MESSICO Tijuana, Los Mochis, Ciudad Juárez, Mérida, Mexicali: cinque oratori di frontiera che stanno trasformando alcune zone a rischio.

L'oratorio di Ciudad Juárez

di Angelo Botta


Il Progetto frontiera si regge grazie alla collaborazione dei giovani volontari. Hanno dai 18 ai 28 anni e sono stati scelti tra gli elementi più validi. Condividono in tutto la vita e la missione dei salesiani.

Quando lo stato di Chihuahua, nel nord del Messico, ricevette l'anno scorso la visita del presidente della repubblica (il Messico è una confederazione di stati), i notabili del governo, dell'industria e del commercio locale gli offrirono un banchetto. Erano 1500 invitati. A sei di loro fu riservato un posto al tavolo del presidente. Uno dei sei era don Osvaldo Gorzegno, direttore dell'oratorio che i salesiani hanno aperto nel 1991. O meglio, di due oratori operanti in quel momento e destinati a diventare quattro.

Oltre un milione di abitanti

Ci troviamo a Ciudad Juárez, capitale del Chihuahua, zona di deserto dove il caldo estivo arriva a 45 e l'inverno porta la neve. La città conta un milione e trecento mila abitanti, la maggior parte dei quali sono arrivati recentemente, in una vera furia di immigrazione. Provengono da zone povere del centro e del sud del paese e li attirano - malgrado i salari bassissimi e il lavoro monotono che abbruttisce - le enormi fabbriche di assemblaggio impiantate da compagnie USA e giapponesi. Una parte della città è costruita su terreno pianeggiante che ospita gli alti edifici del centro e gli innumerevoli capannoni anonimi delle fabbriche. Poi la zona diventa irregolare e accoglie una serie infinita di casette di povera gente, raggruppate in borgate periferiche. Sul confine scorre il fiume Bravo al quale, a prima vista, non dai quattro soldi. Ma il nome inganna, perché significa furibondo. Inganna anche l'aspetto, mingherlino e incanalato, perché in realtà si tratta di un corso d'acqua importante: gli Stati Uniti sono sull'altra sponda. Guadare di nascosto il Bravo permette di iniziare una nuova vita nel ricco paese del nord, tentazione fortissima per un numero incontabile di messicani.

Il "Progetto frontiera"

Quando un centro urbano di frontiera, vissuto senza scosse per secoli, improvvisamente scoppia superando in un baleno il primo milione di abitanti, i problemi sociali non possono mancare. Ciudad Juárez è carente dei servizi sociali indispensabili ai nuovi settori. Mancano le scuole per una popolazione che, nel 64 per cento del suo totale, è sotto i 22 anni. La disintegrazione familiare è altissima, le ragazze-madri abbondano, la droga guadagna terreno. Chiesa, società e governo, preoccupati, si sono dati da fare. E quando seppero del Progetto frontiera dei salesiani, gridarono: «Venite da noi!».

Il Progetto frontiera era nato da poco a Guadalajara. I figli di Don Bosco si erano guardati attorno e avevano detto: «Qui, e in altre città del centro della nazione, abbiamo opere di tutto rispetto. Siamo invece assenti alle frontiere, dove i giovani bisognosi non si contano. Rechiamoci là, impiantiamo oratori come ha fatto Don Bosco a Valdocco». Avevano incominciato a Tijuana.

«Noi - specificò da Ciudad Juárez il presidente di una associazione civile - da tempo spendiamo soldi ed energie per migliorare le carceri giovanili. Preferiremmo aiutare i ragazzi a non entrarvi». «Sarete una parrocchia per i giovani», precisò il vescovo. «Vi doniamo i terreni», aggiunse il governo.

Si trattava di appezzamenti scoscesi, nei quali fu necessario innanzitutto spianare e ricolmare. Perché un oratorio ha certamente bisogno di cappella, ma senza campi di gioco che oratorio è?

Comunque, ancora prima di preparare i terreni fu necessario superare l'opposizione dei membri di "Fama", una delle 130 bande giovanili che si sono spartite le borgate periferiche della città. Ragazzi che vanno dai 17 anni in su, che trovano la sicurezza nello stare insieme, si dedicano alla violenza e alla droga, dettano legge a tutti, sfidano costantemente la polizia. Nel nostro caso erano una ventina, particolarmente famosi per la loro violenza. Vedendosi sfrattati, dichiararono la guerra. Sicché il primo lavoro consistette nel cercare di capirli e nel farseli amici. Non fu un'impresa facile. Chi conosce a fondo gli oratori di frontiera in azione fin qui nel Messico - Tijuana, Los Mochis, Ciudad Juárez, Mérida, Mexicali - assicura che questo dei "Fama" è stato il più duro, l'unico in cui i salesiani sono stati aggrediti, maltrattati e picchiati.

La presenza dei volontari

Forse da soli non ce l'avrebbero fatta. Ma l'operazione frontiera è nata con un elemento integrante che ha sapore di novità profetica: i volontari, provenienti dalle nostre opere del Messico. Hanno conchiuso il liceo, alcuni interrompono l'università o l'hanno finita, altri lasciano temporaneamente un lavoro. Sono scelti tra gli elementi più validi che un lungo periodo di formazione pastorale è riuscito a forgiare. Dai 18 ai 28 anni di età, si impegnano per un minimo di un anno. Diventano amici dei ragazzi, sono animatori dei giochi, visitano le famiglie, organizzano le feste, fanno scuola. Non ricevono un soldo di paga. Condividono con i salesiani le ricchezze della vita di comunità, della missione e dello stile di famiglia.

Uno studio serio della situazione di Ciudad Juárez portò ad individuare punti strategici della periferia: "Fama", appunto, e altri tre. Uno dopo l'altro vedono sorgere un oratorio e i quattro salesiani si dividono per curarli. La stessa cosa fanno i 14 volontari, sette ragazze e sette ragazzi: 18 operatori a tempo pieno che abitano nella medesima casa, provvista di un settore per le ragazze, uno per i ragazzi e uno per i salesiani. Si trovano poi insieme nella cappella, in sala da pranzo, in quella di riunioni. La giornata incomincia con la messa e la meditazione. Dopo la prima colazione si fa una sessione di studio per approfondire metodi e pianificare attività.

Gli oratori spalancano le porte ogni giorno dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 22. Offrono scuola di livellamento con titoli riconosciuti dallo stato, attività artistico-musicali, danza, musica e, naturalmente, sport, tanto sport, perché il suo peso è enorme, soprattutto come fattore educativo. Calcio, pallacanestro, calcetto, pallavolo, attività ginniche, 40 squadre nel momento attuale. Si è già realizzato il campionato delle borgate unite: gente che prima non poteva neanche vedersi si è incontrata per giocare e fare il tifo. Senza incidenti.

Quante barriere sono crollate! Ai 1500 oratoriani attuali - e aumenteranno - si offre la possibilità di associazionismi che li integrano nella società, di catecumentato giovanile che li prepara al battesimo, alla prima comunione e alla cresima. Perché questa è terra di missione, dove ragazzi di 15 anni non sanno recitare l'avemaria e non hanno mai fatto il segno della croce.

Non è più un sogno

Oggi negli oratoriani è scoppiata la fiducia. Nei salesiani, la felicità di iniziative che sono pienezza di vocazione. Nei volontari, la contentezza di una esperienza che arricchisce la loro formazione personale. Nei membri del patronato, la soddisfazione dei risultati di un apporto generoso. Perché il patronato, composto da cittadini influenti, assume la responsabilità dell'aspetto economico. Sono laici interessati nel miglioramento sociale e vedono negli oratori la chiave per ottenerlo. L'economia degli oratori è un grosso problema, ci vogliono tanti soldi per preparare terreni, costruire edifici, mantenere la comunità. In questo ultimo settore hanno diviso le competenze: un gruppo pensa alla verdura, un secondo alla carne, ecc. Efficientissime le signore.

Poi arrivano le feste degli oratori, le passeggiate di un giorno, le vacanze estive di un paio di settimane per gruppi, gli impianti per insegnare arti e mestieri. Il patronato, oltre a dare del suo, deve elemosinare.

Don Egidio Viganò è stato a Ciudad Juárez un giorno solo, nel 1993. Entusiasta di quanto si era fatto e dei sogni di futuro. «E' giusto, siamo figli di Don Bosco, un sognatore», commentò. E aggiunse: «Vedo rinascere Valdocco! Si tratta di una esperienza che bisogna far conoscere nel mondo. Me ne incarico io, che il mondo lo giro continuamente».