IL GIGANTE DELL'AFRICA

di Giancarlo Manieri


La Nigeria è il più grande stato del continente africano, il più popoloso, il più impossibile. Nato artificialmente dalla volontà degli inglesi, complici altre nazioni del mondo, che raggrupparono circa 250 tribù diverse e s'inventarono una nazione. Ingenuità o calcolo politico? Una cosa è certa: bisognava credere ai miracoli per pretendere di fare di centinaia di razze, lingue, culture diverse un popolo unico, di mescolare tanta variegata umanità, tante diverse tradizioni religiose, tante differenti vie di spiritualità.

E' che la Nigeria ha un grande "torto", ahimé, quello di possedere centinaia di pozzi di petrolio, centinaia di km. di foreste, centinaia di migliaia di ettari per l'agricoltura e i pascoli, e. più di cento milioni di individui: è quanto basta per cadere sotto il mirino di chi fa del profitto la filosofia e. la teologia della vita. Con la Nigeria prima o poi toccherà fare i conti.

QUALCHE DATO

923.768 km², più di 100 milioni di abitanti, già colonia e protettorato britannici, indipendente dal 1960, Repubblica federale dal 1964 composta da una trentina stati autonomi e centinaia di lingue e etnie diverse. Nove presidenti, quattro colpi di stato, 2 repubbliche, 2 regimi dittatoriali, una sanguinosa guerra civile, quella del Biafra. Moneta nazionale la naira, circa 19 lire. Le tribù più numerose Yoruba (21%), Hausa (21%), Igbo (18%). Religione musulmana al nord, cristiano-cattolica al centro-sud. Configurazione delle risorse: 43% del territorio prati e pascoli, 35% agricoltura, 11% boschi e foreste. Il resto incolto e improduttivo, praticamente deserto.

SURELY THERE IS POWER IN PRAYER

"Indubbiamente c'è potenza nella preghiera!". Questa singolare professione di fede, scritta a mano sulla fiancata acciaccata di un taxi-pulmino, la dice lunga sulla religiosità profonda della cultura nigeriana. Una parola misteriosa racchiude tutto ciò che è dovuto a Chukwu- Dio. La parola è Omenala. Dice preghiere, sacrifici, impetrazioni, offerte; dice il rispetto rigoroso delle tradizioni, la venerazione degli anziani, la memoria degli antenati, l'obbedienza all'autorità; dice la vita quotidiana intrisa di spiritualità, di attenzione alla tradizione, e di richiami a Dio disseminati ovunque: sui cofani arrugginiti delle autovetture, le fiancate rabberciate dei camions, i muri scrostati delle case, i frontespizi artigianali dei negozi. Formule da ritenere a memoria, da possedere e usare come intercalari; formule che costituiscono il collante della Umunna-comunità, imbastita sulla memoria viva degli antenati.

Tutto questo, che fa parte della cultura igbo, in termini e nomi diversi appartiene anche alla cultura yoruba e a quella hausa, tanto per citare le tre più numerose tribù della Nigeria, che assieme assommano al 60% dell'intera popolazione. Sulle già citate carrozzerie degli automezzi campeggiano scritte come God is able, Dio è bravo; To obey is better than sacrifice, obbedire vale più che offrire sacrifici (provate a dirlo ai nostri giovani, e, giacché ci siete, anche agli adulti!); The Lord is my sheperd, il Signore è la mia guida; God first! Dio è il migliore! Truly God is good, davvero Dio è buono.

Jesus is the way, Gesù è la strada, è sulla fiancata di un pulmino che ha tutta l'aria di reggersi solo "per grazia ricevuta". Appare come un'invocazione e una speranza, soprattutto se si getta un'occhiata alle strade, somiglianti più a percorsi di guerra che a vie di comunicazione. Tante altre scritte si trovano e dello stesso tenore, a riprova di una spiritualità diffusa, sentita, e incarnata nelle situazioni reali e quotidiane. Del resto solo in Nigeria è dato vedere tutti i giorni, mattina e sera, file di gente avviarsi verso la chiesa cantando e pregando. Le chiese nigeriane sono sempre zeppe. I fedeli attendono pazientemente, fuori, che finisca la celebrazione in corso per correre a prendere i posti per quella successiva. Manco andassero al cinema. Non per nulla il primo beato africano è un nigeriano, il Beato Tanzi, contemplativo cistercense di etnia igbo, la cui devozione sta montando come una marea.

La religione è il vestito dell'africano. Facile convincersene. Akure, capitale dello stato di Ondo, poco più di 200.000 abitanti, ospita non meno di 5000 diverse confessioni e sétte religiose, quasi tutte di importazione. Così è dovunque. Religioni diverse hanno potuto attecchire perché l'ambiente familiare e sociale è impregnato di religiosità e il sacro permea l'uomo e le sue attività. Una considerazione. Duecento anni fa i nostri padri hanno vissuto la stagione dello sfruttamento dei corpi degli africani, una maledizione conosciuta col triste epiteto di "tratta dei negri", tanto efferata da giungere, a volte, a episodi incredibili, come barattare una bottiglia di liquore per uno schiavo. Oggi in Nigeria si celebra la stagione dello sfruttamento delle risorse: le grandi compagnie sanno far bene il loro mestiere! Dio non voglia che accettiamo supinamente di consumare anche la stagione dello sfruttamento della religiosità africana. Sarebbe imperdonabile.

UNA SOCIETÀ PER LA SOPRAVVIVENZA

In Nigeria osservare la strada e quello che vi succede vuol dire capire molte cose. Qui due bimbi, otto/nove anni, si dirigono al mercato; recano in equilibrio sulla testa due grossi panieri piatti, più grandi di loro, colmi all'inverosimile di ortaggi diversi. Là una donna sul capo senza cercine regge un grappolo di banane di incredibile grandezza; avanza lentamente concentrata sul peso eccessivo e sulla strada traditrice: basta un piede in fallo e. Dietro, guardingo, un ragazzo: ha per cappello una lunga asta, forse una canna di bambù, vistosamente curvata dal peso di due enormi zucche in bilico alle due estremità; quella davanti sembra ostruirgli la vista benché sia a circa un metro e mezzo di distanza dagli occhi: procede con movenze da giocoliere, attento a non far rotolare via dalla testa il prezioso carico.

Ovunque people, people, people. Vedi sbucare la gente dai vicoli, dagli angoli delle vie, dai portoni (si fa per dire!) delle case, a frotte. Tutti hanno qualcosa. Da vendere. Le mercanzie sono le più varie e incredibili, come quei ragazzini che porgono mazzi di bastoncini di una decina di centimetri di lunghezza, artigianalmente sgrossati; sono stecche e rametti di non so quale albero o canna; li vendono come spazzolini da denti: masticandoli si sfilacciano e. il gioco è fatto!

La vita in Nigeria si svolge all'aperto, sulla strada, nelle piazze, per i campi, lungo i fossi, sulla rive del Niger, dentro la foresta. Le case sono ben poca e povera cosa: cubicoli per dormire o poco più. Palazzi a più piani sono rari come le mosche bianche e si trovano solo nelle grandi città.

L'imperativo è il cibo quotidiano. Ogni mattina comincia la grande caccia che si protrae fino a sera. Impegna anche i bambini che sono tanti: affollano i mercati, le strade, le piazze, le chiese, i negozi, le case e. gli alberi. I più piccoli vivono perennemente appiccicati alla schiena delle mamme o delle sorelline, L'istituto del "figlio unico" non esiste: "La mia famiglia - scrive un ragazzo nigeriano a un amico italiano - ha la fortuna di avere sei figli!". Ogni famiglia vanta - è il verbo giusto - cinque, dieci, e perfino quindici figli. Essi sono la vera grande risorsa della nazione, costituiscono circa il 60% dell'intera popolazione. La Nigeria è una nazione giovane.

La scuola c'è per chi ci va. L'occupazione comune per i bambini è fare i "piccoli portatori d'acqua" prima ancora che fare gli scolari. Il mezzo di trasporto? La testa naturalmente. Come contenitori bastano vecchi bidoni di materiale, dimensioni e colori diversi. Non è infrequente scorgere ragazzine impuberi con una grande tanica sulla testa, un bustone di plastica in mano e il fratellino appeso alla schiena! Nella grande maggioranza delle case non esiste l'acqua corrente. C'è il pozzo, il fiume, e. la fontana della missione.

Ognocha è il padre bianco. Se lo scorgono per la strada, lo circondano, lo chiamano con quello strano appellativo, gli carezzano estasiati i peli delle braccia. forse chissà per loro assomigliamo a scimmie, o a pupazzi di pelouche... Qualunque cosa gli regali li fa felici: una biro, un pettine, un fermaglio, un orecchino (sì anche uno solo), un anello (anche di "vil metallo", purché luccichi), una spilla, una medaglietta. Tutto va bene per chi è alle prese col rompicapo giornaliero di procurarsi qualcosa per vivere.

Gli adulti si arrangiano facendo un po' di tutto. Alcuni anche i ladri. Anzi il furto è una piaga sociale, e per combatterla si è giunti a mettere in moto una giustizia un po' sommaria: colto in flagrante il "mariuolo" può rimetterci la pelle, senza che nessuno alzi un dito di misericordia. Il governo sta lottando per stroncare il fenomeno. ma sarà dura; la povertà e la fame giocano contro. "Non di solo ignami, vive l'uomo!". La parafrasi è forse irriverente, ma rende la realtà. Lo ignami è una specie di patata, il cibo nazionale. Spesso l'unico!

La corruzione, ovviamente, dilaga. In Nigeria, come del resto un po' ovunque nel mondo, puoi comprare tutto, anche i poliziotti. Qualche naira ti evita la multa, la coda, l'ispezione, la discussione; accelera la pratica, ti apre la porta degli uffici amministrativi, il sorriso dei funzionari, i battenti dell'ospedale. Insomma se tutto il mondo è paese, la Nigeria lo è ancor più.

L'economia nazionale dipende dal petrolio, cioè dalle grandi compagnie. La colonizzazione non ha certo preparato una classe politica all'altezza di reggere l'urto della modernità. Così i nigeriani si ritrovano condannati a scoprire a loro spese i valori della democrazia e a imparare a evitarne gli eccessi. Per ora è una economia di sopravvivenza. In Nigeria funziona tutto come può. Anche il traffico. Lo chiamano "marmellata", trafic jam, e si snoda quasi senza segnaletica, con carreggiate. a quattro sensi di marcia, perché s'infilano anche trasversalmente senza pudori. Si procede a slalom, a salti (le buche hanno proporzioni colossali) e contromano con disarmante tranquillità. Nessuno osa meravigliarsi! L'africano ha imparato da millenni una pazienza senza scosse, quasi rassegnata. Fa riflettere la frase sul frontespizio di una casa ad Onitsha: in destiny no competition, contro il destino non c'è niente da fare! Con a disposizione l'equivalente di 3000 lire al giorno per vivere (mille ce ne vogliono per un chilo di pane), se non hai una pazienza secolare, scordati di resistere. Date queste premesse, non si stenta a capire perché tante nigeriane riempiano le strade di periferia delle nostre città.

Nella cultura, ancora in gran parte tribale, c'è radicatissimo il concetto dell'autorità. Tanto che appena qualcuno, chiunque sia, a qualunque ceto appartenga, si ritrova con un briciolo per quanto piccolo di responsabilità, si procura subito lo strumento per esercitarla: "il bastone del comando", che può essere una verga, una canna, un ramo, una bacchetta, un randello. Lo trovi in mano ai chief dei villaggi, ai poliziotti, ai capi ufficio, ai maestri; ma anche al catechista, al portiere d'albergo, al custode della missione; e ancora al piccolo capobanda, al capoclasse. Senza una verga in mano sei nessuno!


LA MIA AFRICA.PENNELLATE

di Manieri/Scaglioni

Eppure l'Africa, e la Nigeria in particolare, ti offrono indimenticabili emozioni. Attraverso la festa infinita dei suoi colori. "Africa nera", è stereotipo millenario, ma l'Africa non è nera se non nella pelle dei suoi abitanti. La natura non ha nulla di nero, è un arcobaleno inimitabile e luminoso, una fiera di tinte e gradazioni che la sensibilità squisita dell'africano ha trasportato nei vestiti, nelle stoffe, nelle celebrazioni, nei canti, nelle danze rituali.

I colori di inimmaginabili fiori, le erbe più diverse e sconosciute, il mistero delle sue foreste, con la vitalità capricciosa del Mbe Mbe che spara ai quattro venti i suoi frutti amarissimi, quasi a segnalare la difficoltà quotidiane degli abitanti; il furtivo girovagare del bush-cat, gatto dei cespugli, sempre affamato e sempre in caccia; le processioni innocue delle grosse lizards, verdissime lucertole guidate da un capo diversamente colorato, le agilissime Ewu, caprette della foresta, nere o maculate, con le corna o senza; i canti d'amore dei più impensabili uccelli, poi le scimmie, le mucche, i serpenti, le terribili zanzare della malaria.

La ricchezza dell'Africa è la bellezza dei suoi colori, il verde delle sue foreste, il rosso dei suoi deserti, l'iride delle albe e dei tramonti. i palazzi ocra delle sue termiti, i pascoli delle sue mucche, i suoi panorami selvaggi e delicati ad un tempo, e. l'anima candida dei suoi figli neri. Restii a modellare siepi, sistemare vasi di fiori, comporre fantasie di aiuole, inventare bouquet nuziali, essi preferiscono le geometrie spontanee della natura, i giochi molto più creativi del Creatore.

In principio Dio creò l'universo; quindi la luce, le stelle, gli animali della foresta. Al sesto giorno il nigeriano. E c'era il silenzio. ma al settimo giorno, mentre Dio riposava i nigeriano inventò il rumore. Nessun rumore è simile al rumore della Nigeria. Un uomo di successo in occidente compera la casa di campagna, sceglie un posto silenzioso per la sua tranquillità. Il nigeriano no: per lui è importante gridare, cantare, suonare, stare insieme.

Il mercato ne è il segno. E' la seconda casa: ci vive per sei giorni. Al settimo trasferisce il canto, il suono, la danza, insomma la festa in chiesa!

Lagos è la città di tutti. Ha il rumore di 10 milioni di abitanti. A Lagos si compera, si vende, si studia, si cerca fortuna. Tutto vi arriva e tutto vi parte. Il cuore geografico e politico della Nigeria è Abuja ma il cervello rimane a Lagos.

La tribù è sopra tutto e tutti; è al centro dei pensieri e dei discorsi. Quanto l'europeo parla di smog, del tempo, di sport, tanto il nigeriano parla di tribù, razza, lingua, antenati. Il fatto tribale è costitutivo, addirittura più importante dell'identità personale.

SALESIANI IN SITUAZIONE

In questo ambiente socio economico, sotto questo cielo spesso offuscato dall' armathan, la polvere rossa del deserto, tra questa gente semplice e bisognosa, hanno messo radici i salesiani. Tre, per ora, le presenze: Akure e Ondo nello stato omonimo, Onitsha, nello stato di Anambra. Ma sono in fase avanzata i lavori per la quarta presenza a Ibadan, nello stato di Oyo.

AKURE

Capitale degli yoruba, prima etnia del paese. I salesiani sono presenti dal 1982, chiamati dal vescovo Francis Alonge. Animano una parrocchia con annesso un santuario dedicato a Maria Ausiliatrice. molto capiente, concepito per amalgamarsi con l'ambiente circostante e le case vicine. Le altre strutture che completano il complesso comprendono la scuola professionale, il centro stampa e l'oratorio-centro giovanile, forse la cosa più bella. Don Bosco in Nigeria è ripartito dalle origini. Molti giovani nigeriani, cristiani e non, hanno ritrovato ad Akure nuova linfa e rinnovati motivi di speranza.

Akure è stato il primo pied-à-terre dei salesiani in Nigeria e l'oratorio la prima opera iniziata: un prato, un pallone e due sale per il catechismo. così come a Valdocco cominciò don Bosco. Poi è venuta la banda musicale, quindi la tipografia, il santuario, soprattutto per le insistenze del vescovo, ma anche come ringraziamento per l'opera bene iniziata, seme salesiano in Nigeria; infine anche l'abitazione per i salesiani, nove anni dopo il primo "sbarco". La cosa ci sembra significativa: Il percorso è in perfetto stile salesiano.

Ora i salesiani di Akure sono conosciuti come Don Bosco Training Centre, una denominazione che via via sta diventando sempre più prestigiosa all'intorno. I laboratori di carpenteria metallica - lavorazione dell'alluminio, quelli di elettricità e di informatica completano la gamma dei servizi didattici del centro e gli conferiscono autorità e indiscusso prestigio.

ONDO

A 45 km da Akure sorge Ondo, iniziata nel 1983 con l'affido alla comunità salesiana inviata da Torino della parrocchia St. Patrick's, e, annessi, una quindicina di outstations (villaggi). Nello stesso anno l'ispettore don Pietro Scalabrino pone la prima pietra del Centro Don Bosco, sulla collina St. John. La gestazione di Ondo segue fedelmente quella di Akure: dopo la parrocchia, l'oratorio e la scuola professionale. Né poteva essere diversamente. La scuola di "arti e mestieri" sta alla Nigeria come la farina al pane! Meccanica e falegnameria sono i suoi fiori all'occhiello. Ha raggiunto un così alto grado di perfezione che l'Osemawe, re di Ondo, quando ha voluto un cancello "regale", degno della sua posizione di Chief riconosciuto e venerato, l'ha ordinato alla scuola professionale salesiana. I grandi portoni scolpiti, opere pregiate della scuola di falegnameria, hanno superato da tempo i confini dello stato. E il nome di Papy, il salesiano laico che ha iniziato e animato la scuola, è una griffe in tutta la nazione.

Ma Ondo è una fucina: a gennaio di quest'anno è nato il laboratorio di motomeccanica, ma l'opera clou è un'altra. L'esigenza di pensare al futuro della congregazione ha indotto i salesiani a progettare anche una casa di formazione. Alle tante opere sociali, parrocchiali, culturali e didattiche, è stata aggiunta perciò, con decisione unanime, l'opera formativa. Ora Ondo è anche un noviziato: prepara lo sviluppo del III millennio, pianta semi per un rigoglio da perpetuare.

ONITSHA

A Onitsha i salesiani sono arrivati nel 1989. La città è un mercato, forse uno dei più grandi della Nigeria. A questo fervore di attività, che attira decine di migliaia di giovani, molti dei quali sono costretti a vivere praticamente allo sbando, non potevano non andare le attenzioni dei figli di Don Bosco. La loro avventura cominciò su cinque ettari di terra, che all'inizio si vollero denominare "il prato del sogno". Fu di buon auspicio. In tappe successive è stata costruita la casa, scavato il pozzo, allacciata la corrente elettrica, molto opportunamente supportata da un grosso generatore (perché lì la corrente "continua" non esiste, c'è solo quella "alternata", nel senso più rustico del termine, perché ora c'è e ora non c'è . a capriccio di non si sa chi).Poi, manco a dirlo, s'impose l'esigenza di una scuola che qualificasse i giovani per il lavoro. E venne la scuola professionale, grande fame della Nigeria.

Gli abitanti di Onitsha, soprattutto i più giovani, sono grandi improvvisatori: s'improvvisano meccanici, elettricisti, falegnami, dattilografi, sarti. Ma soprattutto "venditori", perché al contrario degli altri mestieri, basta un po' di faccia tosta e tanta fame. Gli igbo di faccia tosta ne hanno da vendere e la fame è atavica! Per fare invece i meccanici, gli elettricisti, i programmatori, i sarti ecc. non basta la buona volontà, ci vuole la competenza. L'improvvisazione non paga. Così Onitsha ha seguito l'esempio di Akure e Ondo: qualificare, specializzare i giovani per un mestiere, non imparato alla meglio ma scientificamente, teoria e pratica. Una ragazza che vuole essere sarta, occorre che studi se non vuol rimanere rammendatrice e sperare in un futuro meno nero! A lei alla fine del corso viene donata la macchina da cucire su cui ha imparato.

A Onithsa la scuola degli ognocha è sempre più ricercata. I corsi di meccanica fanno gola agli igbo, che sembrano possedere una predisposizione nativa a questa materia. Quella di informatica dà prestigio a chi la frequenta ma anche a chi la organizza, poi la scuola di taglio e cucito appena ricordata, il settore di elettromeccanica, i corsi per segretaria d'azienda.

E la missione, prima quasi perduta in cinque ettari di prato, ora è fervida di vita, tanto che si dove provvedere un tetto a quelli che arrivano da lontano e non hanno certo la possibilità né i mezzi per fare avanti e indietro tutti i giorni. E' nato il collegio. I frutti anche per la congregazione sono al di sopra di ogni previsione e speranza: una catena ininterrotta di vocazioni rendono l'opera di Onitsha del tutto singolare.