COME DON BOSCO l'educatore

"IL FATTORE "P""

di Bruno Ferrero


Siamo abituati a incominciare tutto "nel nome del Padre". Anche nella cultura e nell'educazione contemporanea esiste un importantissimo fattore "P", come padre. Dopo un'epoca definita della "società senza padre", oggi tutti gli studi di sociologia, psicologia, antropologia dimostrano il peso del ruolo paterno sull'equilibrio psicosociale dei figli.

Gli esseri umani manifestano l'evidente bisogno di una presenza affettiva ed educativa definita "padre", indipendentemente da chi la esercita. Sono tante le mamme che ammettono tristemente: "Gli devo fare anche da padre.". Sanno benissimo che cosa significa e ne sentono tutto il peso. Inoltre il sistema preventivo di Don Bosco è una magnifica, unica, originale, attuale spiritualità della paternità. "Ho scritto la storia del nostro amorosissimo padre Don Giovanni Bosco. Non credo che al mondo vi sia stato uomo che più di lui abbia amato e sia stato riamato dai giovanetti" (Don Lemoyne).

Amare è un verbo. E la paternità lo coniuga in un modo che le è proprio. La prima caratteristica della paternità è esprimere la forza dell'amore. In un modo molto concreto.

La presenza. Il padre è l'importantissimo terzo incomodo che fa da passaporto per la realtà. La sua presenza è sentita dai figli come vera necessità. Un papà assente o emotivamente distante è vissuto come un tradimento. Non è questione di tempo: è questione di effettiva comunicazione. La qualità del rapporto di un figlio con il padre sembra essere l'elemento più importante per determinare come quella persona reagirà. La madre è un "bozzolo" caldo. Il padre spinge verso l'esterno, lo sconosciuto, l'avvenire.

La protezione. "Le carezze di mio padre sono ruvide: le sua mani sono piene di calli perché fa il manovale. Ma per me sono leggere come la seta, perché mi vuole bene", afferma un bimbo di 8 anni. La presenza di un padre non è neutrale. Un padre ama come una madre. Ha la vera tenerezza di chi dice: "Qualunque cosa capiti, io sono qui per te!". E' la presenza di chi afferma: "Non avere paura, ci sono!". Da qui nasce quell'atteggiamento vitale tra padre e figli che è la fiducia e anche l'incredibile spinta che ha sui figli l'incoraggiamento paterno. Che cosa non farebbe ciascuno di noi per un bel "bravo" detto dal papà?

Il modello. Il papà è naturalmente un modello di "mascolinità" per i figli e le figlie. In un certo senso è chiamato a fare da specchio: i figli sentono sempre il padre come esempio forte e decisivo. Nel passato per trasmettere i "valori" bastava imporli. Ora si deve dimostrarli, vivendoli. Per i figli il padre è depositario della sapienza pratica della vita, è colui che conosce la meta e la strada per arrivarci. Il primo vero grande "cartello indicatore" della vita, la prima guida in linea.

Il generatore. Anche il padre "genera". La paternità è una forma d'arte: la materia è la nascente umanità e personalità dei figli, ricca di stimoli, stupori, segnali, germogli, talenti. E' questione di formare una struttura che consenta una vera autonomia della persona. Un sistema di valori che faccia da bussola. Un centro, una coscienza. E con l'unico strumento adatto: la capacità di pensare. Sono molti i libri che portano titoli come. Dire no ai figli, o anche Se mi ami dimmi di no. Non è così semplice. E' molto più importante decidere quali sono i "grandi sì" che i genitori devono assolutamente comunicare ai figli. A volte il padre deve "imprestare" ad un figlio la propria forza, fargli da centro vicario. Sostenerlo come il muro sostiene l'edera.

L'autorità. L'epoca dei padri-padroni e dei padri-caporali è terminata, ma perché una famiglia funzioni dal punto di vista educativo è indispensabile che qualcuno dei suoi membri si rassegni a comportarsi da adulto. Il padre che vuole apparire soltanto quale "miglior amico dei suoi figli", un po' come un rugoso compagno di giochi, serve a poco. Si tratta di un atteggiamento psicologicamente comprensibile, ma la formazione della coscienza morale e sociale dei figli non ne esce ben stabilizzata.

Nella sua essenza, l'autorità non consiste nel comandare: etimologicamente deriva da un verbo latino che significa un po' come "aiutare a crescere". L'autorità nella famiglia dovrebbe appunto aiutare i membri più giovani a crescere, configurando nella maniera più affettuosa possibile ciò che in gergo psicoanalitico si chiama il loro "principio di realtà".

Se i genitori non aiutano i figli con la propria amorevole autorità a crescere e a prepararsi per essere adulti, saranno le istituzioni pubbliche che dovranno imporre loro il principio di realtà, e non con l'affetto, ma con la forza. In questo modo si ottengono solo vecchi bambini disobbedienti, non liberi cittadini adulti.

C'è qualche aspetto sgradevole in tutto questo. Lo scontro con la realtà qualche volta è fonte di paura. L'obiettivo dell'educazione è imparare a rispettare, per gioioso interesse vitale, ciò che iniziamo a rispettare per qualche forma di paura. La maggior parte delle forme di apprendimento inoltre implicano sforzo. Crescere ha ampie possibilità e grandi orizzonti. Un papà è importante soprattutto perché aiuta "a salire".

Forse nessuno ha innate le doti di un buon padre. Per diventarlo ci vogliono pazienza, attenzione e amore. Ma poche cose sono emotivamente gratificanti quanto la gioia che un uomo prova nel guidare i suoi figli dalla nascita, attraverso le varie fasi dello sviluppo, fino al giorno della loro conquistata indipendenza.

Senza contare che la paternità porta in sé un premio "dell'altro mondo". Quello contenuto in una delle frasi più significative, e più terribili, del Vangelo: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40). .


COME DON BOSCO Il genitore

DA MAMMA PARLARE DEL PADRE

di Marianna Pacucci

 

Mi mette un po' a disagio parlare della paternità in famiglia. mi sembra un'intrusione "nell'altra metà del cielo". Farne parlare a mio marito? Ma no! Meglio complicarsi la vita e assumere da mamma la responsabilità provocante di parlare da padre!

In fondo non c'è niente di meglio degli occhi di una donna per rivisitare in modo creativo questa esperienza che troppe volte viene messa in secondo piano e finisce col rendere asimmetriche le gioie e le fatiche della vita domestica.

Comincio con una constatazione ovvia: nella nostra cultura è senz'altro più evidente che non ci può essere paternità senza maternità, che non il contrario. E forse è proprio questa la ragione per cui i padri si sentono spesso più limitati delle consorti nell'affrontare i compiti della crescita e dell'educazione dei figli. Difficile dire invece se da questa consapevolezza derivi una sofferenza o un opportunistico defilarsi di fronte alle responsabilità familiari. Sta di fatto che la paternità viene spesso vissuta come supplenza del ruolo materno o come disponibilità a ritagliare alcuni spazi specifici della relazione affettiva.

I figli dal canto loro si abituano a sentire la presenza dei papà come intermittente, selettiva, quasi opzionale: sia nella versione autoritaria che in quella 'compagni di gioco' la figura paterna rappresenta uno snodo importante del processo della crescita e dell'identificazione personale dei ragazzi, ma non c'è la richiesta di una condivisione abituale della vita quotidiana. Questa distanza, a mio parere, comporta per molti uomini una perdita che non sarà interamente risarcita sul piano della comunicazione affettiva; ma, d'altro canto, favorisce un processo di emancipazione di cui le nuove generazioni hanno oggettivamente bisogno.

Se questo è vero bisogna riconoscere onestamente, che la paternità è un potente fattore di riequilibrio dell'esperienza della maternità, che rischia di essere un po' ridondante, eccessivamente coinvolgente e quindi potenzialmente logorante. Per il bene di tutti i membri della famiglia, forse ci vorrebbe una razione meno abbondante di amore materno: come per i medicinali. Quando si superano le giuste dosi aumentano i rischi di effetti collaterali. Il "mammismo" che deteriora il vissuto di tante famiglie, potrebbe essere curato proprio con una rinnovata distribuzione di compiti, ruoli e responsabilità all'interno della coppia, fermo restando che la logica da incentivare non è tanto quella della parità, quanto quella della reciprocità.

Infine bisogna decidersi a trovare la ragione per cui il Dio cristiano ha preferito comunicarsi come padre piuttosto che come madre, anche se nella Bibbia non mancano espressioni di grande intensità che riassumono la compresenza della paternità e maternità di Dio. Mi sembra di capire che la preponderanza della figura paterna nell'esperienza religiosa offra ai credenti la possibilità di riconoscere il senso del proprio radicamento nel tempo e nello spazio, la continuità nel raccordo tra le generazioni e nello sviluppo della storia comune, un'identità che non può certo coincidere con la pretesa di un figlio-fotocopia, ma suppone la disponibilità a travasare con amore il passato nel futuro, poiché ciò che è eterno trovi degna accoglienza nella contingenza dell'esperienza personale di ogni uomo.

La paternità è un bene prezioso proprio perché crea nei figli, rispetto alla maternità, una minore dipendenza. Fra un padre e i suoi bambini c'è forse una minore complicità, ma nello stesso tempo una maggiore comprensione e solidarietà dell'esigenza di farsi persona nell'autenticità e nella libertà. Peccato che gli uomini spesso siano un po' rinunciatari nel comunicare questa ricchezza interiore e preferiscano la riservatezza alla condivisione piena del patrimonio di valori educativi che si portano dentro!