SPECIALE ELEZIONI E' l'argentino don Juan Edmundo Vecchi l'ottavo successore di Don Bosco. E' stato eletto il 20 marzo dall'assemblea internazionale riunita per il Capitolo generale.
Per i prossimi sei anni sarà don Juan Vecchi, 64 anni, a guidare i salesiani nella loro attività tra i giovani. Aveva 40 anni quando nel 1972, quasi 25 anni fa, entrava a far parte del Consiglio generale, prima "Regionale" per il Sudamerica\ Atlantico, poi per ben dodici anni come Consigliere generale per la pastorale giovanile. Infine nel 1990 fu eletto vicario del rettor maggiore e furono gli anni più difficili, quelli della malattia di don Viganò e del periodo della transizione.
Don Juan Edmundo Vecchi è nato a Viedma, in Argentina, ed è dunque il primo rettor maggiore non italiano, anche se i suoi genitori, Albino e Maria Monti, sono emiliano-romagnoli (di Boretto, Reggio Emilia il padre; di Montescudo, Forlì, la madre).
Subito dopo la sua elezione del 20 marzo, siamo riusciti a incontrarlo e a fargli le prime domande a nome dell'intera Famiglia Salesiana.
Don Vecchi, una domanda d'obbligo: cosa si prova ad essere l'ottavo successore di Don Bosco? Se lo sarebbe aspettato quando muoveva i primi passi nella vita salesiana?
«Si naviga in un mare nuovo! Non me lo sarei mai aspettato, né nei primi anni della mia vita salesiana, né in questi ultimi! E si prova un attimo di disorientamento. Certo, ogni salesiano in qualche modo impersona Don Bosco, ma il dovermi confrontare con lui in questa forma, richiede uno sforzo spirituale notevole...».
Il 2000 è a un passo da noi. Quale spazio per una congregazione che ha già sulle spalle quasi un secolo e mezzo di vita?
«Il nostro spazio è il mondo intero. Dove c'è gioventù, c'è posto per i salesiani. Entriamo nella nuova evangelizzazione del 2000 con un interesse specifico per i problemi dei giovani, che sono diventati vasti e diversificati in modo preoccupante. E' la nostra specializzazione e missione».
Ci può raccontare qualcosa della sua famiglia? Quali sono le sue radici? E com'è nata la sua vocazione salesiana?
«Mia madre è andata in Argentina all'età di due anni, con i miei nonni. Mio padre nel 1908, con altri due fratelli, per lavorare in una piccola impresa che avevano già in Argentina dei nostri parenti. Sono cresciuto a Viedma, in una famiglia di sette fratelli. La mia vocazione è nata quasi per connaturalità. Sin dalle classi elementari sono andato nel collegio salesiano di Viedma come esterno. La casa salesiana era la "piccola Valdocco", la sede di monsignor Cagliero. L'opera appariva completa: scuola, oratorio, molte attività, teatro e musica, scout (lo fui anch'io!). C'era anche un giornale per la città, il "Flores del Campo". Il contatto con i salesiani mi aveva conquistato e quando giunse il momento di prendere una decisione, qualche salesiano mi fece l'invito a pensarci e io mi aprii alla vita salesiana con discreta facilità. Vorrei aggiungere che ho avuto parenti salesiani, tra gli altri due cugini di mio padre di nome Zatti (uno è il servo di Dio Artemide Zatti, ndr), una suora, anche lei di nome Zatti, Figlia di Maria Ausiliatrice, qualche sacerdote del clero secolare, un sacerdote cappuccino...».
I giovani cambiano presto, disorientati in questa società. Quali risposte pastorali? C'è più bisogno di ricupero o di prevenzione?
«E' voce comune che la prevenzione sia il miglior intervento: in famiglia, nella istruzione scolastica, nella prima educazione. Naturalmente anche con il più grande sforzo educativo, non tutti i ragazzi riescono a percorrere il loro cammino indenni. E allora si deve pensare al ricupero ai vari livelli, per non lasciare che le cose diventino irrecuperabili. Ma oggi il ricupero non si fa solo nelle case specializzate: c'è ricupero anche nelle normali istituzioni educative, soprattutto negli ambienti meno formali, come nel centro giovanile».
Salesiani. Una presenza sempre più vasta e sempre meglio inculturata. Don Bosco si è fatto africano, si dice, ma si è fatto anche indiano e prossimamente cinese. Come muoversi oggi con una presenza così vasta e articolata?
«La Congregazione ha una articolazione di responsabilità e di possibilità di iniziativa che è molto ben collaudata e decentrata. Il Rettor Maggiore con il suo Consiglio presiede a 89 Circoscrizioni, ciascuna con una sua responsabilità sul carisma e sullo spirito di iniziativa nella zona in cui opera. In questo quadro organizzativo giova molto il progresso nella comunicazione (internet, e-mail, lo stesso fax...), che ci permette di entrare in contatto anche quotidianamente con le varie aree».
C'è un filo rosso che lega tanti religiosi e laici che si ispirano a Don Bosco e alla sua spiritualità. Cosa vuol dire a coloro che sono in attesa delle conclusioni di questo 24° Capitolo generale?
«Siamo a uno snodo nel cammino dei salesiani. Si può pensare all'evoluzione avvenuta dagli inizi ad oggi. Al momento presente sono cresciuti gli spazi di collaborazione e abbiamo preso coscienza che la radice di un nuovo rapporto è la nostra spiritualità. Penso che oggi tutti i fili siano venuti al nodo e noi veramente possiamo pensare a un progetto comune in cui i religiosi possano offrire il dono della loro vita consacrata, ma non di meno i laici possano portare la loro esperienza e la loro professionalità laicale. Tutti collegati a Don Bosco e alla sua missione giovanile».
E infine una domanda interessata: continuerà a tenere la rubrica del Rettor Maggiore sul Bollettino Salesiano?
«Certo. E' un appuntamento mensile con tanti nostri amici, che non intendo interrompere».