COSTA D'AVORIO Figlie di Maria Ausiliatrice e salesiani lavorano nella parrocchia San Francesco d'Assisi, alla periferia di Abidjan.
Al Villaggio Marie Dominique l'anno scolastico è al primo rodaggio. I giovani approdano qui portati dall'incertezza, in cerca di lavoro e di casa.
Sullo sfondo i grattacieli di Abidjan sembrano irreali. Là è la grande ville, la città del sogno, la Venezia dei tropici, distesa sulla laguna. Ma lungo le strade di Koumassi ci sono case di una stanza e, se ci si avventura a piedi tra i vicoli del quartiere, si scopre che forse la parola casa è troppo grande.
E' qui il mio primo impatto con la gente della Costa d'Avorio, in un caldo giorno d'estate. Qui abitano 300 mila persone, in gran parte esuli dal Burkina Faso, dal Ghana, dal Mali. In cerca di lavoro, di stabilità, di pace.
Koumassi è un quartiere coloratissimo, a ridosso dell'aeroporto, delimitato da una delle grandi arterie che lo collegano al centro di Abidjan. Ma basta inoltrarsi nel quartiere e percorrere qualche strada per incontrare un altro mondo. La gente vive praticamente sulla strada. I muezzin ritmano il tempo del giorno, da prima dell'alba fin dopo il tramonto. Alle sei la prima luce e la vita si accende di rumori e di colore. Allora la gente comincia a riversarsi sulle strade.
Lungo la strada si vende di tutto: dalla frutta alla carne arrostita. Del resto basta un pezzo di legno come tavolo e qualcosa per proteggersi dal sole per mettere in piedi un punto-vendita. Il mercato vero e proprio è indescrivibile: bisogna conoscerlo per non perdersi tra un banco e l'altro e non cadere nelle innumerevoli buche. Già perché qui il comune non ha previsto nessun servizio e lungo le strade scorrono rivoli scuri e maleodoranti. La laguna ci arriva con acquitrini malsani dove la malaria imperversa.
Sulla strada, di giorno, ci sono gli incontri, le amicizie, le soste al riparo di strisce d'ombra. Sulla strada, la sera, i bambini si insaponano e si sciacquano, mentre le mamme, poco più in là cuociono il riso o le pannocchie sul fuoco. A qualunque ora del giorno i ragazzi ti corrono incontro gridando "ma soeur" (mia suora), e se intuiscono un obiettivo fotografico sono subito in posa per esibire uno di quei loro magnifici sorrisi. Ma girare per la bidonville del quartiere, che si estende dietro il villaggio Maria Domenica con una macchina fotografica, mi sembra un gesto violento. Si vede solo grigio antracite: tutto è nero e non basta il sole dell'equatore a dare un tocco di allegria. Ancora una volta solo i bambini riescono a sorridere, a giocare con le macchinine costruite con le lattine vecchie, a rubarsi una gomma bruciacchiata da far correre.
«Cosa possono fare tre suore in un ambiente in gran parte musulmano, in mezzo a una babele di lingue?», chiedo a suor Laura, una romana vivacissima, che riesce a scambiare quattro parole anche in burkinabé. «Abbiamo cominciato a venire nella bidonville tutte le domeniche. Ci ha guidate Agnes, una giovane che conosce le abitudini e la lingua della gente. Ci siamo fatte conoscere un po' per volta. Abbiamo incontrato soprattutto le donne. Le abbiamo ascoltate. Era inutile fare progetti di intervento senza sentire quello che volevano, quello di cui hanno bisogno. E' un lavoro lungo. Ma forse qui ci possono venire solo le suore. Un prete fa più fatica, anche perché i musulmani non accettano che un uomo rivolga la parola alla sua donna».
Mentre camminiamo, i bambini si aggrappano al vestito: mi toccano per vedere se sono di plastica, così bianca come sono. E il cuore è stretto. Come si può crescere nella polvere grigia di queste catapecchie affollate? Le ragazze sono quasi tutte analfabete. Bisogna cominciare presto a racimolare qualche soldo vendendo acqua gelata, arrostendo pannocchie, vendendo qualunque cosa. Scambiamo poche parole con le donne.
Il Villaggio Maria Domenica confina proprio con questa zona di Koumassi dove si ammassano i rifugiati. Era un prato, solo due anni fa. Ora c'è una casa chiara, su due ali, pronta ad accogliere il centro giovanile, corsi di alfabetizzazione, un centro di promozione femminile, piccoli stands per vendere i prodotti, e un foyer per ragazze sole o in difficoltà. Nessuno poteva sperarci, neppure madre Marinella Castagno che aveva seminato qualche medaglia di Maria Ausiliatrice, pregando che le trattative andassero in porto.
Il 1993 era passato cercando terreni e padroni e finendo sempre in un intrico di problemi. Ormai le suore si erano rassegnate a comprare due piccoli appezzamenti, uno per la casa e uno per il centro di promozione. Ma il prato del sogno era sempre lì: non troppo lontano dalla parrocchia, non troppo lontano dalla casa dei salesiani. Tra i più poveri. Suor Bernarda, una spagnola intraprendente, e suor Laura non volevano darsi per vinte. Cullavano la speranza di arrivarci, ma non si illudevano troppo, avendo ormai pratica degli infiniti dedali della burocrazia, anche africana. Puntuali, i Santi del cielo sono arrivati.
«Avete bisogno di qualcosa?». La domanda le colse di sprovvista. Erano capitate all'incontro degli organismi non governativi per caso. Uno dei casi della Provvidenza. E quella signora dall'età indescrivibile veniva loro incontro, quasi intuendo i progetti, tutti nel cassetto, perché non c'era l'ombra del terreno. Madame de Corssou, moglie del console francese, dal febbraio 1994, fa parte della storia del Villaggio Maria Domenica. E' una di quelle donne che non si fermano di fronte a niente, che tempestano i grandi senza lasciar loro troppo tempo per decidere. «I poveri non possono aspettare». Tra donne della stessa tempra l'intesa è stata spontanea. Alcune domande precise. Alcune intuizioni che sembravano irrealizzabili. E' bastato questo a far scatenare le domande e i progetti. Il grande terreno sognato è stato concesso dal comune. In un anno, con l'appoggio della cooperazione francese che ha finanziato l'opera, sono sorte le prime due ali della casa, tanto da poter avviare l'attività scolastica.
Le Figlie di Maria Ausiliatrice, oggi, sono l'unica congregazione religiosa femminile riconosciuta dal governo come organismo non governativo. Possono intraprendere qualsiasi attività a favore dei giovani e delle donne della Costa d'Avorio.
«Qui sorgerà un salone polivalente». «Qui, vicino all'entrata, ci sarà un maquis, cioè un piccolo punto-ristoro e la boutique». Permetteranno alle ragazze di vendere i prodotti. «E laggiù il foyer». Suor Laura mi mostra quello che ancora non c'è dentro il grande muro di cinta, ma che è stato studiato fin nei minimi particolari.
La processione di ragazze e ragazzi, che vengono a leggere la grande bacheca con le attività dell'anno è continua. «E per chi ha più di vent'anni?», chiedono molte donne, con bambini sulla schiena. «Anche noi vorremmo imparare a leggere e a scrivere o a fare qualcosa». Anche i ragazzi reclamano. Per fortuna per loro c'è il Centro Don Bosco.
Molti chiedono «Chi è don Bosco o chi è Maria Domenica?». «Vieni. Ti racconteremo», è l'immancabile risposta. Già. Perché a Koumassi il carisma salesiano è tutto da impiantare. E il quartiere è grande. Le forze poche, calcolando il numero dei giovani. Ma alla speranza non si può tarpare le ali.