviste alcune sue teorie e corrette talune sue datazioni, i principi generali che hanno trasformato l'archeologia cristiana "da mero passatempo di amatori a vera scienza storica" - come dichiarò con espressione davvero felice il grande epigrafista tedesco Theodor Mommsen - sono rimasti tuttora validissimi.
Nell'autunno del 1892 Giovanni Battista fu colto dai primi sintomi di paralisi, ma non volle sospendere o diminuire la sua attività. Nell'anno seguente il male si aggravò, immobilizzandolo in tutta la parte destra del corpo. Tuttavia, con grande forza di volontà (aveva imparato a scrivere con la sinistra) portò a termine l'impegnativa edizione critica del "Martirologio Geronimiano" e continuò a dettare note e articoli per il suo "Bullettino". Per invito di papa Leone XIII si trasfrerì nella villa pontificia di Castelgandolfo, ma nonostante tutte le cure prestatigli, il 20 settembre 1984 spirava sussurrando: «O voi tutti santi martiri, pregate per me!».
Cento anni dopo, i suoi resti mortali furono trasferiti dal Verano nelle Catacombe di San Callisto e riposano nella Tricora Orientale. Accanto ai suoi prediletti, i santi martiri.