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NOSTALGIA DI PARADISO

di Serena Manoni


"Il mondo era una favola bella!" . E' triste parlare al passato, ma la realtà attuale ti costringe. La terra non è più un giardino: i tempi dell'Eden sono tragicamente scomparsi sia dall'anima che in natura. Il degrado sembra infinito. Eppure. Sempre più numerosi sono gli uomini che combattono una battaglia solitaria per salvare il salvabile.

"E' stupendo un giardino! Vestito di silenzio. La luna lo veglia di notte e il sole è come un guardiano del giorno" . Sono sempre di più gli uomini che invece di rimanere estasiati di fronte allo spettacolo della natura, ai suoi colori, alle sue luci, inebriati dai suoi profumi, rimangono disgustati dallo spettacolo sempre più frequente di montagne di rifiuti, occultate, ma denunciate dall'odore mefitico che emanano; da colline ferite, alberi rinsecchiti, terreni sconvolti. Sempre meno suoni si odono che non siano quelli delle sirene o dei clacson, sempre meno luci che non siano quelle artificiali, sempre meno odori che non siano le esalazioni mefitiche dei gas di scarico, dei fumi densi delle ciminiere e dello smog

E sempre più esseri umani avvertono una nostalgia struggente di genuino, di naturale, i fruscii misteriosi, i colori dell'iride, le stelle non più offese dalle luci della città.. L'uomo torna a desiderare la campagna che da un secolo fugge: rivuole la terra dalla quale si era allontanato inseguendo miraggi di fata morgana. Torna a piacergli piantare alberi, coltivare fiori, curare cespugli. Riscopre l'intima soddisfazione di imparare nomi di piante, fiori, alberi, erbe. il bosso nano, l'acero negundo, il tasso aureo, l'edera variegata, il cotoneaster, la pachisandra, la felce, il pittosforo, la skimmia japonica, il berberis, il centocchio, l'aubrezia. nomi sconosciuti e suggestivi, lemmi con un sentore di magico. E non rischi più: "Lì c'è la skimmia." ."Papà, si dice scimmia, e non ne vedo nessuna!".

L'uomo moderno sa dialogare col computer, fra poco col teleputer, ma ha disimparato a dialogare con la natura. Eppure essa è "gioia fisica, contatto esaltante, sforzo virilizzante, felicità di crescere. E' ciò che attrae, ciò che rinnova, ciò che unisce, ciò che fiorisce", la natura è un'invasione di vita. E sta morendo. Perduti in mezzo alla civiltà tecnologica, presi d'assalto dalle macchine, guidati da esse, vestiti di esse, uomini sempre più numerosi si ribellano, cominciando un faticoso cammino a ritroso per ritrovare le primitive sorgenti. Vogliono ritemprarsi nella monotonia sempre uguale e sempre diversa del creato, risentire odori dimenticati o mai imparati, inebriarsi di colori sconosciuti, perdersi nelle infinite variazioni della natura.

Un grande ritorno? Forse. Magari! Tornare alla natura per ridarle ciò che gli spetta di diritto: la sua bellezza non infastidita da supplenze supererogatorie, il suo ciclo perenne di morte/risurrezione.

Luciano Grandene è uno di questi amanti solitari che ha preso come motto un proverbio amish: "Non abbiamo ereditato la terra dai nostri padri; l'abbiamo semplicemente presa in prestito dai nostri figli". Per conservare la memoria di un paradiso perduto, egli tenta di conservarlo gelosamente intatto, difendendolo dall'assalto delle discariche, dell'asfalto, delle grandi pale meccaniche, della plastica, della gomma, delle lattine. Ha comprato un terreno in collina dove concede alla natura di trionfare coma sa. Lì mormora il ruscello, cantano gli uccelli, odorano le piante di 300 specie diverse, e i fiori fanno una gran festa. Un pezzetto di paradiso è un luogo per il riposo, i sogni, la fede...