DALLE MISSIONI

di Piero Gavioli e Piera Tortore

IL PICCOLO CAPO BANDA

Zaire. Alain, il ragazzino che decide di lasciarsi curare per poter continuare a rubare.

Alain è un ragazzino di circa 13 anni dall'aspetto intelligente e volitivo, con i modi di fare del piccolo "capo banda". La storia di Alain è simile a quella di molti ragazzi della sua età che, scacciati o scappati da casa, si organizzano in piccole bande che esercitano l'"arte" del rubare come mezzo di sopravvivenza, autori a volte di fatti di violenza che sorpassano le loro stesse intenzioni. Molti di loro conoscono la tragica esperienza del carcere giovanile al cui confronto i gironi dell'inferno dantesco sono stazioni di villeggiatura.

HO CONOSCIUTO ALAIN qui, al Policlinico Don Bosco, dove è arrivato una sera con gravi ustioni alle mani, al torace e all'addome, che si era procurato nel tentativo di forzare il recinto di una casa sul quale scorrevano allo scoperto dei cavi elettrici. Era un povero bambino che urlava di dolore, per lo spavento di essere "rinchiuso", anche se in un ospedale. Sporco, vestito di pochi stracci, il piccolo capobanda toccava veramente il cuore. Dopo aver ricevuto le prime cure, Alain veniva ricoverato. Conoscere qualcosa sul suo conto era una difficile impresa. Chi era la sua famiglia, dove viveva, chi si occupava di lui: erano domande alle quali il ragazzo rispondeva con molte bugie o non rispondeva affatto. Appena i dolori fisici cominciarono a diminuire, in Alain c'era solo un desiderio: scappare, ritornare sulla strada, riprendere a rubare. Così lo trovo un pomeriggio mentre, con i suoi pochi stracci in una borsa di nailon, cerca di scappare dall'ospedale. I custodi lo trattengono con la forza, ma il piccolo vagabondo, nonostante le sue ferite, ha energie da vendere e sa difendersi e lottare molto bene. Mi inserisco in questo tafferuglio per sapere cosa sta succedendo. Alain, tra le lacrime prima, e con sfrontatezza dopo, mi risponde che non vuole più restare in ospedale. Cerco di fargli capire che non è in una prigione, che vogliamo che resti con noi perché possa curarsi e guarire, poi andrà dove vorrà. Cerco di spiegargli che se le ustioni, soprattutto quelle delle mani, non guariscono bene, resterà invalido per tutta la vita. Provo con la dolcezza, con la severità, ma tutto è inutile: Alain è davanti a me muto, impassibile, quasi in atteggiamento di sfida.

NON SAPENDO PIÙ COSA FARE, gli dico: « Va bene, vattene pure, ma sappi che a causa della tua testardaggine non potrai mai più usare le mani come un ragazzo normale e soprattutto non potrai mai più rubare! ». Colpito dalle mie parole, Alain alza finalmente la testa, mi guarda smarrito e mi dice: « Davvero non potrò mai più rubare?». Alla mia risposta affermativa abbandona ogni resistenza e rassegnato mi risponde: «Allora resto, ma fammi guarire presto».

ALAIN, PICCOLO AMICO MIO, vorrei poterti ridare fiducia in quel mondo che ti ha rifiutato, vorrei farti scoprire la tenerezza di una mano amica che stringe la tua piccola mano ustionata, vorrei risvegliare in te il bambino bisognoso di affetto e di attenzione che tu cerchi di soffocare con la tua arroganza, piccolo ladruncolo vestito di stracci alla ricerca inconsapevole di qualcuno che ti aiuti. Ma non posso fare altro che accompagnarti al tuo letto e prometterti che ce la metterò tutta perché tu guarisca in fretta.


 

Piero Gavioli, direttore del Theologicum di Lubumbashi, ha raccolto la storia di Alain dalla dottoressa Piera Tortore, una volontaria italiana che da sei anni lavora al Policlinico Don Bosco nella stessa città.