IL PERSONAGGIO Enzo Missoni pensava soprattutto agli affari. Ma dopo un campo di lavoro in Africa si decise per la vita missionaria.

L'uomo più felice del mondo

di Umberto De Vanna

L'incontro tra il missionario laico Enzo Missoni con don Augusto Musso ha dato inizio a molti progetti di solidarietà in Burkina Faso.

E' nato a Udine il missionario Enzo Missoni, occhiali sottili, magro e spigoloso, aria del professorino. «Nel 1986 lavoravo come spedizioniere doganale a Brescia. Ero l'unico sulla piazza della città e guadagnavo moltissimo. Mi ero buttato anima e corpo negli affari. Avevo un socio. Quando le cose andarono male, lui se la cavò benissimo, e a me non rimase praticamente niente. Saltò all'aria anche il mio matrimonio e mi trovai solo. Avevo 42 anni e vissi dei momenti durissimi. Ma come dicono in Friuli, "Dio ti dà il cappotto in base al freddo che manda", e ritornai a fare il dipendente di azienda». Partecipando a un "gruppo del Vangelo" in parrocchia, si riavvicinò alla fede. Una domenica fu colpito dalla predica di un frate, che diceva: «Dio vi ama sempre, così come siete». E cominciò a pensare alla sua vita: lavoro, amici, appartamento, cinema, teatro. Che senso aveva tutto quello che faceva? Ma ciò che diede una svolta alla sua vita fu la partecipazione a un campo di lavoro in Africa.

IL COLPO DELLA STREGA

Durante il mese che trascorse in Africa Enzo Missoni vide la povertà di quella gente, ma ne ammirò nello stesso tempo la dignità. «Mi colpì poi la grande cordialità con cui accolgono chiunque li avvicina e ti fanno sentire a casa tua anche se sei in Africa da un solo giorno». Il suo compito era quello di costruire muri, ma fu per poco. Dopo due giorni sollevando un sacco di cemento gli si bloccò la schiena e dovette fermarsi. Fu allora che si presentò da lui un bambino con una ferita. Prese la cassetta del pronto soccorso e lo disinfettò. Poi ne arrivò un altro, poi una donna... una fila di gente. Ricorda ancora a distanza di anni la gioia di quella sera. Si era sentito per la prima volta un uomo felice.

Trascorso il mese, ritornò in Italia, ma col passare dei giorni cominciò a non sentirsi più a suo agio. Si facevano insistenti certi pensieri: «Oggi ho sdoganato quaranta camion, ho spedito cinquanta vagoni di materiale, ho convinto un funzionario raccontandogli qualche frottola... ma, insomma, io non ho fatto niente!». Gli mancavano soprattutto gli amici africani. «Mi tornavano davanti agli occhi quei bambini, i loro occhioni, i loro corpi sporchi e nudi, e quei vecchi che non parlavano, ma ti facevano capire tutto con uno sguardo. Ricordavo il profumo di quella terra, i rumori della notte, la savana bruciata dal sole, la fila delle donne che andavano al pozzo. Pensai che sarebbe stato bello ritornare e decisi di ritornare». La figlia, 23 anni, non fu d'accordo e la prese male, ma col tempo tra i due nacque un dialogo bellissimo. Ora da oltre otto anni Enzo Missoni vive in Burkina Faso e si cura del settore sanitario di Goundì, presso Koudougou. «Ho cominciato in una stanzetta di pochi metri, con una scatola di cartone con dentro una bottiglia di alcol, un po' di cotone, qualche cerotto e forse una pomata; ora stiamo terminando di costruire un Centro che è atteso da tutti come un dono di Dio!».

Fu qui che si incontrò con fratel Silvestro, della Sacra Famiglia, che vive la sua fede lavorando e insegnando ai giovani a sfruttare la terra. Cominciò accanto a lui la sua attività, occupandosi dei bambini orfani e ammalati, curandoli, portandoli all'ospedale. A Goundì incontrò soprattutto don Augusto Musso, un salesiano veterano dell'Africa, diventando amici, anzi "complici" nella stessa impresa. «Io sono convinto che sulla terra non ci si incontra mai per caso, c'è sempre una mano che tira i fili». Quella mano ha voluto che Enzo e don Musso si incontrassero in mezzo alla fame, alle malattie, ai bambini africani orfani e denutriti.

UN ANGELO CUSTODE

Enzo Missoni in Burkina c'era andato per occuparsi degli ammalati. Per questo prima di partire aveva chiesto all'équipe del pronto soccorso di Udine di apprendere i primi rudimenti unendosi a loro. Il responsabile accettò di aiutarlo, gli misero un camice bianco e gli insegnarono tutto quello che era possibile. A Goundì tutto gli fu utile, e si buttò con l'entusiasmo del quasi-medico nel suo nuovo lavoro. «Finora tutto è filato liscio», dice, «e sono fermamente convinto che ognuno di noi ha un Angelo Custode». Ma si occupò anche dei bambini e della gente che non sopravvive alla fame e cominciò a distribuire farina di miglio, soia, arachidi, zucchero e latte in polvere. Riso e miglio ai vecchi che non erano più in grado di lavorare. «I soldi me li mandano gli amici italiani», dice. Oggi la distribuzione avviene ogni quindici giorni. Arrivano in 600 e vengono distribuite circa 200 tonnellate di viveri all'anno.

«La gente del posto aveva cominciato a chiamarmi frère», continua, «ma adesso mi chiama Enzo, oppure "Nasara di Goundì", l'uomo bianco di Goundì... Io amo molto le donne e i bambini. Essere donna in Africa vuol dire sgobbare il triplo degli uomini. C'è un episodio che si ripete normalmente: molti bambini hanno l'Aids o altre malattie. Io li curo, li porto in ospedale e spesso capita che muoiano. Dopo quindici giorni le loro madri arrivano semplicemente per dirmi grazie... All'inizio piangevo se morivano, ma ora non più, e non perché mi si sia indurito il cuore. Se io alla sera vado a dormire e dico: ho fatto tutto quello che potevo e quel bambino non ce l'ha fatta, vuol dire che non poteva farcela».

A chi gli chiede se non gli saltano mai i nervi, risponde: «Certo, mi capita di perdere la pazienza: non sono un santo. La gente viene al Centro quando capita, anche alle due di notte. E poi strapazzo le madri che vengono troppo tardi, quando si vedono morire il bambino in braccio». A volte le giornate si fanno veramente pesanti e ha bisogno di scappare. Allora va a fare un giretto, a trovare qualcuno, oppure prende la moto e scende in città, a Koudougou, a prendersi una birra. «Qualche volta non riesco ad andare a messa. Gli altri mi dicono: "Noi andiamo!". E io: Guarda che coda di gente! La mia messa è qui...» Oggi Enzo Missoni ha davvero trovato Dio e confessa di pregare con la fede di un bambino. Per questo dice di sentirsi l'uomo più felice del mondo: «Se dovessi rifare la mia vita, con tutte le sofferenze e il dolore che mi ha portato, la rifarei così come è stata. Le mie disgrazie hanno preparato la gioia di adesso. Prima pensavo che Dio fosse ingiusto. Tante volte dicevo: "Signore, perché a me? Cosa ti ho fatto?". Ora non più. Probabilmente Dio mi ha dato la mano e passo passo un bel giorno ho detto: "Toh, guarda, la mia mano è nella mano di un altro"».