LETTERE

SERVIZIO MILITARE O SERVIZIO CIVILE? Una realtà che ha diviso i lettori. La nostra rubrica questa volta apre tutto lo spazio alle loro opinioni.

HO DIFESO LA PATRIA. «Da moltissimi anni ricevo il BS e scrivo in riferimento all'articolo apparso sul n. 5 del maggio 1995. avente per titolo "Invece del servizio militare" di Antonello Ronca. È la seconda volta, in un periodo di tempo abbastanza breve, che si dà risalto a chi svolge il servizio civile. Secondo il mio modesto parere ci sarebbe l'opportunità di dare lo stesso risalto a chi fa il proprio dovere in difesa della patria, svolgendo il servizio militare. Chi scrive ha avuto l'onore di servire la patria arruolato nelle truppe alpine e oggi è fiero di essere il padre di un alpino attualmente sotto le armi. I nostri soldati sono accorsi in difesa di popolazioni che ne avevano necessità, in Libano, in Somalia e in altre località, dove purtroppo le belle parole e la buona volontà di tanti dovevano avere il supporto di qualcuno che impugnasse un'arma. Papa Wojtyla in occasione di una visita alla Cecchignola nel 1989, ebbe a elogiare il servizio militare ritenendo giusta la difesa della patria dagli attacchi esterni; che dire di Teresio Olivelli, ufficiale delle truppe alpine eci eroe della resistenza, morto in campo di prigionia per il quale è in corso la causa di beatificazione`? Con tutto il rispetto per coloro che veramente scelgono di essere obiettori e operano in aiuto dei più bisognosi. potrei citare diversi esempi di taluni che hanno fatto questa scelta per convenienza e sono addetti a fare i centralinisti o cose del genere presso la sede di un municipio o svolgono mansioni di tutto riposo presso enti o associazioni». Paolo Calzi, Berceto (Pr)

NESSUNA SCAPPATOIA. «In riferimento alla lettera: "Obiettori e servizio alla Patria", pubblicata sul BS di giugno, non posso non intervenire con forza in difesa della obiezione di coscienza e del servizio sostitutivo civile. Si afferma che gli obiettori sono delle persone che "rifiutano e vanno in cerca di puerili scappatoie, perché la disciplina, l'ordine, il rispetto. le leggi, la fedeltà danno noia". Sono uno studente universitario. profondamente cattolico, e sono obiettore di coscienza in servizio civile presso una cooperativa che si occupa del recupero di minorati psicofisici e dei tossicodipendenti. Il lavoro è impegnativo e non ritengo affatto di avere scelto una comoda scappatoia al servizio militare. Ho preferito impegnare un anno della mia vita venendo in aiuto a chi veramente ne ha bisogno, piuttosto che stare in una squallida caserma e avere l'impressione di lavorare per un enorme apparato a servizio della guerra. Ho preferito rendermi utile con gli handicappati e gli emarginati piuttosto che sostenere gli interessi dei militari. Ed è semmai a chi è disposto ad imparare a uccidere e a essere ucciso, e a chi pretende di insegnarglielo, che andrebbe chiesto quali siano i suoi "profondi" convincimenti morali, religiosi e filosofici». Manuel Fabrizio Sirignano. Napoli

UNA CONQUISTA DI CIVILTA. « Ho 22 anni e svolgo. attualmente, il servizio civile sostitutivo di quello militare. Due sono le ragioni che mi hanno spinto a contattare la vostra redazione e ambedue nascono dalla lettura che, da qualche tempo, mi piace fare del Bollettino Salesiano: 1) gradirei ricevere il vostro mensile per continuare ad avere informazioni utili anche quando non sarò più in una comunità salesiana. 2) Ho letto sul numero di giugno la lettera dal titolo "Obiettori e servizio alla Patria" e sono rimasto sbigottito dinanzi a tanta prepotenza ideologica. Credevo che la nostra civile società avesse raggiunto un grado di maturazione tale da evitare simili argomentazioni. Non corrisponde certo a verità il fatto che molti giovani chiedono di svolgere il servizio civile solo per evitare quello di leva; come è altrettanto discutibile l'affermazione che lo stesso servizio civile sia improntato sul l'anticostituzionalità. Ritengo inoltre che l'obiettore non sia "contrario a ogni regola di buon costume" e meno che mai manchi di rispetto alle cosiddette "autorità precostituite", le quali, in gran parte, considerano il tempo del sci-vizio miliare di leva come un periodo nel quale spadroneggiare sui giovani, e questo è inammissibile in un paese in cui vige lo stato democratico. La cronaca. del resto, ci ha dato, in un passato non troppo remoto, delle sconcertanti notizie in proposito. Questa non è certo disciplina! Tutti sanno invece quali lodevoli attività svolgono gli obiettori: animazione negli oratori, sostegno nelle case-famiglia e nelle comunità di ricupero tossicodipendenti, aiuto negli ospedali, man forte nella protezione civile, nella difesa dell'ambiente e altro. Se questo non è impegno, mi si dica cos'è! L'obiezione di coscienza, e per riflesso il servizio civile, è una conquista della nostra civiltà e come tale va difesa e sostenuta ». Roberto Romeo. Messina

UNO SU UN MILIONE. « A proposito della rubrica "Lettere", interessante perché, oltre a essere informativa, è anche istruttiva, noto che forse sarebbe utile commentare o dare una risposta a tutte le lettere e non solo ad alcune. A proposito di "Obiettori di coscienza e servizio alla Patria" (BS di gennaio e di giugno), va ricordato che il numero di coloro ai quali veramente ripugnano le armi è esiguissimo, meno dell'uno su un milione (sì e no 8 per tutta l'Italia): tutti i rimanenti "obiettori" sono solo dei furbastri che ipocritamente "ci marciano", come suol dirsi in romanesco. Anni or sono, infatti, quando spuntò questo singolare fenomeno, i controlli per l'accertamento sull'autenticità dell'obiezione di coscienza erano rigorosissimi: adesso invece basta dir semplicemente "sono obiettore" e subito si è riconosciuti come tali. Il Cardinale Martini ha detto che gli obiettori "sono i giovani migliori": per fortuna il nostro arcivescovo castrense, mons. Marra, arrampicandosi sugli specchi e con acrobatica dialettica ha ridimensionato l'incauta e iperbolica definizione dell'arcivescovo di Milano! Purtroppo - e non è un mistero - si sta facendo di tutto per la disintegrazione delle nostre Forze Armate, forse una delle poche istituzioni ancora sane, integre, vegete e salde, cercando di minarne l'alto prestigio di cui hanno sempre goduto: nel pubblico è andato così diffondendosi sempre più un sentimento di avversione verso la vita militare. Sintomatica la risposta di un giovane diplomato consigliato a concorrere per l'ammissione in Accademia: "Vita militare? Per carità! Alla larga! Mai e poi mai: lì c'è disciplina!" Voglia perdonare questo mio sfogo; ma può facilmente immaginare la tristezza che ci procura lo sfasciante e turpe andazzo di queste nostre italiche vicende». Francesco Stippelli, maggiore generale arma aeronautica, Roma

LA CHIESA NON TACE. «Sono un cattolico praticante. Lo dico per chiarire la mia contestazione. Aspettiamo da decenni da parte del Papa e della Chiesa una parola di simpatia e di incoraggiamento verso i giovani che scelgono il servizio civile, ma non arriva. Siamo tanti a volere che questa nobile e cristiana scelta, fondata sull'utopica aspirazione a eliminare gli eserciti sia ufficialmente incoraggiata. Come mai questo silenzio?». Francesco Rebora, Campomorone, Genova Ricordiamo che quando le lettere sono troppo lunghe, siamo costretti a ridurle, anche se facciamo del nostro meglio per non tradirne il contenuto. Invitiamo poi il signor Francesco e gli altri a leggere il n. 2311 del Catechismo della Chiesa Cattolica; e soprattutto il nuovo Catechismo degli adulti della CEI, dove si dice: «...risalta il significato educativo che può avere la scelta degli obiettori dì coscienza di testimoniare il valore della non violenza sostituendo il servizio civile a quello militare, senza peraltro recare pregiudizio al valore e alla dignità del servizio dei militari quando operano come "servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli"» (La verità vi farà liberi, n. 1040). Si è appena concluso il 1995, "Anno della tolleranza". Crediamo che in questo spirito diventi importante rispettare la libertà di coscienza di ciascuno e dare ai due servii uguale dignità e considerazione sociale. Ma anche pari trattamento giuridico.

BS DOMANDA

«Avete parlato dì bioetica (cf. BS/febbraio). Tutto bene. Ma mi pare che meritasse un po' di attenzione anche una realtà collegata con la vita: quella dell'eutanasia. Ogni tanto si sentono delle statistiche dal nord Europa che fanno rabbrividire» (Marilena Scarpa, Udine).

Risponde Alessandro Risso (*).

E' vero, non solo il primo istante di vita, il concepimento, suscita tanti problemi etici, ma anche l'ultimo, la morte. Al convegno "Homo vivens est gloria Dei", tenutosi in Vaticano, ha impressionato il dato sull'eutanasia in Olanda, dove non è penalmente perseguibile il medico che la pratica con il consenso del malato: 25 mila ogni anno, un decesso su cinque. Ma anche in altre parti d'Europa l'eutanasia a volte ha delle impennate d'interesse preoccupanti. Chi accetta l'idea della "dolce morte" la giustifìca come estremo rimedio alla scomparsa della speranza, agli spasmi del dolore, alla disperazione dell'abbandono. Diventa una "morte pietosa", che spesso i familiari, i figli stessi del malato, desiderano per evitare un'agonia o per accorciarla. Malgrado ciò il giudizio morale sull'eutanasia è netto: la morte non deve essere cercata o procurata in nessun modo, va solo accettata come inevitabile. Identica consapevolezza deve limìtare il cosiddetto "accanimento terapeutico": l'ineluttabilità della morte di fronte all'impiego di crine insistite non più in grado di dare dei rìsultati. Il confine è sottile, ma la condanna dell'eutanasia deve essere netta: ogni scìvolamento dal rifìuto del principio a una valutazione sulla qualità della vita va espresso sul nascere: interrogarsi "sull'esistenza non più degna di essere vissuta" rischia dì scivolare per chine mostruose. Le ìnfermiere austriache che uccìdevano con iniezione letale nel sonno i vecchi malati che "rompevano", il portantino italiano che accelerava la morte di ricoverati in coma per intascare la mazzetta da imprese funebri, le rapìde mortì seguite da poco chiari espianti dì organi, non sono fantasie da lìbro giallo, ma cronaca. L'eutanasia ai malati terminali, poi aì pazzi nei manicomi e agli handicappati gravi "che costano alla collettività" senza trarne beneficio - per arrivare a chi è mìsero, "inferiore" per razza, o non corrispondente a modelli prestabiliti - non è fantascienza. È storia. Di questo secolo. Nella civile Europa.

(*) Autore dell'articolo pubblicato nel numero di febbraio.