STORIA NOSTRA Parma celebra un salesiano dal cuore grande e dall'intelligenza pronta.

UN EDUCATORE DA RISCOPRIRE

di Francesco Motto


DON BARATTA (1861-1910): un convegno di studio a Parma nell'aprile '99, ne illustrerà la figura. Parteciperanno professori universitari e studiosi, locali e non. La città onora così un'altra volta alla fine del secolo (e del millennio) il suo illustre concittadino "adottivo", che per un quindicennio sul finire dell'ottocento mise le proprie doti di scienza, azione e pietà al servizio della gioventù parmense.

Novarese di nascita (Druogno 1861), salesiano di professione (Lanzo Torinese 1877), sacerdote per vocazione (Albenga 1884), ammiratore di don Bosco, arrivò ventottenne a Parma come primo direttore della neonata fondazione salesiana. Si mise all'opera immediatamente, trasformando il povero caseggiato del collegio di San Benedetto in vera struttura educativa e sobbarcandosi al lavoro faticoso di direttore, insegnante ed educatore.

Il nome del collegio salesiano si diffuse rapidamente e aumentarono gli alunni interni ed esterni. Nello spazio di pochi anni furono aperte le scuole elementari, il corso ginnasiale, le scuole d'arti e mestieri, il corso triennale d'Agricoltura. Oltre, ovviamente, la tipica opera salesiana, l'oratorio e la parrocchia assunta nell'ottobre 1888.

LA PRIMA SCUOLA DI RELIGIONE IN ITALIA

Era appena arrivato a Parma che il vescovo monsignor Miotti lo invitò a tenere un corso di religione per studenti. Nonostante i molteplici impegni e la malferma salute, accettò. Quella "Scuola vescovile di Religione " - la prima in Italia - avrebbe dato alla diocesi giovani istruiti nella fede, in tempi di violento anticlericalismo e di feroce liberalismo. Allievi erano studenti dei corsi secondari, del Conservatorio musicale, del regio Istituto di Belle Arti, studenti universitari. Dalle loro fila sarebbero usciti significativi esponenti del movimento cattolico locale (Giuseppe Micheli, Pio Benassi, Pietro Borri, Jacopo Bocchialini, Giovanni Longinotti, Antonio Boselli, Francesco Zanetti.) e una serie di iniziative che avrebbero creato le premesse, già sul finire dell'ottocento, di una ripresa di iniziativa del cattolicesimo parmense.

I tempi erano difficili, ci voleva del coraggio a partecipare apertamente a manifestazioni religiose, era "fatto nuovissimo [quello] di giovani studenti che si permettevano di attraversare le vie della città impavidi a fianco di una veste nera". Si accettarono senza troppo scomporsi gli attacchi della stampa ostile, della massoneria e si continuò. La scuola assunse presto una fisionomia di alto profilo culturale: da puro corso apologetico si trasformò in ciclo di conferenze sulla dottrina sociale cattolica, o, meglio ancora, in appassionante tirocinio per giovani attirati dalla presenza di prestigiosi conferenzieri: Meda, Crispolti, Arcari, don Cerruti..

INGEGNO MULTIFORME

A don Baratta non difettava la cultura. Laureato in lettere all'Università di Genova, appassionato alla lingua latina, lo stesso anno che giungeva a Parma dava alle stampe un'edizione di alcuni libri delle Storie di Tito Livio, adottata come libro di testo in diverse pubbliche scuole.

Dotato poi di inclinazione naturale alla musica, con già alle spalle esperienze di composizione e di maestro di coro, trovandosi in una città "della musica" come Parma, non solo fu in grado di curare un'edizione critica dei canti principali della Chiesa e di scrivere opuscoli per la scuola di canto, ma operò attivamente a favore di un rinnovamento della musica in chiesa. Riunito un numero sufficiente di giovani dell'oratorio festivo istituì e diresse una schola Cantorum, che con l'esempio della musica gregoriana e polifonica di Palestrina potesse farsi diretta portatrice del progetto nelle varie località in cui si presentava. Al congresso di musica sacra tenuto a Parma nell'occasione del quarto centenario della morte del Palestrina, don Baratta sedeva accanto a personalità del calibro dell'abate benedettino Mauro Serafini, dei maestri Gallignani, Mattioli e Tebaldini.

NEOFISIOCRATICO

Ma la risonanza del nome di don Baratta è forse più legata al fatto di essere stato discepolo e divulgatore delle intuizioni agrarie di Stanislao Solari. Si trattava di trovare il modo di restituire alla terra gli elementi asportati, soprattutto l'azoto, per conservare ad essa la sua fecondità. Stanislao Solari elaborò una sua teoria. Una volta ridata vita all'agricoltura, sarebbe stato possibile frenare l'esodo delle popolazioni della campagna verso le città, e con ciò stesso si sarebbero messe le premesse per una ricristianizzazione della società. Dunque da semplice tecnica agraria a sistema sociale teorico e pratico.

Grazie all'amicizia con don Baratta, il Solari iniziò una specie di missione nel collegio San Benedetto. Dal 1894 prese a incontrarsi settimanalmente con giovani: agricoltori, musicisti, letterati, artisti, studiosi di sociologia, studenti delle scuole superiori. La fama del Cenacolo Parmense superò i limiti della cinta del collegio e della città di Parma.

Don Baratta si adoperò con gli scritti e la parola ad accrescere intorno al Solari la schiera dei discepoli. Con l'opuscolo Di una nuova missione del clero dinnanzi alla questione sociale si fece personalmente "apostolo" del sistema solariano. Volle anche istituire una piccola scuola agraria, tutta informata alla dottrina solariana, per i figli della classe di piccoli proprietari, di fattori, di mezzadri. La scuola cominciò molto modestamente, ma in capo a tre anni del programma fissato si ebbe il corso completo, frequentato già da oltre 40 alunni.

Col sorgere del 1902, di fronte al rischio che La Rivista d'Agricoltura, per le stesse vicende dell'Opera dei Congressi, cessasse, don Baratta e i salesiani di Parma si risolsero ad assumerla. La portarono da quindicinale a settimanale, con nuove rubriche e una veste grafica migliore grazie ai tipi della Fiaccadori. Oltre alle numerosissime questioni agrarie, la Rivista trattava ampiamente alcuni punti della teoria Solariana. Più tardi per cura della Rivista si cominciava la pubblicazione di una piccola biblioteca solariana in eleganti fascicoli. La congregazione salesiana, tramite il Bollettino Salesiano incominciò una serie di articoli per divulgare in modo elementare i principi della nuova agricoltura.

UNA DOLOROSA PARTENZA

Nel settembre del 1904 venne trasferito a Torino come ispettore e rettore della Chiesa di S. Giovanni Evangelista. Lasciava la città di Parma, che l'aveva adottato, dove aveva vissuto 15 anni di grandi gioie, ma anche - come sempre - non poche amarezze e incomprensioni. A Parma tornò qualche volta in quell'anno per la scuola di Religione. Non poteva star lontano dalla città dove si era accattivato la stima e l'affetto degli amici, la riverenza e l'ammirazione degli avversari.

A Torino la malattia che lo tormentava da tanti anni incrudelì. Fu inviato alla natia Valvigezzo, ma neppure dall'aria balsamica delle pinete ebbe sollievo. Il 23 aprile 1910 la morte lo colse, quarantanovenne, a Salsomaggiore, nella canonica parrocchiale, mentre si accingeva a celebrare. Alla fede, come elemento unificante della persona, aveva dedicato il libretto Credo, Spero, Amo, nel quale aveva offerto, sotto forma di preghiera, quasi un compendio della verità che aveva insegnato agli allievi della "Scuola di Religione". Un'altra creazione della pietà di don Baratta erano state le Sessanta considerazioni sul S. Vangelo in onore del S. Cuore di Gesù

Don Baratta: un educatore aperto alla condizione giovanile, un convinto assertore dell'urgenza di andare verso i giovani, un promotore e animatore di molteplici attività di apostolato, di studio, di preghiera, di tempo libero: dunque un portatore di patrimonio perenne di valori educativi sempre attuali.