SOCIETÀ Anno 2000: nel mondo vige ancora la pena di morte: chi la pratica non sono le nazioni più arretrate

FERMATI BOIA

di Silvano Stracca


"Il Papa ferma la mano del boia". Ricordate questo titolo sulle prime pagine dei quotidiani a fine gennaio? Giovanni Paolo II aveva appena lasciato l'America. Le sue parole contro la pena di morte nella città di Saint Louis erano rimbalzate in ogni angolo degli Stati Uniti. Un "no" deciso sino a sfidare l'impopolarità in un paese dove l'opinione pubblica, anche cattolica, approva in maggioranza la pena capitale.

La Condanna del Papa s'era levata nel Missouri, il quarto degli States per numero di esecuzioni, 33 in venti anni. "America, decidi di abolire la pena di morte, che è crudele e inutile". Perché la dignità della persona umana non deve mai essere negata, nemmeno a chi ha fatto del male". La società moderna infatti possiede gli strumenti per proteggersi "senza negare in modo definitivo ai criminali la possibilità di ravvedersi".

Prima di partire il Papa chiede al governatore del Missouri la grazia per un detenuto nel braccio della morte. "Abbia pietà per Darrel Mease" . Mease è un triplice omicida, reo confesso, che avrebbe dovuto essere giustiziato il 26 gennaio. L'esecuzione era stata rinviata proprio per non farla coincidere con la visita di Giovanni Paolo II. Una decisione presa soprattutto per non rischiare soprattutto un nuovo isolamento internazionale degli USA, già in difficoltà per l'estesa opposizione ai raid militari sull'Iraq.

GLI STATES BANDIERA DI CIVILTÀ

Non sembravano molte, dunque, le speranze di un gesto di clemenza di Mel Carnahan, il governatore protestante da tempo iscritto al partito della "morte di Stato". Del resto, altri analoghi passi del Papa erano risultati vani. Gli ultimi due nel 1998. I politici americani, avversando la pena capitale, sanno di mettersi contro i sostenitori del boia e di perdere i voti. Come è successo al cattolico Mario Cuomo, che nel 1994 perse la poltrona di governatore di New York per la sua crociata contro la pena di morte. Lo stesso Clinton oggi si guarderebbe bene dal condannarla pubblicamente. Il giorno di Natale, Giovanni Paolo II ha invitato gli uomini di buona volontà a impegnarsi per bandire la pena capitale. Gelido l'atteggiamento della Casa Bianca. Un portavoce rispose laconicamente che l'amministrazione democratica apprezzava lo spirito dell'appello papale, ma non vedeva motivo per prendere iniziative contro una misura che riteneva necessaria. Un "no" che Clinton ha ripetuto a Woityla a Saint Louis. Il Papa era appena tornato a Roma, quando dall'al di là dell'Atlantico le agenzie di stampa diffondevano la notizia della grazia concessa a Darrel Mease. Carnahan, scosso dalle parole del Pontefice, aveva commutato in ergastolo la pena di morte. Così il pluriomicida del Missouri. Anziché essere il 512° giustiziato dal 1976, finiva in un'altra statistica giudiziaria. Quella meno macabra, ma molto più esigua, dei 37 condannati che si erano miracolosamente salvati poco prima dell'appuntamento col boia.

Subito sono divampate le polemiche. Carnahan è stato immediatamente preso di mira dai fan della "morte di Stato" . Compromettendone la carriera politica. A nulla è valso che il governatore si difendesse assicurando che la "grazia per Mease era stata una decisione una tantum, non un segnale di cambiamento". Contro di lui si sono mobilitati tra i primi i familiari delle vittime di Mease e tutte le associazioni pro-forca, preoccupate che il movimento abolizionista potesse lanciare una nuova campagna d'opinione pubblica servendosi del Papa.

L'OPINIONE PRO-BOIA

Un timore non infondato. A differenza di altre battaglie contro il boia che non fanno più notizia, che non finiscono più neppure in un trafiletto sulle pagine interne dei quotidiani, la commutazione della pena ottenuta da Giovanni Paolo II era stata riferita con enfasi da giornali e televisioni di tutto il mondo. L'autorevole New York Times l'aveva persino messa in prima pagina. Tutto questo era un indubbio incoraggiamento per le organizzazioni abolizioniste. Forse si stava per aprire una breccia nel muro della generale indifferenza.

Soprattutto, la vicenda poteva svegliare il mondo cattolico, che è il gruppo religioso più consistente, ma ancora troppo tiepido contro la morte di Stato. Dopo le chiarissime parole del Papa, diventa difficile per ogni cattolico non procedere a un esame di coscienza approfondito sulle proprie ambiguità e responsabilità. Il "miracolo" del Missouri poteva segnare finalmente una svolta nell'atteggiamento di una Chiesa che sinora era parsa troppo lenta, pigra, svogliata, a mobilitarsi. Per non urtare il diffuso sentimento pro-boia.

MACABRI CONTEGGI.

Sono cinquanta i reati per cui negli USA viene comminata la pena capitale. Più di tremila i morituri in attesa nei mattatoi di Stato, soprattutto negli States del Sud. Sono ventiquattro gli Stati dove la pena di morte è legale ed applicata dopo il 1976, quando la Corte Suprema la dichiarò costituzionale. E sono quattordici quella dove è legale ma non viene applicata. Quattordici su cinquanta. Soltanto undici quelli dove tale punizione estrema non è prevista. In trentadue Stati si ricorre ad un'iniezione letale. In undici è in vigore la sedia elettrica, moderna e macabra tecnologia per uccidere, che a volte fa cilecca e l'esecuzione si trasforma in una penosa agonia. Otto Stati invece preferiscono il gas, e il ricordo va subito alla maledette camere di Hitler e quattro hanno adottato l'antico metodo da Far West, l'impiccagione, con qualche raccapricciante tocco di modernità! Due poi preferiscono il plotone di esecuzione.

.E TRAGICI NUMERI

In tutto sono ancora novantuno i paesi del mondo che mantengono nella loro legislazione la pena di morte. Sono nazioni dell'Africa, dell'Asia, delle Americhe, dell'Europa. Citiamo a caso: Afganistan, Algeria, Arabia Saudita, Bangladesh, Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Cuba, Egitto, Giappone, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kenya, Nigeria, Pakistan, Russia, Suda, Ucraina, Vietnam, Yugoslavia, Congo, e altri ancora.

Nel solo 1997 almeno 2375 persone sono state giustiziate in quaranta paesi e 3707 sono state condannate a morte in sessantanove paesi. Una ecatombe. E c'è da notare che questi dati comprendono soltanto i casi noti ad Amnesty International, il che vuol dire che è possibile che le cifre reali siano addirittura ben più elevate.

Come negli anni precedenti la maggior parte delle esecuzioni si sono concentrate in pochi paesi. 1644 avrebbero avuto luogo in Cina, 143 in Iran, 122 in Arabia saudita e 74 negli Stati Uniti. Questi quattro paesi detengono il triste primato delle esecuzioni capitali, con l'84% del totale.

UN DIFFICILE CAMMINO

La metà dei paesi del mondo ha ormai abolito la pena di morte di diritto e "de facto". Sessantacinque l'hanno abolita per tutti i reati. Quindici ammettono alcune eccezioni alla legge dell'abolizione, condannando alla pena capitale per reati eccezionali bel definiti, e per i reati commessi in tempo di guerra. Ventiquattro stati si possono considerare abolizionisti di fatto, nel senso che essi mantengono nella legislazione la pena di morte come possibilità, ma in realtà non eseguono più condanne da più di dieci anni.

In totale sono centoquattro i paesi che hanno abolito la pena capitale sia nella legislazione che, ovviamente, nella pratica. Ora, dopo le ripetute condanne del Papa, è lecito sperare che altri paesi seguano l'esempio di questi. In vista del Giubileo è stata comunque lanciata con forza una campagna per una moratoria delle esecuzioni, cui partecipano cattolici e laici, credenti o no. L'associazione "Nessuno tocchi Caino" è particolarmente attiva in questo campo. La speranza è che si giunga ovunque a una legislazione umana. Il papa continua ad affermare con forza che la pena capitale è perfettamente inutile. E visto che i delitti continuano imperterriti, non si stenta a dargli ragione.