THAILANDIA L'attività nel Centro di Pakkred, presso Bangkok, con i giovani ciechi. Oggi nuotano e vanno in bicicletta, fanno sport e musica.
Si preparano al lavoro e alla vita i giovani non vedenti thailandesi. Imparano un mestiere, ma anche a leggere e scrivere, e a muoversi da soli con il bastone.
Passano in tandem, accompagnati da un pulmino di appoggio. I giovani sono quasi al termine di una gita di cento chilometri e pedalano con lena. Niente di particolare, si direbbe, tranne il fatto che i trenta ciclisti sono... ciechi. Vengono da Pakkred, vicino a Bangkok, dove si addestrano in un centro ricco di verde, con tanti fiori e un laghetto.
L'opera è stata fondata cinquant'anni or sono da una cattolica nordamericana cieca. Appartiene a una fondazione thailandese, ma diventata così inefficiente che stava per essere chiusa. Il nunzio apostolico monsignor Giovanni Moretti suggerì di affidarla ai salesiani.
In Thailandia - 200 mila cattolici su 60 milioni di abitanti, buddisti nella quasi totalità - i figli di Don Bosco non sono molto numerosi. Ma a Pakkred si trattava di giovani poveri e abbandonati nel senso pieno della parola. Altrove le Figlie di Maria Ausiliatrice curavano già un centro simile per le ragazze. I salesiani dissero dunque di sì e nel maggio del 1978 vennero in due. Gli inizi non furono facili. Abusi da eliminare, comunità da costruire con educatori e allievi abituati a tutt'altri sistemi, sorda opposizione sotterranea da superare, formazione da infondere per assicurare un futuro. Non era cosa da poco. Ma affidarono l'opera agli Angeli Custodi che ci sono anche per i buddisti, si raccomandarono all'Ausiliatrice nel cui mese avevano fatto l'ingresso, trasformarono la stanza migliore del loro appartamentino in cappella per avere il Santissimo a portata di cuore. E si diedero da fare.
Poco più di trenta giovani dai 15 ai 35 anni, diventati ciechi per incidenti stradali, malattia, abuso dell'alcol. Provenivano da famiglie che non sopportavano più in casa un elemento inutile e incapace, li inviavano gli oftalmologi dell'ospedale. Nel Centro potevano imparare falegnameria, un mestiere con cui - come constatarono subito i salesiani - non riuscivano poi a campare perché nessuno voleva assumerli.
Un sacco di esperimenti permise di individuare tre tipi di attività che promettevano bene e che, inoltre, si completavano mutuamente: orticoltura con allevamento di animali da cortile, artigianato a base di materiale locale, massaggio terapeutico. I giovani avrebbero dovuto abilitarsi contemporaneamente nelle tre professioni e, inoltre, dovevano imparare a leggere e scrivere con il braille, a muoversi da soli con il bastone, a nuotare, a viaggiare pedalando sui tandem, a fare sport e musica.
«Arriva un giovanotto che ha perso la vista perché la moglie gli ha sparato», racconta il direttore don Carlo Velardo. «Lo incontro subito. Gli chiedo: "Che cosa vuoi?". "Niente. Mi hanno portato. Voglio morire". Gli ho chiesto un mese di vita: "Per un mese farai quello che ti diciamo noi qui. Poi saremo noi a fare ciò che vuoi tu". Dopo quattro settimane era diventato un altro». Accanto ai due salesiani e ai dieci collaboratori abituali, intervengono psicologi ed esperti nel settore della mobilità. Il centro, da opera che doveva essere chiusa, si è trasformato nel fiore all'occhiello per la fondazione.
Nel corso appena finito c'era un giovanotto che, prima di diventare cieco, faceva l'insegnante. Ha moglie e bambini. Mettendo in pratica una tecnica abituale, si riuscì a convincere la famiglia di venirlo a trovare. Non si sarebbero immaginati mai, né lui né i suoi, che la visita fosse ricambiata. Invece è successo proprio così. L'insegnante cieco, che pochi mesi prima non riusciva a fare un passo da solo, seguendo le istruzioni di una mappa tattile ha preso il pullman giusto e, alcune ore più tardi, lo ha cambiato. Se lo sono visto arrivare in casa dopo un percorso di 400 chilometri!
Non tutti raggiungono questi livelli, anche perché sono pochi quelli che vengono con qualche preparazione. Quest'anno, per esempio, su una quarantina di allievi con età media di 29 anni, più di venti non erano mai stati a scuola. Rifiutati dalla famiglia, che non li sopporta più, hanno perso ogni speranza. «Non ci vedo, che cosa posso fare?».
Innanzitutto è urgente convincerli che hanno perso soltanto gli occhi, che tutto il resto c'è ancora. A poco a poco lo capiscono. Quando riescono a passare sull'asse che fa da ponte sul canaletto e a camminare tra le bancarelle del mercato della zona, bisogna incominciare a tenerli, o sarebbero sempre fuori.
In casa coltivano l'orto, curano galline e maiali, allevano pesci, si preoccupano della pulizia. C'è un solo bidello nel centro, il resto tocca a loro. Lavano i panni, stirano. Per il mangiare c'è un cuoco, ma chi vuole può andare ad aiutare in cucina. La gestione è di famiglia.
Poi gli incontri allo stadio nazionale per competere con altri disabili in diverse discipline sportive, due-tre mila persone sugli spalti, un tifo tremendo.
Le scuola è cosa seria. Specialmente quella di massaggio terapeutico. Imparano il tipo tailandese, che ottiene un grande successo. Anche qui si è dovuto sfondare, la società non aveva fiducia nel massaggiatore cieco. Finalmente la competenza dei ragazzi si è imposta e adesso il centro non riesce a prepararne in numero sufficiente per coprire le richieste. I visitatori sono sorpresi al trovarsi di fronte un gruppo di giovani allegri, che chiacchierano, giocano, cantano, fanno concerti. Li impressiona il rapporto sereno con gli educatori, la porta della direzione sempre aperta. In Asia l'autorità non invita alla confidenza, eppure qui è diverso. Allora capiscono che è arrivato Don Bosco! Lo ascoltano ogni sera, alla "buona notte" del direttore. E al sabato, nelle due ore di istruzione morale. Siccome sono quasi tutti buddisti, il salesiano parte da elementi della loro dottrina. Ma all'interno batte il cuore del "padre e maestro dei giovani".
Un giorno dopo l'altro, con la profonda penetrazione di cui sono capaci i ciechi, si accorgono che non si tratta soltanto di parole. A volte lo chiedono apertamente: «Senti, tu perché stai qui?». Una domanda che rivolgono anche i visitatori - e sono molti - quando finiscono il giro dei vari edifici. Se ne vanno convinti dell'efficacia del lavoro svolto e commossi dalla testimonianza di chi lo porta avanti. Una presenza che dura da molti anni ormai. Con risultati assai positivi, anche se non del cento per cento. La constatazione essenziale è che questi ragazzi vengono senza speranza e in alcuni mesi riscoprono il senso della vita, acquistano dignità personale, indipendenza. Persone che prima a casa erano relegate in un angolo, come inutili e persino dannose, adesso sostengono la famiglia. «Posso dire che al primo incontro li trovo morti e che lentamente risuscitano», conchiude don Velardo. E aggiunge: «Ecco il fatto più recente. Un ragazzo, secondo anno di università, per una atrofia ha perso la vista. Molto intelligente, con esperienza familiare un po' particolare. Tutto mi sarei aspettato da lui meno che piangesse. "Perché piangi?", gli domando. "Perché qui ho trovato un padre".