LA STORIA Il 1936 fu un anno drammatico per i salesiani di Spagna. Oggi attendiamo il riconoscimento ufficiale del loro martirio.

Per 97 fu venerdi' santo

di Teresio Bosco

La guerra civile in Spagna si trasformò in una vera e propria persecuzione ne confronti della Chiesa.

E' ancora difficile dare un giudizio sereno sui gravi fatti sanguinosi avvenuti in Spagna durante la guerra civile 1936-1939. Il numero delle vittime superò il milione, e tra esse ci furono persone di ogni classe e di ogni fede. Ma gli storici seri hanno ormai riconosciuto che all'interno di questo terribile massacro umano, nei territori allora chiamati "zona rossa" (dominati dagli anarchici e dai socialcomunisti) ci fu una vera persecuzione contro i cristiani, un'autentica strage di preti, suore, religiosi e cristiani impegnati. Furono assassinati laici cristiani a decine di migliaia solo perché erano cristiani. E con loro furono massacrati 283 suore, 2365 sacerdoti, 4148 sacerdoti diocesani, 12 vescovi. Le esecuzioni furono effettuate in città e villaggi lontani dal fronte dove si combatteva, spesso senza processo o con processi farsa, il più delle volte nella clandestinità. Ci furono episodi che a noi italiani ricordano da vicino le stragi dl Marzabotto e il massacro delle Fosse Ardeatine. Sotto giuramento, al processo di Siviglia, un testimone ha dichiarato: «Nella sola città di Ronda, di circa 38 mila abitanti, vennero incendiate o saccheggiate quattordici chiese. A Malaga i miliziani le bruciarono quasi tutte e uccisero più di trentasei sacerdoti. Lo stesso ad Almería, dove fu ucciso anche il vescovo. A Siviglia in pochi giorni incendiarono quasi tutte le chiese della periferia». Il 6 dicembre 1936 su Guadalajara ci fu un bombardamento dei nazionali-franchisti. Come risposta, i miliziani prelevarono dalle carceri 277 detenuti. «Selezionarono i prigionieri comuni e li scartarono - dichiarò sotto giuramento un impiegato del carcere. I rimanenti, più di 200, furono fucilati». Tra essi erano sette salesiani. Andrea Nin, leader del Partito Popolare di Unificazione Marxista, l'8 agosto 1936 aveva dichiarato pubblicamente in un teatro di Barcellona: «C'erano molti problemi in Spagna, che i repubblicani borghesi non si diedero pensiero di risolvere, come il problema della Chiesa. Noi l'abbiamo risolto andando alla radice. Abbiamo soppresso i preti, le chiese, il culto».

Dentro questa immane tragedia che devastò la nazione spagnola e la Chiesa spagnola, si svolse anche la piccola ma dolorosissima tragedia dei figli e delle figie di Don Bosco. In una nazione e in una Chiesa martire, 97 salesiani martiri. In queste pagine vogliamo ricordarli con pensoso affetto.

La Famiglia Salesiana, nel 1936, era fiorente in Spagna. Si articolava in tre "ispettorie" di salesiani e in una "ispettoria" delle Figlie di Maria Ausiliatrice. In esse il Signore raccolse come martiri 39 salesiani sacerdoti, 26 salesiani laici, 5 salesiani cooperatori, 3 aspiranti salesiani, 2 Figlie di Maria Ausiliatrice.

I martiri di Valencia

Alba del 22 luglio 1936. La casa salesiana di Valencia, dopo essere stata investita nella notte da raffiche di proiettili, è invasa dai miliziani. Sono in corso gli esercizi spirituali presieduti dall'ispettore don Calasanz, uno del primi salesiani di Spagna, che ha conosciuto Don Bosco a Sarriá nel 1886. Un salesiano superstite ha deposto sotto giuramento: «I miliziani irrompendo armati trovarono tutti noi salesiani schierati lungo la scalinata centrale. Ci puntarono addosso i fucili. Qualche istante dopo ne arrivò uno che rimprovera i compagni:"Perché non avete sparato? Non eravamo d'accordo che ognuno ne uccidesse uno?" ... Don Calasanz ci impartì l'assoluzione». Don Calasanz e tre confratelli furono fatti salire su un camion. «Ci portavano verso Valenza. Nel percorso io notavo che un miliziano puntava continuamente il fucile su don Calasanz, del quale sapeva che era sacerdote. A un certo punto parti un colpo. Don Calasanz disse: "Dio mio!" e cadde esanime in un mare di sangue». Don Antonio Martín, direttore della casa salesiana di Valencia, fu incarcerato dai miliziani.

Alle quattro del mattino aprirono la nostra cella e chiamarono il "compagno" Antonio Martín Hernandez. Egli rispose: "Eccomi, per servirli..." Alzò gli occhi, giunse le mani e pronunciò queste parole: "Andiamo, Signore, al sacrificio"». Furono chiamati anche i confratelli don Recaredo De 1os Rios, don José Jimenez, don Julian Rodríguez, il coadiutore Agustín García, rinchiusi nella stessa prigione. Condotti fuori città, allineati lungo una siepe, furono trucidati.

Don Sergio Cid "viaggiava su un tram a Barcellona. Alcuni miliziani, fissandolo, ebbero il sospetto che fosse un prete. Afferratolo per un braccio, gli strapparono la mana di tasca: aveva fra le dita la corona del rosario. Lo gettarono dal tram in corsa. Morì sfracellato contro un fanale" (testimonianza giurata).

«A Barcellona le FMA riunite nel collegio Santa Dorotea, poterono imbarcarsi e giungere in Italia», racconta don Juan Canals. «Mentre non vollero partire suor Carmen Moreno e suor Amparo Carbonell, che dovevano assistere una loro consorella appena operata. Le tre furono arrestate. Dopo l'interrogatorio, la suora malata fu liberata, le due infermiere furono fucilate». La Famiglia Salesiana di Valencia diede a Dio complessivamente 33 martiri.

I martiri di Siviglia

Il primo martire salesiano della Spagna fu immolato a Siviglia due giorni dopo l'inizio della guerra civile. Don Antonio Fernandez Camacho, 44 anni, si era recato a celebrare la Messa dalle FMA, presso le quali era assistita sua madre. Tornando era accompagnato dal giovane Arsenio Ortiz Moreno, che testimoniò sotto giuramento: «Ci trovammo davanti a una barricata eretta dai miliziani. Don Antonio voleva tornare indietro, ma un miliziano armato di moschetto ci intima di andare avanti. Quando fummo vicini alla barricata un altro miliziano cominciò a perquisire don Antonio. Da una tasca gli trasse l'orologio alla cui catena pendeva il Crocifisso... Con un moto violento gli alzò il capo e disse: "Ma questo è un prete che io vedo sempre passare di qui!" Subito un altro miliziano che maneggiava una pistola spara tre o quattro colpi. Don Antonio indietreggiò un poco e cadde per terra. I suoi resti furono gettati sulle macerie fumanti della chiesa di S.Marco».

Don Antonio Torrero Luque era direttore della scuola salesiana di Ronda. Il 24 luglio la casa fu invasa e saccheggiata. Rinchiuso dapprima nello stanzino del portinaio, i salesiani ricevettero l'ordine di disperdersi. Volevano eliminarli uno a uno senza dare troppo nell'occhio. «Ci rivedremo in Paradiso», si salutarono i salesiani. Appena ospitati da un amico, don Antonio Torrero e don Enríque Canut furono raggiunti al tramonto dai miliziani. Don Antonio era colpito da tempo dalla paralisi progressiva, e stentava a tenere il passo dei miliziani che li spingevano verso la campagna. Cadde più volte. Un testimone sotto giuramento ha affermato: «In località Huerta del Gomez, i miliziani legarono con filo di ferro le mani delle vittime, li portarono tra i dirupi e li uccisero».

A Pozoblanco furono martirizzati tre cooperatori salesiani. Racconta Juan Canals: «Il primo fu l'arciprete don Antonio Rodríguez Blanco exallievo del collegio di Utrera, che era riuscito a portare i salesiani tra la sua gente. Impegnato nel lavoro parrocchiale, fu immediatamente preso dai persecutori, portato al cimitero e fucilato mentre correva ad abbracciare la croce.

Donna Teresa Cejudo Redondo, attivissima nelle associazioni cattoliche, fu portata in carcere dove diede magnifiche testimonianze di fede, di grandezza d'animo o di perdono. Aveva dato con serenità l'addio a suo padre e alla sua bambina, e quando giunse l'ora della fucilazione, animò gli altri 18.

Bertolomé Blanco Marquez doveva compiere i 22 anni, aveva la fidanzata e stava finendo il servizio militare. La rivoluzione lo sorprese in licenza a Pozoblanco. Dagli anni dell'oratorio salesiano era un cristiano impegnato. Nel mese e mezzo di carcere dimostrò grande fede e vero apostolato. Fu giudicato a Jaén e giustiziato. Lasciò due lunghe lettere che conserviamo, una alla famiglia, l'altra alla fidanzata. Sono il suo testamento spirituale».

La Famiglia Salesiana di Siviglia diede a Dio 22 martiri.

I martiri di Madrid

Don Enrique Saiz Aparicio era direttore dell'aspirantato salesiano di Carabachel Alto, nella periferia di Madrid. Aveva 47 anni. Nel pomeriggio del 20 luglio 1936 l'aspirantato fu preso d'assalto dai miliziani. Il direttore radunò i giovani nel salone e diede loro la benedizione di Maria Ausiliatrice. Quindi si diresse verso gli assalitori agitando un fazzoletto bianco, Disse: «Se volete sangue, eccomi qui. Però non fate del male ai ragazzi». I giovani furono fatti tornare alle loro famiglie. Don Saiz e otto salesiani furono, con la solita tattica, messi in libertà per essere nuovamente arrestati e a uno a uno eliminati. Don Saiz fu fucilato il 2 ottobre. Un amico parlò con lui in quel giorno, e ha testimoniato sotto giuramento: «Parlammo delle possibilità che venisse ucciso dai miliziani. Mi rispose: "Che cosa c'è di più bello che morire per la gloria di Dio?"».

L'ispettoria di Madrid aveva i novizi e i giovani studenti a Mohernando. Il 23 luglio 1936 i novizi fecero i voti e divennero salesiani. Il giorno dopo la casa fu invasa dai miliziani, che ordinarono di mettersi in marcia per la campagna. Il giovane sacerdote Andrea Jimenez fu trucidato sulla strada. Sei giovani salesiani furono condotti in carcere. Il loro direttore don Miguel Lasaga, 44 anni, chiese di accompagnarli nella prigione. Un detenuto testimoniò: «Si vedeva come si amavano. Prestavano i servizi più umili ai detenuti». Furono trucidati la sera del 6 dicembre 1936. La Famiglia Salesiana di Madrid diede a Dio 42 martiri. Dal loro sangue prezioso fiorì una stupenda primavera salesiana.