TERZOMONDIALI A TORINO In Italia cresce e si fa provocazione sociale il fenomeno degli immigrati. La risposta delle Figlie di Maria Ausiliatrice di Torino-Valdocco e via Cumiana.
L'immigrazione a Torino è dettata ormai quasi unicamemente dalla necessità della sopravvivenza. Una situazione che ogni giorno si fa emergenza.
«Gentile suor Maria, mi fa piacere confermarle la positività di Giorgio, ingegnere rumeno, che mi consigliò per l'assistenza a mio marito con sclerosi multipla, bisognoso di cure continue...». Così l'attacco di una tra le tante lettere ricevute dalla responsabile FMA per l'accoglienza terzomondiali. E il mittente continua specificando: «... Non nascondo la mia titubanza quando lei mi suggerì un 'uomo ingegnere' che aveva esperienze diverse da quelle che mi servivano. Giorgio, invece, si è dimostrato all'altezza della situazione. Non solo ha saputo svolgere questa attività con competenza, ma ci ha donato serenità, con poche parole e grandi silenzi. Nonostante la lontananza dalla famiglia e i suoi problemi, ha agito con grande dignità. Certamente non tutti saranno come lui, ma credo che anche se ci fosse un solo Giorgio in questa moltitudine di stranieri che ci fanno tanto discutere, dovremmo fare un attento esame prima di scartarli tutti». A piazza Maria Ausiliatrice 27, nel cuore della cittadella salesiana, e alla casa Madre Mazzarello di via Cumiana, non solo gli stranieri non si scartano, ma vengono accolti e aiutati.
«Da parecchi anni - conferma suor Assunta, di via Cumiana - alcune giovani peruviane vengono a domandare accoglienza in casa nostra. Non sappiamo chi le abbia indirizzate qui, ma ci siamo attivate per garantire un servizio. Attualmente giungono anche da Somalia, Costa d'Avorio, Romania, Nigeria...
Nella grande struttura scolastica con più di 800 alunni, le suore hanno ricavato alcuni ambienti per l'ospitalità di almeno 8-10 ragazze. Nel periodo che rimangono in casa, circa un mese, prendono lezioni di italiano, imparano a cucinare secondo le norme del nostro paese, perché dovendo poi lavorare come collaboratrici familiari o come assistenti di anziani, è necessario che sappiano sbrigarsi in modo adeguato.
«Alla domenica - spiegano le suore - c'è il grande rientro. Vengono qui per ritrovarsi circa 400/500 extracomunitari. Partecipano alla messa, celebrata in spagnolo. Molti si fermano per il pranzo, preparato secondo le loro tradizioni, e poi si trattengono nel pomeriggio a parlare, a condividere. I problemi di tipo economico, di salute o altro vengono affrontati insieme con le suore e gli amici».
Quelli che hanno già trovato lavoro e casa, gestiscono una cassa comune per rispondere alle varie emergenze. Ogni tanto si celebrano pure battesimi e matrimoni. Una brava catechista peruviana, sposata da poco con un italiano, segue le ragazze nella preparazione ai sacramenti. «E' un vero oratorio per tutta la famiglia - conferma suor Olga -. Partecipano giovani, genitori con i loro piccoli e, a volte, anche i datori di lavoro. Di tanto in tanto si organizzano gite in altre città o sui monti». Molte ragazze, durante la settimana, fanno un lavoro pesante nel prendersi cura di persone anziane, ma il più delle volte hanno anche la possibilità di un apostolato spicciolo tra la gente e in particolare con i loro assistiti. Fortemente toccante è la lettera-documento di una signora che ha affidato la sua vecchia mamma a una delle ragazze del VIDES Laurita di piazza Maria Ausiliatrice. «Appena la mamma ed Erminia si sono viste, si sono comprese con il sorriso ed è nata fiducia reciproca. Questo sentimento ha caratterizzato sempre il loro rapporto. Ogni volta che Erminia usciva per compere, la mamma le raccomandava di tornare presto e 1'attendeva sul balcone per sbracciarsi in saluti non appena rispuntava all'angolo della casa. Nella borsa c'era sempre una piccola sorpresa per la 'nonna' e, spesso, i fiori freschi da mettere davanti al ritratto del 'nonno'. Ogni volta che andavo da mia madre ed Erminia usciva per distrarsi, dopo poco la mamma mi chiedeva: Quando torna? Appena sentiva la chiave nella toppa sorrideva e allargava le braccia per accoglierla. Col trascorrere del tempo, la mamma aveva sempre più bisogno di Erminia sia materialmente che psicologicamente. Ed essa è sempre stata all'altezza della situazione. Ha saputo rinunciare alle sue uscite, per "stare con la nonna". Un pomeriggio si è coricata al suo fianco e l'ha tenuta abbracciata a lungo, poiché gli occhi della nonna erano tristi. Il giorno in cui Erminia non riuscì più a fronteggiare da sola la situazione, coinvolse il suo ragazzo. Quando la mamma è morta, Erminia era sola e, piangendo, le ha chiuso gli occhi. Alla sera è arrivato Toni e, accarezzando le mani della mia mamma, diceva: "Nonna, perché mi hai fatto questo?". Dopo poco è uscito ed è tornato con un mazzo di fiori».
«All'inizio è stato duro», dicono le suore responsabili delle due comunità che hanno aperto le porte agli immigrati. «Non è facile vincere le paure di una struttura umana da tempo abituata ai suoi ritmi e alle sue priorità. Sembrava impossibile armonizzare l'attività educativa con le esigenze dell'accoglienza agli extracomunitari. Poi, lentamente, le suore si sono lasciate coinvolgere e fanno da contesto intelligente al soggiorno di queste giovani donne sradicate dalla loro terra, senza punti di riferimento e a volte in estremo rischio di essere risucchiate dallo sfruttamento e dalla violenza. La consistenza dell'opera è andata aumentando in questi ultimi tempi. In tutte e due i Centri, si alternano circa 30 ragazze in un mese e 400 in un anno. I ritorni della domenica sono sempre più numerosi e si è allargata la rete delle conoscenze, ma anche dei problemi. Alla bacheca compaiono spesso avvisi in lingua spagnola: c'è chi segnala indirizzi utili, disponibilità di mobili, affitto di alloggi. C'è anche chi chiede aiuto per documenti, ricerca di persone, ecc. Spesso sono le stesse suore che, attraverso conoscenze, attivano una collaborazione tra parenti, exallieve, cooperatori. Quando si tratta di trasportare un materasso, di fare qualche telefonata, di trovare un'indicazione è più semplice. E invece più delicato il momento dell'ascolto o addirittura dell'intuizione di storie complicate, sofferte, senza infanzia. Oltre il problema della lingua, c'è quello di un'attenzione d'amore, di uno sguardo amico a cui non sfugge il pallore o la tristezza dell'altro.
«Quando vedevo M. - dice suor Maria - capivo che qualcosa non andava. Mi sfuggiva con lo sguardo. Mi sono fatta aiutare da un salesiano e, con l'aiuto di Dio, siamo arrivati in tempo. La stavano coinvolgendo in un giro di sfruttamento». Suor Assunta, di via Cumiana, sfoglia gli album di foto con tutte le ragazze che sono passate di lì. Sono già migliaia. «Non avrei creduto tempo fa, ma sono state loro a cambiarmi la vita», dice. «Prima il mio lavoro era chiuso, ripetitivo. Ora l'avventura inizia con il giorno che incomincia, ma è sempre una meravigliosa avventura. Anche tutta la comunità delle mie sorelle partecipa in vari modi e soprattutto sente di essersi rinnovata con questa presenza, che ha fatto della nostra casa la "dimora del noi". Siamo contente di aver concretizzato così i progetti del nostro istituto, attento alle giovani donne in difficoltà».