ATTUALITÀ Cinema: specchio dei timori del nostro tempo o amplificatore di superstiziose paure?

IL MILLENARISMO SULLO SCHERMO

di Fabio Sandroni


Sicuramente forte è l'esigenza di spettacolarizzazione della "settima arte", che, essendo anche un'industria, deve "acchiappare" pubblico toccando la corda delle emozioni: proprio per questo il cinema proietta sullo schermo le ansie, i timori, le schizofrenie, le superstizioni proprie del nostro tempo, estremizzandole.

Se tra alcuni secoli qualcuno volesse farsi un'idea della nostra epoca a partire dalla produzione cinematografica, rischierebbe di avere un quadro a tinte alquanto fosche, con uomini sospesi tra paure di catastrofi imminenti e di mutazioni genetiche mostruose; paure indicatrici di inquieti sensi di colpa ispirati da religiosità ingenue o sinistramente cupe e maniacali; potrebbe anche scoprire uomini cinici o nichilisti, rassegnati o titanici, nella lotta senza speranza contro un destino già scritto o contro una natura comunque ostile o resa tale.

IL MONDO CHE VERRÀ

Limitandosi ad osservare le ultime tre stagioni, e senza approfondire i mille richiami al passato anche recente, come non scorgere segnali di un inquietante futuro in pellicole come Strange days di Kathryn Bigelow (1995*), come Nirvana di Gabriele Salvatores (1996), come Johnny Mnemonic di Robert Longo (1995) e, in parte, anche come Il quinto elemento di Luc Besson (1997)? Le città sono caotici e conflittuali alveari tecnologici dominati da multinazionali: labili appaiono i confini tra notte e giorno, tra uomini e macchine, tra reale e virtuale, tra vero e falso, tra bene e male.

Se non incombe uno scenario caotico ecco le ben più plumbee atmosfere di un mondo post-atomico di pellicole come Waterworld di Kevin Reynolds (1995) o L'uomo del giorno dopo di Kevin Costner (1997), con la terra rispettivamente sommersa dalle acque o ridotta ad un deserto arido e gli uomini, soggetti a inquietanti mutazioni, regrediti alla primitiva legge del più forte. Oppure la fine della civiltà è rappresentata dal virus che in L'esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam (1995) costringerà i reduci dell'umanità in una sorta di prigione sotterranea. In molti di questi film si coglie l'odore di un ecologismo apocalittico.

MOSTRI, VIRUS E SIMILI

Restando in tema di virus, poi, è fin troppo facile associare quelli letali del Cinema alla realtà, ove il secolo, iniziato nel mito del progresso scientifico e della conquista dell'immortalità si chiude nell'incapacità di sconfiggere l'AIDS o il cancro. Simbolo cinematografico di questa illusione perduta e di un'epoca che ha visto affondare drammaticamente tutte le certezze è proprio il Titanic di James Cameron (1997), che ribadisce il valore eterno del solo amore.

Una menzione a parte, in chiave di metafora, merita la saga di Alien, che, iniziata alla fine degli anni '70 con la paura di un mostro che riusciva a nascondersi come un orrendo parassita dentro l'uomo, forse profeticamente a paventare quegli stessi virus di cui dicevamo, si è proposta quest'anno con il quarto episodio, Alien - la clonazione di J. Pierre Jeunet, in cui la "malattia" più autodistruttiva si scopre essere l'appartenenza al genere umano, al quale la tecnologia consente di varcare le insidiose soglie dell'ingegneria genetica, guidato solo dalla presunzione e dalla logica del profitto (si veda anche il giallo-noir del '96 Extreme measures di Michael Apted). Sullo stesso registro (il vero mostro è nell'uomo) Il mondo perduto di Steven Spielberg (1997) ed il pretenzioso Sfera di Barry Levinson (1997).

La rinnovata verve del genere catastrofico ci riporta all'ecologismo apocalittico cui accennavamo sopra: all'uomo-mostro la natura violentata si ribella. Uno stereotipo di sicuro effetto sul quale sono state confezionate le eruzioni di Dante's Peak (1997) e di Vulcano (1997) e i ben più evocativi uragani di Twister di Jan De Bont (1996).

La distruzione estrema arriva invece dallo spazio: e se in Indipendence Days di Roland Emmerich (1996) sono gli alieni invasori a minacciare la Terra, nei recentissimi Deep Impact di Mimi Leder e Armageddon di Michael Bay la sopravvivenza di tutte le specie è messa a rischio da giganteschi asteroidi in rotta di collisione con la terra. Se a tutto ciò aggiungiamo il risveglio del buon vecchio sauro Godzilla (1998), anch'esso diretto da Roland Emmerich, l'istantanea che se ne ha non trasuda certo ottimismo. Non mancano, a rigore, spunti autoironici, sia in alcune delle citate pellicole che in film più attenti a prendersi gioco di tanta distruzione, come la dissacrante invasione aliena di Mars attacks! di Tim Burton (1996), ma la linea di tendenza è comunque quella di raccontarci "la fine".

BUDDA, GLI ANGELI O GLI ALIENI?

In molti dei titoli citati, di fronte all'imminente catastrofe, si rivela un bisogno di scoprirsi uniti e solidali, ricostruire legami familiari, testimoniare un credo religioso, valori che però sanno di soap opera e che, associati alle situazioni narrate, rimandano ad un millenarismo che non appartiene al vissuto di tutti i giorni. E mentre di fronte all'estinzione l'uomo riscopre un Dio cui aggrapparsi fin troppo simile ad un amuleto, in altre pellicole come Contact di Robert Zemeckis (1997) - ma anche nel meno riuscito Phenomenon di Jon Turteltaub (1996) - trionfano una sconcertante spiritualità new age e la fede nell'incontro con esseri alieni (descritti in altri film come tutt'altro che affidabili). Quindi non resta che affidarsi ai nuovi mix di spiritualità che guardano a oriente (Kundun di Martin Scorsese e, per certi versi, a Sette anni in Tibet di J. J. Annaud del '97, accanto al già citato Nirvana) o che si rivolgono ai benefici influssi di più o meno diafane presenze angeliche (si pensi a Michael e a Uno sguardo dal cielo del '96 o a La città degli angeli di Brad Silberling del '98, ma altre pellicole sono in arrivo).

IL MALE

Altro tema ricorrente è quello del male che incombe sull'uomo (o meglio del Male, come ne L'avvocato del diavolo di Taylor Hackford del '97 e nel già citato Il quinto elemento), e qui il Cinema attinge a piene mani a simbologie religiose, non senza un pessimismo di fondo. Un esempio emblematico è Seven di David Fincher (1995) nel quale sono i sette vizi capitali a guidare l'azione di un serial killer e degli investigatori in una progressiva discesa agli inferi dell'animo umano che, su un piano di significato, rimanda ad un'ottica che supera la contingenza della storia narrata per assumere i contorni di una vera e propria visione del mondo: la figura del serial killer sembra attrarre particolarmente il Cinema in questi anni (vedasi Scream e Scream 2 di Wes Craven o Il collezionista), forse perché, uccidendo senza un motivo ma per il solo gusto di farlo, rimanda ad una idea assoluta del Male.

COMPLOTTI OVUNQUE

Ultimo tema è quello delle cospirazioni. Inquietanti gli scenari de La seconda guerra civile americana di Joe Dante (1997) e soprattutto quelli di Sesso e Potere di Barry Levinson ('97) in cui, per coprire l'ennesimo sexgate del presidente USA, un curatore d'immagine e un produttore cinematografico inventano una finta guerra contro l'Albania, con tanto di finte battaglie, finte vittime e finti reduci, tutto puntualmente trasmesso in TV (alcune delle situazioni del film, uscito la scorsa primavera, ricordano in modo sconcertante quanto è poi avvenuto ad agosto). Poi vi sono le mille cospirazioni dei normali film d'azione come The game, Ipotesi di complotto, Codice Mercury, The Peacemaker, Il domani non muore mai...: c'è sempre un Grande Fratello a controllarci e televisione, informatica, mondo dei media gli sono totalmente asserviti: fino a suggerire un atteggiamento di scetticismo totale nell'epoca di massimo afflusso incontrollato dell'informazione.

DENTRO E FUORI DALLE METAFORE

Certamente la recente produzione non è tutta su questi toni: interessa qui evidenziare una tendenza presente in molti film di successo e quindi apprezzati dal grande pubblico.

Resta il fatto che il Cinema di questi ultimi anni racconta paure estreme ed ingenue speranze che, probabilmente, non appartengono più soltanto alle culture d'oltreoceano. Nello stesso tempo tenta risposte anche religiose, ma spesso poco credibili. Raccoglie incubi e sensi di colpa di fine millennio, cerca di esorcizzarli, li enfatizza spettacolarizzandoli, li trasforma in belle metafore o li banalizza. La cultura in prevalenza laica rivela così timori quasi superstiziosi; forse gli stessi che ha erroneamente attribuito agli ambienti cristiani dell'anno mille.

Il Cinema, infine, non fa altro che dare risalto a quanto raccontato in altre forme espressive, spesso anche più popolari: dalla letteratura al fumetto, dalla musica alla televisione (si pensi ai serials TV X-files e Millennium o a quelli sugli angeli). Queste forme espressive contribuiscono a rafforzare un immaginario collettivo, un'idea di spiritualità spesso intrisa di predestinazione o di magismo, ed esigono, soprattutto sul versante giovanile, una proposta di fede matura e incarnata culturalmente, lontana da sentimentalismi e da paure irrazionali. Altrettanto robusti devono essere gli strumenti di lettura ed interpretazione di queste metafore artistiche, rese sempre più verosimili da una tecnologia ad altissimo livello di illusione ed "inganno" per lo spettatore medio. Il fruitore "ingenuo", specialmente giovane, che si ferma allo stupore, rischia infatti di tralasciare una parte importante di senso; la "meraviglia" , da sempre obiettivo ricercato in ogni forma d'arte, soddisfa immediatamente lo spettatore, lo coinvolge nella storia e lo fa "svegliare" a film finito, con l'impressione di aver vissuto in un'atmosfera di sogno. La riflessione, l'analisi critica, la valutazione del "prodotto" richiedono invece un lungo lavoro di educazione al gusto della ricerca e del protagonismo nella fruizione, ovviamente senza perdere il piacere della visione e anche dell'immedesimazione, necessarie per entrare nel linguaggio dell'arte. ÿ

(*) per anno dei film si intende quello di produzione: l'uscita nei cinema avviene vari mesi dopo.