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di Giorgio Torrisi
«Le stragi del dopo discoteca non sono che la punta di un iceberg di problemi molto più gravi». Lo dice Jovanotti, il re del rap italiano.
Qualche mese fa un uomo si presentò all'ingresso di una discoteca frequentata dal figlio minorenne. Gli dissero: « I ragazzi preferiscono non far entrare persone di una certa età». Ma lui aveva pagato il biglietto e insistette per dare uno sguardo lì dentro, dove suo figlio avrebbe passato quattro ore. Alla minaccia che avrebbe parlato ai giornali e alla radio, lo fecero entrare. «Descrivere ciò che ho provato è quasi impossibile, solo chi vive dentro lo sa! Volume altissimo, luci psichedeliche incredibili, una coltre di fumo che arrossava gli occhi, musica dura e violenta, D.J. che accendevano e spegnevano fuochi. Uscendo mi sono chiesto: ma tutto questo inferno è ancora divertimento? E che ne è dell'udito dei nostri ragazzi?».
LE DISCOTECHE periodicamente diventano un "tema caldo". Qualche mese fa aveva riaperto il discorso don Mazzi. Ne parlò come di un fenomeno normale del costume giovanile. E cominciò proprio allora a raccogliere i fondi per aprire un ritrovo gigantesco, una mega-discoteca, un villaggio dei balocchi e nello stesso tempo un luogo di incontro per migliaia di giovani. Si diceva convinto che oggi lo avrebbe fatto lo stesso Don Bosco. L'ultimo rapporto IARD dice in realtà che più o meno solo un giovane su sette (il 15 per cento) va in discoteca ogni settimana. Gli altri ci vanno solo ogni tanto, una volta al mese o anche meno (il 43 per cento meno di una volta ogni tre mesi). Ma sono le corse pazze del sabato sera a far ritornare il discorso drammatico. Allora anche i quotidiani invocano le "istruzioni per l'uso", almeno un limite all'orario di chiusura. Cose che qualcuno propone da sempre. « Dopo le due di notte i bioritmi sono sfavorevoli », ripete Ermanno Battaglia, presidente dell'Associazione Genitori « E poi bisognerebbe farla finita con le discoteche-cattedrali di grande richiamo, e valorizzare caso mai locali più modesti, vicini a casa propria».
«SE NON CI FOSSERO LE DISCOTECHE i ragazzi starebbero per le strade», dice Bruno Cristofori, proprietario di due mega-discoteche, difendendo la sua categoria. « In nessun altro posto come in discoteca i giovani possono essere liberi e protagonisti ». Red Ronnie, da uomo di spettacolo, è invece pieno di riserve: « lo le discoteche non le amo e non le ho mai amate. Ma se vogliamo affrontare il problema delle stragi del sabato sera in maniera profonda, dobbiamo chiederci perché un ragazzo abbia bisogno di correre in macchina per sentirsi forte e perché beva per divertirsi. O perché prenda l'ecstasy per provare emozioni». E Jovanotti, che di queste cose se ne intende, individua le responsabilità: « I ragazzi per indole si sentono immortali e non si pongono il problema del pericolo. Ma un genitore che dà al proprio figlio una macchina che fa i 200 all'ora ha grandi responsabilità. Non si può credere che un diciottenne con una macchina simile, vada poi ai cento all'ora». Il quotidiano Avvenire, rispondendo a una lettrice preoccupata, si domanda «Chi gestisce quelle discoteche? Chi vi serve i superalcolici? ». E osserva: «L'impressione è che molti giovani vadano in discoteca non per convinzione, ma per mancanza di alternative, per moda, per conformismo. La discoteca è nulla, zero, un frullato di vuoto, una mega-anestesia».
È VERO, NON TUTTI I GIOVANI vanno in discoteca, ma tutti sentono il bisogno di evadere, di ritrovarsi, di vivere esperienze giovanili. La discoteca in qualche modo è diventata oggi il simbolo della problematica giovanile. «Abbiamo bisogno di esagerare: lasciateci vivere, aria!», hanno detto gli adolescenti francesi a Jacqueline Remy che li intervistava per l'Express. Non sono quindi in gioco solo le "notti bianche": è il fenomeno giovanile che va guardato con occhio diverso. «Ai ragazzi "cattivi" bisogna restituire il padre, altrimenti diventeranno adulti violenti», scrive Pietropoli Charmet (Un nuovo padre, Mondadori). Che tradotto in linguaggio quotidiano significa: anche oggi i giovani sono giovani, ma ciascuno faccia la sua parte: la famiglia, la scuola, la società; e gli animatori ecclesiali con i loro centri-giovanili.