TESTIMONI

di Mario Valente

La cronaca di un dramma che ha insanguinato il Rwanda.

JACQUES NTAMITALIZO

Padre Jacques, 60 anni, nell'omaggio ammirato del suo superiore. Un rwandese di origine hutu, ha salvato dalla morte numerosi tutsi, prima di venire assassinato in Burundi.

Arrivammo verso le 10 del mattino, davanti al piccolo cancello. Era ben chiuso, con catenaccio. D'un tratto, padre Jacques uscì sul cortiletto antistante la casa. Vedendoci, il suo volto passò dal serio, quasi cupo, al sorriso più lumìnoso. Nella sua evidente sorpresa s'intrecciavano incredulità e gioia. «Benvenuti! », mormorò aprendo con calma il cancello, e poi, senza alcuna impazienza, un «finalmente! », seguito da lungo silenzio, mentre riservava ad ognuno di noi il suo poderoso e solenne abbraccio fraterno, di stile rwandese...

Padre Leopoldo e io eravamo venuti fin là da Goma, nello Zaire, attraversando dal sud al nord tutto il Burundi. Era il 25 giugno 1994. Da due mesi e mezzo, il Rwanda era preda di diabolici massacri. Nelle ultime settimane la guerra stava scendendo ormai verso il sud del paese. Ferma da qualche giorno a Gitarama, si sentiva però che presto essa sarebbe giunta a Butare. Noi evitammo la città e ci dirigemmo direttamente, attraverso gl'innumerevoli posti di blocco, verso il quartiere periferico di Rango.

Grazie alla presenza ininterrotta di padre Jacques, restava là l'ultima nostra casa del Rwanda che non fosse ancora distrutta o abbandonata. Saltuariamente padre Danilo vi passava, arrivando da Bujumbura con i convogli della Caritas. Ma abitualmente, P. Jacques restava solo. Cosicché quel giorno fu festa per lui! Aveva tanto da raccontare, e lì c'erano ora due fratelli pronti ad ascoltarlo... Già! Quanti epìsodi drammatici si erano susseguiti in quelle dieci settimane! Eppure, tutto si era sempre risolto bene. «Grazie a Maria Ausiliatrice! Sì, certo», ripeteva Jacques a pìù riprese, scrìvendolo poi anche in una lettera, «è grazie a Maria Ausilìatrice che io sono ancora vivo». E insisteva, quindi, come se sentisse in me il dubbio: « lo ci credo veramente! Bisognerà fare qualcosa qui a Rango, quando sarà possìbile, per ringraziare la Madonna di Don Bosco, della protezione assìcurata alla casa e alle persone che l'hanno abitata con me... ».

NON È FORSE UN MIRACOLO?

«Ascolta! Un giorno del mese d'aprile scorso - erano le prime settimane della caccia all'uomo - un gruppo di giovani, piuttosto adulti, ha ìnvaso la casa. Devono perquisire, perché di sicuro io nascondo armi, dicono loro. Due ore dura la sarabanda. Io li seguo "tranquillo", poiché non c'è nulla, penso ìo, che possa farmi accusare da loro. Ah, sì, c'è il fucile da caccia nella camera di Danilo. Ma non è un problema. Lo portano comunque via, ìnsieme con altre cose di una certa importanza, che rubano qua e là, nelle camere, nel refettorio, nella cucina. Stranamente, una parte delle cose rubate mi sarà poi riportata qualche ora più tardi. Non distruggono niente. Ma, dopo altre minacce, se ne vanno. Finalmente solo! Comiucio a respirare meglio... e a ringraziare Dio. D'un tratto però, mentre, dopo aver rinforzato la chiusura del cancello, ridiscendo verso la cappella, vedo sulla mia sinistra una porta che comincia ad aprìrsi cautamente. Una porta davanti alla quale i visitatori, a più riprese, erano passati senza mai decidere di aprirla. Una porta, per altro, ben visibile sul cortiletto, e facilmente accessibile, tra la cucina e il refettorio».

Mentre Jacques ci parlava, seduti alla tavola da pranzo, io fissavo appunto quella porta e il piccolo locale a cui essa dava accesso: un gabinetto... Ma Jacques proseguiva già con ìl suo racconto: «Qualcuno mi stava guardando attraverso la stretta apertura. Poi, assicuratosi che io fossi solo, un uomo esce, seguito da una donna, e un'altra ancora, e poi due bambini... Cinque persone rinchiuse in un bugigattolo di poco più di un metro quadrato... Per ore ed ore... Certamente in preda all'angoscia e forse alla disperazione, ogni volta che qualcuno si avvicinava alla porta. Gente che io conoscevo, ma che pensavo gìà lontana dalla mia casa. - Ma, cosa fate là? - quasi grido loro. - Non sapete che è morte sicura, per voi e per me, se vi trovano qui?! ... - Padre, qualcuno ci ha protetti. Forse per proteggere te... E quindi mi raccontano come il capo banda - la cui voce essi ben conoscevano, - si fosse effettivamente avvicinato alla porta, come se volesse aprirla. Era rimasto qualche istante in silenzio, mentre essi avevano trattenuto perfino il respiro. Quìndi se n'era andato, avvertendo che tutto era in ordine... Non è forse un miracolo?! ». «Certamente, caro Jacques! », conclusi io.

«MALEDETTO CHI UCCIDE!»

Devo ammettere, senza sapermene fare una colpa, che, nell'ascoltare padre Jacques, il mio atteggiamento doveva apparire un po' scettico. Spero che egli non ne abbia sofferto. Ma, in verità, il mio pensiero era già lontano da lì... E forse la paura di rimanere anch'io "intrappolato" sul posto, cominciava a lavorarmi nell'intimo. Fu così che lanciai, d'un tratto, la domanda: «Jacques! non trovi che sia l'ora di venirtene con noi? Fino a quando potrai rimanere qui, praticamente da solo? Non hai paura che un gìorno o l'altro, per mano degli uni, prima, o degli altri, poi, finisca male anche per te? ».

«Paura?... Come non averla?! Eppure, "qualcosa" mi permette di non lasciarmi vincere da essa. Guarda queste giovani persone che abitano con me, chì di nascosto e chì apertamente... Me le hanno affidate già da un bel po'. Non ho saputo rifiutare, neanche per salvarmi... Se me ne vado, chi le proteggerà? Qualcosa o, piuttosto, "Qualcuno" mi fa sentire che, proteggendomi, m'impegna a proteggere gli altri! ». « Ma, Jacques, tu sai bene che è un rischìo troppo grave, al quale tu non sei tenuto! ». «Non sono il solo a correrlo. Conosco tante persone, mamme soprattutto, che lo corrono ugualmente ìn questi orribili tempi, nascondendo i figli altrui nelle loro case, perché non vengano uccisi.

E Dio che ci dà la forza! ». «Tu mi dicevi che ti hanno già minacciato... ». «Oh, e come! Soprattutto un "tipo", che io conosco bene... Eppure l'avevo aiutato nel passato, con medicinali, e altro ancora... Chissà perché?! L'odio è veramente una forza terribile..., il vero peccato che ne genera tanti altri!... Ma non mi hanno ìmpedito di continuare a parlare, e con chiarezza, anche. Nella messa, qualche domenica fa, ho gridato: Maledetto chi uccide! Maledetto come Caino!... Sono venuti a dirmi che avevo esagerato, che certe cose non sì dicono così... ». « E tu?... ». «lo ho semplicemente risposto che è Parola di Dio... E che Dio è più grande degli uomìni! ».

DALLA PARTE DELL'UOMO

Intanto, pur seguendo le risposte di padre Jacques, io, in verità, mi stavo chiedendo, "da che parte" egli fosse... Non me ne vergogno, soprattutto perché quella questione mi ha permesso di prendere coscienza di un'impressione profonda, che manifesto qui in modo forse un po' "lapidario", ma per me ben chìaro: Jacques era ed è sempre stato dalla parte dell'uomo! Ma, se ciò gli è stato possibile sempre, anche in ore di tragico orrore, è perché Jacques era ed è, nello stesso tempo, sempre dalla parte di Dio!

I legami di sangue potevano forse portarlo naturalmente verso gli uni; ma la fede cristiana, ricevuta dalla più tenera infanzia, lo apriva, fin nelle profondità della sua coscienza, al rispetto della persona umana, dì qualsiasi origine etnica essa fosse. Durante tutta la vita, nel suo lavoro di padre e di educatore salesiano, egli l'aveva dimostrato all'evidenza. In padre Jacques, la condanna del Male, negli uni e negli altri, era aperta, decisa e convinta. La paura non gli chiudeva la bocca, né davanti ai fedeli riuniti in preghiera, né davanti ai miliziani, prima, o ai soldati "regolarì", poi.

La fedeltà alle convinzioni cristiane lo teneva in costante pericolo. Lo sapeva bene, e non lo nascondeva affatto in quelle ore di rapidi scambi fraterni. Sempre di padre Jacques mi aveva colpito il tratto abitualmente calmo e misurato, come se prima di porre l'uno o l'altro gesto egli riflettesse. Nonostante la tensione nella quale egli viveva in quei giorni. aveva conservato lo stesso modo di fare e di parlare. In realtà, padre Jacques non sopportava la menzogna, né lo spirito di parte, che rende ingiusti e induce alla cattiva fede. Così certe affermazioni gratuite di giornalisti o giudizi unìlaterali di emissioni radiofoniche internazionali di paesi europei, lo mettevano spesso in grande collera, così da preparare lettere da inviare per dir loro finalmente 'la verìtà"... Anche quel giorno avrebbe voluto farlo, ma chiese il giudizio autorevole del superiore, prima di spedire il suo scritto. E poi vi rinunciò per non creare problemi più gravi ad altre persone...

Quando era solo, non si lasciava vincere dalla paura. In compagnia, sceglieva o accettava la via della prudenza. Mentre nel pomeriggìo, padre Leopold ed io, ci allontanavamo rapidamente sulla strada verso la frontiera del Burundi, interrotti qua e là nella nostra corsa, solo dai frequenti controlli dei miliziani, sentivo ancora l'impressione di forza dell'abbraccio di padre Jacques. Una forza strana, proveniente più da convinzionì interiori che da condizìoni fisiche. Le sue parole continuavano a risuonare nel mio intimo, come appunto le più consone all'identità di quell'uomo, crìstiano convinto, salesiano entusiasta e prete zelante, di cui noi possiamo essere fieri.

LA «SUA ORA»

Circa un anno dopo, padre Jacques stava ripercorrendo lo stesso itinerarìo, in provenienza dallo Zaire, dove si era riposato per alcuni mesi a Kinshasa. II suo viaggio si è interrotto a metà strada, a Bujumbura, nel Burundi, il 10 Luglio 1995. Qualcuno - solo perché in possesso di un'arma, - si è creduto autorizzato ad eliminare questo testimone e a stroncare la vita d'un uomo. Che Dio lo perdoni! Non credo che padre Jacques l'abbia maledetto: sono anzi moralmente sicuro ch'egli ha perdonato ai suoi assassini, anche se il marchio di Caino nessuno lo toglierà loro, finché non usciranno dalla tragica e folle spirale di un odio insensato e diabolico.

Padre Jacques ritornava verso il suo Rwanda, che tanto amava. È più che probabile ch'egli sapesse dì andare così incontro alla "sua Ora". Ma, sì sentiva preparato. E credo, con altri, di averne la prova. Infatti, scrivendo qualche tempo prìma della sua partenza a un confratello di Goma, per avvertirlo del suo prossimo passaggio, accludeva espressamente alla sua lettera - come un testamento spirituale, - un testo, tirato da pagine edite da un Istituto di studi teologici del Belgio. «Accludo qui - scriveva padre Jacques - un bellissimo testo, che mi ha confermato nella mia decisione di ritornare al più presto a Butare». Credo utile stralciare una frase, sottolineata di stia mano, che mi sembra echeggiare pensierì da lui espressi in altri momentì della sua vìta, e che ora fanno un po' di luce sul mistero della sua morte: «Nella Risurrezione di Cristo, c'è la radìce di una "Speranza attiva e creatrice: il Risuscitato invita i discepoli scoraggiati a comprendere che la croce, il fallimento, la morte non hanno più l'ultima parola. L'ultima parola appartiene a Dio».

La vìta e la morte di Jacques Ntamitalizo diventano certamente, in questa luce, seme di guarigione e di liberazione per l'Africa d'oggi, e ne fanno per tutti un Testimone della Riscrrrezione nei nostri giorni.