ITINERARIO VERSO... Il pellegrino non potrà non imbattersi nel suo itinerare per la Roma giubilare nella piazza dell'antico Foro Boario formata dalla depressione che congiunge i tre colli su cui nacque Roma (Aventino, Palatino, Capitolino). Proprio qui incontrerà la bella chiesa di Santa Maria in Cosmedin, incastonata tra il tempio di Vesta, la fontana del Bizzaccheri, l'arco di Giano, e il tempio della Fortuna Virile. Fu chiamata da uno storico dell'arte
La chiesa è situata
in una zona ricca di vestigia antiche e meno antiche, così descritta dal
Giovenale: "Nel Foro Boario, a sud-est del Vicus Portae Trigeminae, di fronte
al tempio perìptero di Ercole Vincitore e a fianco dell'Ara Massima, fu
nel secolo III di Roma, per voto del dittatore Aulo Postumio, consacrato a
Cerere, Libero e Libera un tempio di stile tuscanico: bruciò nel 31 a.
C.; Augusto prese a ricostruirlo; Tiberio nel 21 d.C. lo consacrò.
Sull'area dei templi di Cerere e Ercole sorse Santa Maria in Cosmedin".
Chi ha avuto la possibilità di visitare Roma, di sicuro ha provato a mettere la mano tra le fauci del gran faccione della cosiddetta Bocca della verità: una grossa lastra marmorea circolare sulla quale sono i lineamenti, un poco deformi, di una divinità fluviale; la tradizione popolare attribuisce a questa reliquia dell'antichità la capacità di discernimento tra verità e menzogna; gli archeologi, con un piglio più scientifico e ben poco poetico, affermano che il reperto servì semplicemente da chiusino per raccogliere le acque piovane e quelle dei sacrifici, nel pavimento di un tempio circolare d'età romana che si trovava nei paraggi ed era dedicato a Ercole Invitto. Questo simulacro, caro al turismo di massa, si trova oggi sotto il portico, a sinistra del portale, della veneranda chiesa romana di Santa Maria in Cosmedin. Il nome le deriva dal termine greco ornamento e fu usato dal secolo VIII, quando papa Adriano I, dopo averla abbellita, la affidò ai greci che erano fuggiti dalle persecuzioni degli iconoclasti orientali.
Le origini dell'edificio si fanno risalire al secolo VI; la primitiva chiesetta, un quarto circa dell'attuale, fu costruita tra le rovine di una grande aula della loggia annonaria munita di portico, edificata sotto gli imperatori flavi nel I secolo. In antico, la zona era luogo di commerci; poco distante sorgeva il porto commerciale sul Tevere con i due mercati popolari: il Foro Boario (il mercato delle bestie), e il Foro Olitorio (il mercato degli ortaggi). Oggi è uno dei più interessanti luoghi archeologici di Roma.
La chiesa fu più volte rimaneggiata e restaurata e, in un certo periodo della sua storia ebbe anche annesso un palazzo papale e una sorta di fortilizio sede di una diaconia. Tutti gli ampliamenti furono fatti a spese di alcuni edifici di età romana che sorgevano proprio a ridosso del portico.
Chi attuò la prima riforma della chiesa più antica fu, come si diceva, un papa del secolo VIII, Adriano I. Costui ampliò l'edificio primitivo nei due sensi: ne raddoppiò la lunghezza con l'aggiunta di una cripta e di un presbiterio sopraelevato e, all'unica navata (che formava l'intero corpo della chiesetta), aggiunse le due navate laterali, munite di absidi e sovrastate dai matronei. Fece aprire ampie finestre decorate con lastre marmoree traforate ed alabastro trasparente, che creava all'interno un'atmosfera calda e favorevole alla preghiera, e le pareti furono arricchite da preziose decorazioni pittoriche.
Nei secoli successivi la chiesa fu ancora ritoccata e ristrutturata. La prima trasformazione fu portata a termine da papa Nicolò I nel IX secolo: vennero riviste le strutture che dividevano le navate, si chiusero le grandi finestre di Adriano I, si abolì il matroneo. Il complesso fu ancora restaurato sotto i pontificati di Gelasio II e di Callisto II nel secolo XII; fu aggiunto il magnifico campanile a sette piani con bifore e trifore, uno dei più interessanti dell'epoca. Nel 1700 la facciata fu riformata in senso barocco dall'architetto Sardi, ma tutte le trasformazioni erano destinate a sparire ancora grazie ad un restauro, radicale e forse perfino troppo drastico, operato tra il 1896 e il 1899 da Giovan Battista Giovenale, che studiò a fondo storia e vicende architettoniche della costruzione e tentò di riportarla alle forme primitive.
Si accede alla chiesa per un antico protiro, forse una reliquia della costruzione di Adriano I, formato da quattro colonne di spoglio e da un tetto a due spioventi, sorretto da due mensoloni antichi; sotto il portico, rischiarato da sei arcate chiuse da cancellate in ferro battuto, si trova il curioso faccione della Bocca della verità. Questo alquanto insignificante lastrone ha fatto fortuna nel Medio Evo, fino a dare il suo nome alla piazza antistante. Grazie alla sua fama, (non si sa perché si credeva che gli antichi romani fossero soliti introdurre la mano nella bocca quando giuravano giudizialmente, e la mano restava incastrata se essi giuravano il falso) molti turisti varcano la soglia della chiesa, un portale del secolo XI scolpito all'antica da un certo Johannes de Venetia, iniziando un viaggio del tutto singolare.
Il primo impatto con l'interno dell'edificio sacro lascia disorientati: si è come proiettati indietro nel tempo. L'ultimo restauro infatti l'ha riportato com'era nell'VIII secolo, al tempo della sistemazione adrianea con elementi delle modificazioni apportate nel XII. Il brusco passaggio dal traffico caotico della città alla penombra meditativa dell'interno fa percepire, d'improvviso, un modo di vita che era di mille anni fa. L'interno non è grandioso, le dimensioni delle tre navate danno l'idea di una spazio adatto a una piccola comunità. Le colonne monolitiche, inglobate nella facciata interna, propongono il confronto tra l'edificio antico e la modesta costruzione sacra. L'uno si appoggia all'altra in una sorta di scambio simbiotico e chi ringrazia è l'edificio classico che può ancora far ricordare la sua bellezza grazie alla modesta chiesa.
Le navate sono definite da una duplice fila di 18 colonne (di diversa provenienza e tutte di spoglio) interrotte da pilastri; questi ultimi non sono stati messi in opera per ragioni di statica, come a Santa Prassede, ma sono il frutto di una scelta dell'architetto che ha riformato l'antica chiesa di papa Adriano I. A Santa Sabina, la teoria di colonne marmoree invitava ad un itinerario senza soste, omogeneo; qui l'occhio e il cammino trova attimi di sospensione, quasi che la mente ideatrice, non potendo prolungare la riflessione per la navata troppo corta, abbia offerto momenti di pausa meditativa, abbinandola alla scansione, dopo le quattro colonne, del pilastro. Il fedele è sì attratto dall'altare, centro ideale della chiesa, ma viene anche invitato a sostare, ad acquietarsi in una pausa di contemplazione. Oggi, con il flusso continuo dei turisti, è difficile percepire i messaggi che sono scritti nella struttura, ma non è impossibile, basta indugiare e non applicare il principio, ahimè invalso nella routine turistica, della visita "mordi e fuggi".
Il corredo della chiesa, nonostante le manomissioni e i restauri, è quello voluto da papa Callisto II nel secolo XII; il pavimento è opera dei maestri Cosmati, come pure la schola cantorum, il candelabro pasquale e la cattedra episcopale al centro dell'abside; il ciborio gotico che sovrasta l'altare maggiore è di Deodato figlio di Cosma. L'altare maggiore è costituito da un antico blocco di granito rosso lavorato. La sacrestia conserva una reliquia dell'antica basilica di San Pietro: si tratta di un mosaico del 706 con rappresentata l'Epifania, che proviene dall'oratorio di Giovanni VII.
Aggiungiamo altri termini al piccolo dizionario di architettura antica; la maggior parte sono tipici della architettura basilicale della Roma sacra.
MATRONEO: era il luogo riservato alle donne (matrone) e si trovava sopra le navate laterali, formando una sorta di primo piano; una serie di finestre si aprivano sulla navata principale in modo da dare alle fedeli la possibilità di seguire la liturgia senza essere viste da chi si trovava al 'piano terra'.
PROTIRO è l'edicola che nelle chiese più antiche proteggeva la porta principale dalle intemperie. Quando era di dimensioni più ragguardevoli e si estendeva per tutta la larghezza della facciata era denominato NARTECE. La facciata di alcune basiliche, invece, era preceduta da un quadriportico, una sorta di grande chiostro che serviva da alloggio ai penitenti ed ai pellegrini.
MATERIALI DI SPOGLIO. Molte delle chiese più antiche della città di Roma sono state costruite con materiale della più diversa provenienza. A causa dell'incuria, seguita ai saccheggi e alle devastazioni dell'antica capitale dell'impero, e dei terremoti, la gran maggioranza degli edifici pubblici e privati della città erano stati abbandonati e caduti in rovina. Gli abitanti della città, impossibilitati ad essere riforniti di materie prime, quando dovevano edificare, facevano man bassa di quanto avevano a disposizione: colonne di marmi pregiati, capitelli elaborati, trabeazioni scolpite tra le più belle dell'antichità e rivestimenti di marmi policromi provenienti da tutti i paesi allora conosciuti. Tutti questi elementi sono detti "materiali di spoglio". La maggior parte del marmo di Roma antica, però, non s'è salvato, perché è stato bruciato per produrre calce da costruzione. Un paio di fornaci da calce erano state impiantate nel Foro Romano: una autentica cava di marmo toscano.
COSMATI. A Roma, per diversi decenni lavorarono alcuni artigiani del marmo che, in buona parte, provenivano da un'unica famiglia: erano i Cosmati. La denominazione si deve al fatto che molti di loro avevano come nome di battesimo Cosma (Cosimo). Anche se avevano costruito dei chiostri monastici spettacolari, l'abilità per cui erano, e lo sono tuttora, famosi era nel fare i pavimenti a piccole tessere geometriche, tipici delle grandi e delle piccole chiese romane. Usavano materiali di spoglio; così nelle loro opere abbiamo un preciso campionario del marmo che da tutte le parti del mondo conosciuto era confluito nella capitale dell'impero.
SCHOLA CANTORUM. Un altro tipico prodotto di questi artisti era la "Schola Cantorum", il recinto che precedeva il presbiterio. Era costituito da grandi lastre di marmo decorate con motivi simbolici di carattere religioso, o con i monogrammi dei personaggi importanti che le avevano fatte approntare. In questi precursori del coro si radunavano i cantori che dovevano animare le liturgie. Molto belle sono, oltre quella di Santa Maria in Cosmedin, le scholae di San Clemente e di Santa Sabina.
AMBONE. Alcuni elementi di contorno alla "Schola cantorum" erano gli amboni, i luoghi, in legno o in marmo, da dove veniva proclamatala parola di Dio.
CANDELABRO PASQUALE. Reggevano il Cero pasquale, simbolo di Cristo risorto. Anche questi erano prodotti tipici dei Cosmati ed erano di regola di forma fantasiosa e decorati con mosaici a tessere policrome. Quello in Santa Maria in Cosmedin è costituito da una colonnina tortile sorretta alla basa da un leone.
Foto: Il famoso chiusino scolpito detto "Bocca della Verità".