CARTA Dl COMUNIONE
Articolo 25: "Lo spirito di iniziativa".
Lo stare con i giovani può essere solo uno star bene con loro. Don Bosco li definisce "i nostri padroni". Ripete costantemente che gli educatori devono essere disposti a fare "quanto piace ai ragazzi", perché in un rapporto formativo, l'ascolto e l'attenzione svelano i loro interessi e i loro gusti su cui fondare l'intervento educativo.
Se l'impegno di ogni educatore è preparare i giovani alla vita attraverso la scuola e il lavoro per renderli autosufficienti e capaci di futuro, per ottenere lo scopo è indispensabile costruire un rapporto di fiducia e di intesa, e canalizzare in esso un'accoglienza e un affetto tali che richiamino l'amore fedele di Dio. Il Concilio Vaticano II definirà questa prassi pastorale "scelta antropologica". Don Bosco, molto più semplicemente, la chiama "santa furbizia".
I giovani sono in fuga da se stessi verso un "altrove" misterioso e sempre diverso, vivono la frenesia dell'andare sempre più in là, e, sconcertati da uno smarrimento diffuso, sono alla ricerca di una difficile collocazione. La CdC parla del dovere, per i formatori che si ispirano a Don Bosco, di coltivare un'attenzione serena e fiduciosa sul mondo, al fine di stare al passo con i giovani che in esso danzano la vita sull'onda di tempi in continua evoluzione. Spiarne le mode, i miti, le sempre nuove attese, e penetrarvi con coraggio per offrire il proprio apporto a un cammino positivo di maturità umana e cristiana è indispensabile.
Già nei lontani anni '30, Don Rinaldi, 3° successore di Don Bosco, parlava della necessità di non fare della "tradizione" (si è sempre fatto così.) un mostro sacro, ma di rendere elastica la propria mente e il cuore e di guardare con interesse e intelligenza alla vita dei giovani per amarla e condividerla. Da fratelli maggiori, perché propria questa è amorevolezza: essere fratelli maggiori!