IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
L'età più difficile per l'occupazione sembra essere quella giovanile. Le statistiche, anche recenti, sono impietose.
Nel 1994, tra i giovani di 15-29 anni di età, la disoccupazione è stata del 24,6%. Le ragazze pagano ancor di più, poiché le disoccupate sono state il 29,1%, rispetto al 21,2 dei ragazzi. È curioso, sfogliando i dati dell'Istat, vedere come i tassi di disoccupazione sono alti per i giovani e vanno, invece, diminuendo con il crescere dell'età. Tra i 30 e i 39 anni la disoccupazione scende infatti all'8,7% e al 4,7% tra i 40-49 anni, per scendere allo 0,9% per i 65 anni e oltre.
PER I GIOVANI sembra esserci un periodo di grande parcheggio nella speranza di lavorare da anziani. Un vero paradosso. Se poi si considera l'accresciuta disperazione del Sud Italia dove la disoccupazione giovanile è doppia rispetto al resto del paese e si pensa ai tanti morti sul lavoro (oltre mille l'anno di cui moltissimi giovani), si conclude che il lavoro per i giovani è davvero un pane amaro. "Ad Alessio. Morto a 18 anni in un cantiere edile e a quanti hanno perso la vita a causa delle pesanti condizioni di lavoro". Non è una lapide, ma una dedica che apre una pubblicazione della GIOC (Gioventù Operaia Cristiana) sulla condizione lavorativa dei giovani.
SE NEL RAPPORTO TRA GENERAZIONI un patto deve essere sottoscritto in termini nuovi, questo è proprio sul lavoro. La mancanza di lavoro per i giovani è lo specchio della cattiva coscienza degli adulti, il simbolo della loro impotenza a edificare una città che sia dell'uomo e non del profitto. Il più delle volte, siccome l'età adolescenziale e giovanile è caratterizzata dal gioco e dalla crescita culturale e affettiva, la questione del lavoro viene rimossa. Tanto - è il pensiero corrente - i giovani di famiglie borghesi possono restare a carico dei genitori fino a 30 anni scegliendo anche di fare i "vitelloni". I figli dei poveri, è normale che vadano in cantiere o nelle manovalanze senza regole e leggi, vittime inconsapevoli di un precariato che li attanaglierà tutta la vita.
LA COSCIENZA DEI BENPENSANTI di rado è presa dal rimorso di dover convivere con una situazione di ingiustizia che ferisce quotidianamente migliaia di persone. Anche tra gli educatori non si prende sul serio quella parola di Giovanni Paolo Il che ha parlato del lavoro come di un diritto inalienabile della persona umana e della disoccupazione come della mortificazione più cocente della dignità dell'uomo. Tutto il discorso educativo risulterà certamente meno credibile o un castello costruito sulla sabbia se, alla fine del percorso educativo e scolastico, i giovani cadono nella bolgia della disoccupazione. Se davvero si volesse aprire un serio discorso, secondo le regole della condivisione e dell'equità, dovremmo mettere sul banco degli imputati un sistema che costringe i giovani a diventare vecchi prima di trovare lavoro. E invece quasi normale ormai, sentire che la disoccupazione cresce, che i giovani in parcheggio aumentano o che al Sud la criminalità riesce a reclutare manovalanza dalla primissima infanzia. Nuovo modello di sviluppo prima che ordine pubblico è la ricetta, per tornare a parlare in maniera credibile ai giovani che sono disoccupati. E per evitare una futura esplosione di quella "collera dei poveri" evocata da Paolo VI quando chiedeva ai paesi ricchi di riequilibrare l'accesso alle risorse del pianeta.