IL PUNTO
di Pietro Moschetto
Gli afroamericani, una vasta presenza non adeguatamente riconosciuta. Le istanze del movimento che vuole riscattare la "negritud".
Nel "Nuovo Continente" è una realtà la presenza viva e significativa dei "negri", che oggi si autodefiniscono "afroamericani", termine di nuovo conio che va diffondendosi rapidamente nel linguaggio comune: afro, nel ricordo "africano" delle loro origini e dei loro antenati qui condotti come schiavi durante il tempo della Colonia; e americani, perché sono a pieno titolo figli di questa terra dove sono nati e risiedono da secoli. In questo senso, sono certamente più "americani" che la maggioranza degli europei e asiatici, giunti in America solo negli ultimi 150 anni. Attualmente, gli "afroamericani" (negros, mulatos, zambos) superano di numero gli stessi "nativi" (indigenas o indios), e predominano soprattutto nel "Caribe", lungo la Costa del Pacifico dal Panamà all'Ecuador, e sulla fascia atlantica dalle Guyane al Brasile.
GLI INCONTRI DI "PASTORALE AFROAMERICANA". Se il passato è stato segnato da una storia di umiliazioni indegne lungamente sopportate, la situazione attuale manifesta che gli afroamericani non sono ancora usciti dalla loro condizione di "ultimi". Sotto questo aspetto, stanno meglio i negri dell'Africa, i quali vivono nella propria terra: il "continente negro" è davvero considerato "loro". Qui no. Qui, nella maggioranza dei casi, sono ancora considerati come intrusi, socialmente e geneticamente, stigmatizzati per "tare" e difetti, che li collocano all'ultimo livello della scala etnica. Qualcuno mi faceva osservare (e non era una persona dei tutto sprovveduta) che "avrebbero potuto restarsene in Africa", e non mi fu facile fargli intendere che "erano gli unici americani i cui padri non erano venuti qui spontaneamente". Il razzismo è duro a morire. Sembra quasi impresso nell'anima sia dei bianchi (criollos e quelli di recente immigrazione) sia dei meticci (mestizos, oggi il gruppo maggioritario in alcune nazioni andine). Il termine più utilizzato per qualificare il negro è mono (= scimmia). Esiste oggi un movimento che vuole riscattare la negritud nei suoi valori autentici, nella difesa della propria identità culturale e razziale, e della propria dignità umana. Anche per questo, da qualche anno si stanno organizzando incontri di pastorale afroamericana (EPA = Encuentros de Pastoral Afroamericana), ogni volta meglio programmati, più partecipati, più incisivi. Il primo EPA si è tenuto a Buenaventura (Colombia) nel 1980, dove si manifestò chiaramente il desiderio di incontrare un cammino di fede e di vita "para ser cristiahos sin renunciar a ser negros". Ne seguirono ben presto altri: nel 1983 ad Esmeraldas (Ecuador), nel 1986 a Portobelo (Panamà), nel 1989 a Limòn (Costa Rica), nel 1991 a Quibdò (Colombia). L'ultimo, nuovamente a Esmeraldas, nel settembre 1994, dove si sono riuniti circa 200 rappresentanti di varie comunità afroamericane (provenienti da Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Haiti, Honduras, Messico, Nicaragua, Panamà, Perù, Repubblica Dominicana, Stati Uniti), con la presenza di otto vescovi, ed anche di alcuni missionari nativi dell'Africa nera (Benìn, Eritrea, Uganda, Zaire).
LA STORIA. L'Africa, popolata da etnie millenarie, con culture molto complesse e diverse, rimase lungamente ignorata dagli europei, padroni della loro propria storia. Fu l'espansione coloniale dei regni di Spagna, Inghilterra, Olanda e Portogallo, che portò l'Europa a trasformare l'Africa in una dispensa di risorse naturali e di mano d'opera schiava a partire dal secolo XV. Le dimensioni della tratta negra, che strappò violentemente milioni di persone dal suolo africano per servire come schiavi in America, non è possibile determinarla con precisione. A livello quantitativo non c'è accordo sul numero di africani schiavizzati. Tuttavia, la massiccia presenza in America è un parametro per far riflettere sul grandissimo numero di uomini sradicati dall'Africa. I negri trasferiti in America a poco a poco ricrearono una cultura inventando una nuova vita. Le comunità afroamericane si andarono formando lungo quattro secoli. A motivo della diversità geografica ed etnica delle loro origini africane, i processi storici furono diversi.
LA CHIESA. Oggi anche la Chiesa ufficiale ha preso coscienza di tutto questo e sta accompagnando, non più timidamente, il popolo afroamericano nei suoi valori religiosi e sociali. « Somos negros, pero no somos africanos» (Mons. Uriah Ashley, Panamà): la patria è l'America, ed è qui che bisogna conquistare nuovi spazi di resistenza e di libertà. Non è più l'ora di fuggire, l'era del cimarronismo è terminata: bisogna far fronte alla situazione attuale. L'educazione, la terra, il lavoro, la salute, i diritti umani, i diritti pubblici, la politica neoliberale, la formazione tecnica, la città, sono tutti occasione e motivo per organizzarsi e per sentirsi popolo.