OSSERVATORIO

Suor Luigina di "Terra Mia"

di Maria Antonia Chinello

Da cinque lavora a tempo pieno tra i giovani in difficoltà di Torino. Rispondendo alle nostre domande, ci rivela i motivi della sua scelta.

«Da sempre mi sono sentita interpellata dai più poveri. Le mie radici sono quelle di una grande famiglia montanara. Vita essenziale, sana, tanto affetto. Poi è venuta la voglia di dedicarmi a Dio e ai giovani», dice suor Luigina Cristina, 50 anni, da cinque coinvolta in una doppia appartenenza: la comunità religiosa della Figlie di Maria Ausliatrice e il centro di recupero dei tossicodipendenti della cooperativa "Terra mia". Racconta: «Lavorando alla periferia di Torino mi sono sentita provocata dall'emarginazione che avevo sotto gli occhi ogni giorno e cinque anni fa sono entrata a tempo pieno come educatrice a "Terra mia". All'inizio ho fatto un po' di fatica a conciliare la mia vita religiosa con questa appartenenza. In comunità mi sentivo un po' estranea, perché non riuscivo a partecipare sempre ai momenti di incontro. Dato che per motivi di convenienza, quando vado al centro di recupero non metto l'abito religioso, venivo guardata da qualcuno con meraviglia e magari un po' ignorata».

Come vivi la tua giornata?

«Garantisco la mia presenza nel centro di recupero alternandomi con altri educatori. La cooperativa è costituita da tre diverse comunità e raggiunge in totale una sessantina di giovani. In questo periodo sto in un appartamento con 10-12 ragazzi e ragazze. Qui si attua la prima accoglienza e il lavoro non è facile. Ci vuole fermezza, lucidità e onestà nei rapporti. Tu non puoi barare. Sei continuamente a confronto con gente che ti scruta e non vuol sentire parole, ma trovare una vita per cui valga la pena di cambiare. Per tre notti dormo al centro di recupero. Nelle ore libere ritorno nella comunità religiosa. L'intervento formativo non può essere sporadico o affrettato. Per poter incidere deve avere continuità e deve essere preparato da incontri e dall'acquisizione di competenze».

I pareri sulle comunità di recupero sono discordanti. Tu che cosa ne pensi?

«L'esperienza vissuta in anni di contattto con la vita di molti ragazzi, mi ha convinta che in ogni storia e dietro ogni volto di chi si rivolge alla comunità si nascondono problemi e sofferenze profonde. Non è sufficiente rimuovere le conseguenze e il ricordo lasciati dall'eroina perché tutto ritorni normale. Occorre andare più in profondità: curare e guarire ferite che il tempo forse ha sepolto ma non cancellato, riportare la persona a un equilibrio e una serenità mai prima sperimentate, colmare lacune e vuoti che fanno soffrire. La comunità, secondo me, può fare tutto questo perché offre ciò che nella vita c'è di più prezioso: persone che cercano di accogliersi e di volersi bene, esperienze di vita buona e solidale, dove ognuno può ritrovare senso e speranza, stile di vita in cui trovano pieno riconoscimento tutte le dimensioni della persona, spazi e tempi per il confronto con operatori competenti. E' un cammino difficile ma coinvolgente. E sono i ragazzi stessi a valutarne i vantagggi, a coglierne i frutti. La comunità è una grande occasione che, per poter essere vissuta autenticamente, deve avere l'assenso e la fiducia dei ragazzi stessi. Non si "acquista a scatola chiusa". La comunità è proposta, richiesta e anche rinuncia».

Ti senti sola nel tuo lavoro?

In Italia le FMA che si occupano di tossicodipendenza sono soltanto due. I salesiani sono già un buon gruppo e spesso possiamo confrontarci. Non mi mancano gli aiuti dagli operatori di questo settore. Anche se non appartengono al nostro istituto hanno una forte carica educativa che risponde alle mie esigenze e ai miei dubbi. Penso che bisognerebbe integrare di più questa esperienza un po' atipica nel cuore della progettazione educativa istituzionale. Ne deriverebbero reciproci vantaggi.