RELIGIONE Sempre più i cristiani in Italia anzi in Europa devono imparare a convivere coi musulmani
Visioni contrapposte
alimentano l'orizzonte del pensiero occidentale riguardo all'Islam. Da una
parte l'attenzione critica si concentra sui casi purtroppo frequenti di
intolleranza e integralismo che caratterizzano alcune nazioni musulmane;
dall'altra la consapevolezza che la religione coranica, presentando Dio come il
Clemente, il Misericordioso, non possa non essere nella sua essenza clemente e
misericordiosa, quindi tollerante.
E' il Corano che riconosce tolleranza per la "gente del Libro", cioè per ebrei, cristiani, zoroastriani. "Non ci sia costrizione nella religione", ordinala sura 2, 256; "Tu [Maometto n.d.r. ], non sei stato inviato per costringerli alla fede", ribadisce la sura 50, 45.
Quel che è vero è che spesso la reciproca avversione musulmani/cristiani nasce dall'ignoranza. Da un lato, infatti, l'ignoranza genera sospetto, razzismo, sfiducia, quando non odio; dall'altra un falso irenismo che tende a minimizzare le pur grandi differenze che a livello teologico e morale dividono le due religioni. Il che vuol dire che si fa ogni giorno più urgente per i cristiani la necessità di conoscere la religione di Allàh, senza dimenticare di fare ogni sforzo per far conoscere la propria. Il dialogo resta la base di ogni tentativo, per instaurare una convivenza rispettosa e pacifica, in nome dello stesso Dio, riconosciuto ugualmente da musulmani e cristiani come " Clemente e Misericordioso ".
E' anche vero che nel Corano - il libro sacro dell'Islam - alcune affermazioni risultano per lo meno ambigue. Così, mentre la sura 5,82 dichiara: "Troverai che i più cordiali amici di coloro che credono [cioè dei musulmani n.d.r.] sono quelli che dicono: siamo cristiani", e questo non può che far piacere, per contro la sura 3,118 afferma con altrettanta decisione: "O voi che credete! Non sceglietevi per amici intimi quelli che sono estranei alla fede e che non risparmieranno sforzi per danneggiarvi". Per non incappare in questa indiretta maledizione, l'unica cosa da fare è dimostrare con la vita e la parola che si fanno sforzi unicamente per favorire non per danneggiare i musulmani! I fatti concreti servono più di ogni altra cosa a convincere i seguaci di Allàh che la fratellanza può esistere e con essa la tolleranza, e che fratellanza e tolleranza fanno nascere la reciproca stima.
Lo sguardo al passato, fino praticamente ad arrivare ai nostri giorni, evidenzia relazioni avvelenate e reciproca avversione. Tra i fattori scatenanti dobbiamo, ancora una volta purtroppo, ribadire l'ignoranza reciproca. Basti pensare che il primo tentativo di traduzione latina del Corano fu fatto solo nel 1143, più di cinquecento anni dopo la morte di Maometto. Uguale ignoranza nei confronti dei cristiani regnava e regna anche tra i fedeli musulmani. Ma l'ignoranza non è certo l'unica causa del conflitto cronico che danneggia le relazioni tra le due più grandi religioni monoteistiche del mondo. L'inguaribile sete di dominio, il colonialismo, le guerre di conquista e riconquista, l'insanabile avidità di terre, di vie di comunicazione per i propri commerci, di ricchezze esotiche, hanno contribuito in maniera determinante a incancrenire un'ostilità che ha fatto tanti danni materiali e morali, creando fratture pressoché insuturabili. Il reciproco sospetto, la sfiducia, la paura e, in ultima analisi, l'odio non sono mai venuti meno.
Solo il Concilio Vaticano II, negli anni sessanta del nostro secolo, in due documenti principali, Lumen Gentium e Nostra Aetate, ha avuto il coraggio di esprimere ai musulmani la stima della Chiesa cattolica e di formulare l'augurio di mutua comprensione e collaborazione.
Questi auguri aspettano ancora una traduzione pratica. Vi si oppongono le differenti condizioni economiche e tradizioni culturali tra i paesi musulmani e cristiani. In più, l'elevato benessere, la libertà religiosa e politica dei paesi occidentali e il loro calo demografico attirano un numero sempre maggiore di immigrati dai paesi della mezzaluna. Essi in Europa superano ormai i 15 milioni, l'Italia ne ospita quasi un milione, con un'elevata percentuale di clandestini: molti, troppi, vedono in questa emigrazione un'invasione strisciante, capace di mettere a repentaglio, prima o poi, la sovranità nazionale.
La convivenza si è sempre rivelata difficile, perché grande è la distanza culturale, differente lo sfondo etnico, sociale e religioso. L'Islam, infatti, non è solo una religione, è anche uno stile di vita. Basti pensare alle minuziose norme alimentari, al salât, la preghiera da compiere cinque volte al giorno, al rigoroso digiuno dell'intero mese di ramadàn , al gihàd, la cosidetta "guerra santa" (o meglio lo "sforzo" per la causa di Allàh) che considera dâr al-harb, "casa della guerra", le terre degli infedeli da conquistare alla vera fede; alla convinzione che l'Islàm è una religione superiore che concede tutt'al più dhimma, "protezione", ma non uguaglianza alla "gente del Libro"; infine alle restrizioni cui sono sottoposti i "non fedeli" nei paesi islamici in fatto di pratica e, ancor peggio, di annuncio della propria religione. Sono restrizioni che i fedeli di Alláh hanno in modo molto più soft, o non hanno affatto, nei paesi cristiani. Le loro colpe - e non poche - le hanno anche i cristiani: non ultime quelle connesse con il periodo di colonialismo occidentale del mondo islamico.
Eppure non è possibile non lavorare per una convivenza pacifica. Ne va della sopravvivenza dell'umanità. Del resto alcuni concetti espressi nel Corano sono certamente condivisibili e possono quindi costituire il punto di partenza per un avvicinamento, non solo strategico, delle due religioni. Condivisibile è la professione in un Dio unico: Lâ-ilâha illâ Allâh, "Non vi è divinità all'infuori di Dio"; la fedeltà alla preghiera giornaliera, dovunque ci si trovi; l'affermazione categorica e ripetuta che solo Dio è grande, anzi il "più grande": Allâhu âkbar; il concetto dell'elemosina e dell'aiuto ai poveri: "Se fate l'elemosina in segreto e la date ai poveri, sarà ancor meglio per voi" (sura 2,271); "Ciò che date in elemosina a fin di bene sia per i genitori, i poveri e i viandanti. Ciò che fate di bene, Dio certamente lo sa" (sura 2,215). Altrettanto condivisibile è l'abbandono del fedele musulmano alla volontà di Dio, che nella vita pratica si è tradotto in un intercalare molto usato e molto noto anche in occidente, inshàllah (in shâ'a Allâh), "se Dio vuole".
Tutto ciò può costituire un punto di partenza per un dialogo che ogni giorno diventa più necessario. Lo ha capito bene il Papa che non cessa le attestazioni di stima e si sforza di sottolineare le cose che possono unire e non quelle che dividono.
L'Islam è comunque tra noi, ci piaccia o no. E con l'Islam è urgente confrontarci. Sempre di più nei nostri oratori si mescolano ragazzi musulmani (cfr. articolo di Carlo Nanni in BS novembre '98 pag. 16), le nostre spiagge sono letteralmente battute da terzomondiali che vendono un po' di tutto - sono i famosi "vu' cumprà"; le ditte di costruzioni hanno operai sempre più frequentemente provengono dai paesi musulmani; anche i braccianti agricoli sono sempre più degli immigrati fedeli di Allàh. E' dunque il tempo di cominciare a trarre le conseguenze di questa situazione che, oltretutto, si presenta coi caratteri della irreversibilità.
Per saperne di più: Il Corano, C. Guzzetti (a cura di), LDC 1989; L'Islàm, Silvia Scarnari Introvigne, LDC 1998; Cristo e Allàh, C. Guzzetti, LDC 1983; Per conoscere l'Islàm, Di Liegro-Pittau, Piemme 1991.