TIMOR EST L'azione di un giovane vescovo salesiano a favore della riconciliazione nella sua isola. Anche quest'anno è stato proposto al Nobel per la pace.

Un vescovo e il suo popolo

di Silvano Stracca

Durante le dimostrazioni di piazza monsignor Belo scende tra i giovani e con un megafono li invita alla calma. «Dobbiamo educare i giovani al perdono e al rispetto dell'uomo», dice.

«Stiamo morendo come nazione e come popolo». Da anni don Carlos Filipe Ximenes Belo, vescovo salesiano di Dili, riassume in questa frase la tragedia di Timor Orientale. Tutto iniziò nel 1975 dopo la "rivoluzione dei garofani" a Lisbona e il ritiro delle truppe coloniali portoghesi. L'Indonesia occupò militarmente l'ex avamposto lusitano nel Mar della Sonda e l'anno successivo dichiarò Timor Est sua ventisettesima provincia. L'ONU condannò l'invasione e non ha mai riconosciuto l'annessione dell'isola che olandesi e discendenti di Magellano s'erano divisi a metà.

Da allora, in questa terra dimenticata, la gente muore tra l'indifferenza del mondo. Anche l'anno scorso nuove vittime si sono aggiunte alle 200 mila causate dal pugno duro di Jakarta. Quando Giovanni Paolo II visitò Timor Est nell'autunno del 1989, un gruppo di giovani arrivarono sin sotto l'altare gridando: «Viva il Papa. Viva Timor Est. Qui soffriamo». Innalzavano uno striscione con la scritta: "Santo Padre, il Fretilin ti saluta". Il Fretilin è il movimento rivoluzionario che si batte per l'indipendenza. Uno spesso polverone nascose subito i giovani agli occhi del Papa. La polizia non aveva tardato troppo ad intervenire bruscamente. L'episodio ebbe, naturalmente, vastissima risonanza. Ma l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale si posò solo per un attimo su Timor Orientale. E il silenzio scese di nuovo sul suo popolo sotto il giogo indonesiano. Di tanto in tanto, i grandi organi d'informazione hanno dato qualche notizia di crudeli campagne militari degli occupanti contro gli uomini che combattevano per la libertà e l'autodeterminazione. Nell'autunno '92 venne arrestato Xanana Gusmão, l'ideologo di Fretilin. Fu un duro colpo per chi non si rassegnava a vivere sotto la bandiera di Jakarta. Non tutte le voci però furono spente. Anzi, quella del giovane vescovo di Dili, la capitale, si levò ancora più forte a chiedere agli indonesiani il coraggio dì una soluzione pacifica.

IL GIOVANE VESCOVO

Nell'estate del 1983, quando il trentacinquenne don Carlos era stato nominato amministratore apostolico della diocesi timorese, molti anche tra il clero lo consideravano filo-indonesiano, quasi un collaborazionista. Dodici anni di impegno sul campo hanno rovesciato quel giudizio. Memorabile la lettera pastorale del 17 settembre 1991. In un clima di aperto conflitto tra indipendentisti e favorevoli all'integrazione con l'Indonesia, mons. Belo si rivolgeva a tutte le parti in causa per invocare una via d'uscita che, salvaguardando gli interessi di ogni parte, non andasse in nessun modo a discapito della "continuità del popolo di Timor Est come entità storica". Cancellando le radici culturali di una popolazione in stragrande maggioranza cattolica, mentre gli indonesiani sono musulmani.

Nell'inverno del '94, un deputato del Congresso americano propose per la prima volta il piccolo presule timorese per il Nobel per la pace. Paragonandolo al Dalai Lama. Con il leader buddista tibetano don Carlos ha in comune la fiducia nel dialogo e nella non violenza. Se Timor Est raggiungerà prima o poi l'indipendenza, molto dovrà a questo salesiano oggi quarantottenne. «Siamo una piccola mezza isola lontana da tutti», ama ripetere con tono pacato, ma deciso. «I nostri diritti non sono stati salvaguardati. Non abbiamo libertà di parola, di avere idee differenti, di dire ciò che ci piace essere. Siamo come in prigione. Il mondo deve prendere in considerazione che anche una piccola nazione ha i! diritto di esistere, ha diritto all'autodeterminazione».

QUASI-NOBEL

Il 5 ottobre, all'ONU, il Papa ha detto che è giunto il tempo di scrivere, dopo la carta dei diritti dell'uomo, la carta dei diritti delle nazioni. In quei giorni mons. Belo era in Europa ed i giornalisti di tutto il mondo lo assediavano di richieste d'interviste. Ma la commissione per il Nobel del parlamento norvegese era, come tantissimi, sotto lo shock di Mururoa. 1 test nucleari francesi nel Pacifico allontanarono il più prestigioso dei riconoscimenti internazionali dal leader spirituale e morale del piccolo popolo timorese.

«La Chiesa cerca di essere la voce di coloro che non hanno voce», spiega don Carlos. «E un'azione difficile», aggiunge, riferendosi alle violazioni dei diritti umani perpetrate dai soldati occupanti. Arresti arbitrari, torture, esecuzioni senza processo, sparizioni, lastricano la via e la vita del popolo di Timor Est. L'impegno instancabile di mons. Belo ha raccolto il consenso dell'ONU, di Bill Clinton, di decine e decine di conferenze episcopali del mondo, di centinaia di leaders religiosi non cattolici. All'inizio di giugno del '95, il segretario generale delle Nazioni Unite, Boutros Ghali, lo ha invitato come osservatore al primo incontro intertimorese, in Austria, sul futuro di Timor Orientale.

IL PAPA E' CON TlMOR

Monsignor Belo, gli chiediamo, lei ha una proposta concreta per la soluzione della crisi di Timor Est?

«Io non ce l'ho. La risposta deve venire dalle Nazioni Unite, perché il problema di Timor Orientale è in discussione a livello internazionale. Le Nazioni Unite devono individuare ciò che è meglio per l'avvenire del nostro popolo. Noi come Chiesa lavoriamo per la pace, per il rispetto dei diritti umani e anche per il riconoscimento dei diritti dei popoli e delle nazioni, come ha chiesto il Santo Padre nel suo discorso all'ONU».

L'azione della Chiesa timorese ha l'incoraggiamento e il sostegno del Papa?

«Giovanni Paolo II ci è sempre stato vicino. Ha mostrato in molte occasioni la sua solidarietà col popolo e con la Chiesa di Timor Est. Quando nell'ottobre '89 ha visitato la nostra terra, ha riportato nella geografia mondiale il nome di Timor Orientale che era stato cancellato. Anche l'ultima volta che l'ho visto, mi ha detto: "Prego notte e giorno per il popolo di Timor Est". Il cuore del Santo Padre soffre con quello della mia gente».

Lei viene accusato dai suoi critici di esagerare la gravità della situazione per motivi politici ed interessi di parte. Come risponde a queste accuse?

«Quello che ho cercato di fare sinora, e sto continuando a fare, è solo di lavorare per il rispetto dei diritti umani. Parlo soprattutto di pace e di riconciliazione ed è inevitabile che finisca anche per denunciare situazioni che rispondono a verità. Perciò mi accusano. Ma impegnandomi per il rispetto dei diritti umani, io prendo le parti di tutti, non solo di un gruppo o di una parte».

Dunque un'opera di mediazione?

«Sì. Il 15 giugno dell'anno scorso ho incontrato a New York il segretario generale dell'ONU per oltre venti minuti. Boutros Ghali mi ha chiesto di essere mediatore tra i partiti e tra la gente. Ciò mi ha Spinto a impegnarmi ancora di più. Sento che devo lavorare di più per la pace, la riconciliazione e l'armonia tra tutti gli uomini nel mio paese».

La sua azione incontra ostacoli nella comunità timorese e tra i leaders politici?

«E' difficile perché c'è divisione tra la comunità e tra i leaders. La classe dirigente è molto divisa tra quelli che vogliono l'integrazione con l'Indonesia e quelli che vogliono l'autodeterminazione. A Natale del '94 ho scritto una nota pastorale nella quale invitavo i politici timoresi a ricercare l'unità, superarando le divisioni. Finché non avremo una classe dirigente unita, non avremo mai la soluzione del problema».

Tra i giovani, soprattutto, cresce la tentazione della violenza?

«Purtroppo. Nel settembre scorso, in occasione di una sollevazione popolare, sono sceso nelle strade di Dili con un megafono per fermare i giovani, invitarli alla calma, a tornare nelle case. Così ho sempre fatto quando ci sono dimostrazioni. Allora le autorità militari, il capo della polizia, il governatole vengono a chiedermi di scendere in piazza per parlare direttamente ai giovani. Ma questo non basta ad arginare il malessere politico, sociale, economico».

Intravede qualche apertura nel governo di Jakarta?

«Sfortunatamente, no. Nei miei interventi pubblici più volte ho detto ai governanti indonesiani: sediamoci a un tavolo, dialoghiamo, confrontiamoci. Ma loro non vogliono. Insistono che la gente deve accettare l'attuale situazione, l'integrazione. E l'Indonesia e una potenza con un peso rilevante nel mondo islamico. Questo influisce sulla comunità internazionale, sulle stesse Nazioni Unite».

Non ha paura di correre qualche rischio?

«Il rischio esiste sempre quando concedo interviste come questa. C'è la possibilità di non poter rientrare a Dili, di essere costretto a rimanere in Europa. Nel settembre scorso, un centinaio di Ulema musulmani indonesiani hanno redatto una forte dichiarazione contro di me. A Jakarta c'è stata anche una dimostrazione di universitari che chiedevano la mia espulsione. Timori per la vita? Ho avuto in passato due volte delle minacce. Volevano tendermi delle imboscate mentre ero in viaggio nel paese, ma non è accaduto nulla».

La popolazione purtroppo è divisa: lo è anche la Chiesa timorese?

«Il clero timorese vuole la liberazione di Timor Est, mentre i preti indonesiani sono per l'integrazione. I missionari stranieri rimangono neutrali. Come vescovo ho il dovere di riconciliare il mio presbiterio. E' difficile. Se non parlo male del Fretilin, gli indonesiani mi accusano d'essere un vescovo rosso. Se non parlo contro l'Indonesia, gli altri dicono che sono un vescovo ormai venduto a Jakarta».