CAPITOLO GENERALE 24
di Silvano Stracca
Sul tema dei Capitolo, intervista al fondatore di Sant'Egidio, una comunità di laici in prima linea nella Chiesa e nel sociale.
«I laici cristiani sono come una bottiglia in mare piena di speranza. Approda a mondi diversi e lontani», dice Andrea Riccardi
Sarebbe troppo lungo ricordare le iniziative di Sant'Egidio in tanti angoli senza pace dei nostro pianeta, dal Mozambico, alla Bosnia, all'Algeria... È forse l'aspetto più appariscente dell'impegno ecclesiale di questo gruppo di laici, che ha preso sul serio le parole del Concilio sulla partecipazione del laicato alla vita della Chiesa. li Vaticano Il sembrò aprire un'era nuova. Trent'anni dopo, spesso viene da chiederci: che cosa ne è stato di quell'insegnamento?
L'INTERVISTA Lo storico Andrea Riccardi, 46 anni, come presidente della Comunità di Sant'Egidio, è un testimone privilegiato della crescita e della maturazione del laicato anche al di là dei confini italiani.
È difficile dare un giudizio. Sono comunque convinto che non possiamo buttarci il Concilio dietro le spalle. II Vaticano II è un disegno profondo lungi dall'essere esaurito. Piuttosto dobbiamo ancora realizzarlo, capirlo. Anche perché ci troviamo di fronte a problemi nuovi. E a generazioni nuove, diverse. II Concilio è stato sicuramente recepito in una maniera molto calda da una generazione di credenti. Ma ora, trent'anni dopo, siamo nel cuore di un'altra generazione di laici, di preti, di religiosi. Bisogna porsi di nuovo il problema di cosa comporti un discorso sul laicato. Sfuggendo però a tentazioni "sindacali".
Non deve interessarci un discorso tipo: più spazio, quanto spazio ai laici nella Chiesa. A noi interessa servire il Vangelo. Tutto il resto viene dopo. Non vedo una sorta di sindacalismo laicale contrapposto ad un certo clericalismo che c'era e che sussiste tuttora. Siamo tutti discepoli, servitori del Vangelo. Il problema è sviluppare pienamente tutte le energie e le risorse che esistono nella Chiesa. Non si può risolverlo litigando tra laici e chierici, rispolverando una vecchia "querelle". Il problema è una lettura del mondo, e anche del posto dei laici nel mondo, con il sostegno di quella luce che è la Parola di Dio e di quella lampada che è il Concilio.
Il laico non è un estraneo alle cose della Chiesa. Le vicende, i dolori, le gioie della Chiesa sono le sue vicende, i suoi dolori, le sue gioie. Ma il laico vive nel mondo, in mezzo ai suoi problemi, alle sue realtà complesse. Non dobbiamo dunque clericalizzare il laico, ma nemmeno secolarizzarlo. Non dobbiamo chiedergli d'essere un grande chierichetto, ma neppure desiderare che sia un profano rispetto alle cose della Chiesa. Si deve anche tener conto di una varietà incredibile di vissuti. Forse sinora il discorso è stato visto troppo in chiave occidentale. Mentre, in Africa per esempio, ci sono tanti laici impegnati nella vita della Chiesa e, contemporaneamente, in campo sociale, nel mondo dell'educazione.
Il laico deve sentirsi a casa sua, sia nella Chiesa sia nel mondo, come discepolo e servitore del Vangelo. Molto importante è il discorso della comunione, che diventa collaborazione nella Chiesa. Talvolta si fa fatica a collaborare perché si hanno mentalità diverse. Da parte di ecclesiastici e di religiosi, c'è una mentalità da leader. Si teme il confronto, non si riesce a vivere il dialogo, ci si nasconde dietro i vestiti, le balaustre. Il ministero presbiterale ha una sua identità profonda, diversa da quella del laico. Come diversa è la vita consacrata. Ma, alla fine, si tratta di mettersi attorno a un tavolo, di affrontare insieme l'unico problema: servire, testimoniare il Vangelo.
Ci sono esperienze molto belle, in questi ultimi anni, di laici che hanno aiutato preti e religiosi a prendere coscienza di se stessi. Senza, per questo, fare delle dittature laiche, sovvertire le differenze, gli ordini. A me sembra che c'è una risposta della vita. Bisogna avere il coraggio di vi vere le dinamiche della vita. Con amore, con intelligenza. Ma, soprattutto, scegliendo l'obiettivo fondamentale della propria vita. Affermare se stessi e la propria corporazione? Oppure servire il Vangelo e superare contrapposizioni di persone e di gruppi?
È, in definitiva, la scelta di investire sul futuro. Qualche volta le congregazioni religiose, ma anche le comunità laiche, sentono troppo il problema delle realizzazioni immediate, delle opere concrete, dei bilanci tra un capitolo e l'altro. Investire sull'educazione è fondamentale perché il popolo di Dio prenda coscienza delle sue responsabilità. Non si deve aver paura che la gente valuti, decida. Il problema è se il suo cuore è pieno di amore, di senso di comunione. Questo è il fondamento della libertà cristiana, che è pure un'obbedienza alla chiamata del Vangelo.
Mi pare di capire che il Capitolo non si preoccupi tanto di dire ai laici che cosa devono essere, quanto di ciò che i salesiani possono fare per aiutare, formare, servire il popolo di Dio che è formato in gran parte da laici. E quindi un investimento di speranza. E come avere figli, investire su di loro. Non possiamo sapere quali saranno i frutti. In fondo, nella Chiesa è bella proprio questa dinamica dei doni che daranno dei frutti che neppure sapremo! Lavorare coi laici non vuol dire controllarli perché restino nel nostro giro, nella nostra parrocchia, nel nostro gruppo. Talvolta, sì. Ma altre è come una bottiglia in mare. Approda a mondi diversi, lontani.
Credo che sia fondamentale che il popolo di Dio abbia coscienza della sua vocazione, viva la liturgia, conosca la Parola di Dio, riceva un'evangelizzazione profonda per essere all'altezza della sua missione. In questo senso possiamo dire che oggi una parte della Chiesa vive qualche difficoltà perché non è ancora illuminata dalla luce di questa coscienza evangelica. Ma cosa sarà la Chiesa del Duemila? lo amo pensarla come una Chiesa il cui corpo non sia spento o in, parte paralizzato, ma tutto vivo.
Ogni giorno, in ogni stagione della storia, c'è un tempo per parlare e un tempo per tacere. Credo che oggi bisogna parlare molto. Bisogna parlare tra i cristiani secondo le proprie responsabilità. Ma il trentennale del Concilio ci dice anche che è tempo di tacere. Certe prospettive esistono. Bisogna realizzarle, incarnarle di più. Sono convinto che c'è un'inflazione di discorsi. Non si riesce a vederli, seguirli, leggerli. C'è dunque un problema di recezione del messaggio da parte della gente. Se no, si segue una logica televisiva. Si moltiplicano i messaggi, ma non si assorbono. Mentre noi crediamo nella recezione da parte del popolo di Dio. In questo senso è tempo di tacere. Ma non per questo bisogna scegliere un silenzio cupo, rassegnato.
Sant'Egidio non è una formula messianica, ma un modo di vita che alcuni laici hanno scelto per servire il Vangelo, per essere solidali coi poveri, per cercare di rispondere ai bisogni dei nostro tempo. lo non ho la presunzione di proporre Sant'Egidio come formula, ma solo di testimoniare un vissuto. Quale? Un vissuto di laici che fanno la vita di tutti, ma che sentono la priorità d'interrogarsi e di ascoltare la Parola di Dio e di servire i poveri. I poveri vicini e i popoli poveri del mondo.
Forse, sì. Sant'Egidio fa un lavoro di solidarietà ogni giorno. In questo lavoro noi abbiamo incontrato i poveri e abbiamo incontrato i bisogni dei popoli poveri. Non è che Sant'Egidio faccia diplomazia e abbia smesso di fare solidarietà. Mi sembra che rientri tutto nello stesso orizzonte. E poi mi si consenta di dire che proprio come cristiani abbiamo enormi potenzialità in questo tempo terribile della storia, con trenta conflitti aperti nel mondo. Noi siamo convinti che se tutti possono fare la guerra, tutti possono anche fare la pace. Soprattutto i cristiani. Perché seppellire sotto terra questo talento?
PER L'ECUMENISMO E LA PACE TRA I POPOLI
Roma, Varsavia, Malta, Bruxelles, Gerusalemme... Sono quasi dieci anni che la Comunità di Sant'Egidio convoca per un itinerario di pace uomini di tutte le religioni. Il punto di partenza è lo storico incontro di Assisi, nel 1986, voluto da Giovanni Paolo Il. Da allora, leaders cristiani, ebrei, musulmani, influisti, buddisti, ecc., rispondono all'appello di questa comunità di laici, nata a Roma all'indomani del Concilio e radicata oggi in diverse nazioni e in differenti contesti culturali. Con caratteristiche di amore per il Vangelo e di servizio ai poveri che ne contraddistinguono la vita quotidiana e le numerose iniziative internazionali. « Voi avete compreso come vivere nella Chiesa locale di Roma», disse loro una volta Papa Wojtyla, « comporti anche dilatare il cuore alle preoccupazioni per i credenti di tutto il mondo. In questa prospettiva la Comunità di Sant'Egidio si è impegnata in varie aree con tenacia e sensibilità, per favorire la ricerca della pace in paesi dilaniati dalla guerra, per sviluppare il dialogo, per manifestare la solidarietà ai bisognosi, specie in regioni dove si soffre la fame e la penuria del necessario ».