LETTERA AI GIOVANI
Dovessimo dare la nomination alle parole più inflazionate toccherebbe a: giovane, gioventù, giovinezza, mondo giovanile. Il termine "giovane" è diventato un terminale. Cento, mille parole possono precederlo nessun'altra seguirlo. I vecchi ne parlano come di un paradiso perduto. Gli adulti hanno un filo di Arianna da mettere tra le dita dei loro figli per farli uscire dal labirinto della loro vita. I giovani vorrebbero restare sempre tali: il mito di Peter Pan resiste!
L'indice di ascolto è alto per convegni, conferenze, questionari se l'argomento tocca i giovani. La moda li veste, il gergo li segna, il mercato li cerca. Se ti fermi con loro ti fanno domande e hai l'impressione che non accettino risposte. Il loro credo è ricco di valori che vengono adorati, come istanza, come soggettività. Crescono nella solidarietà, sono pronti a partire come volontari per aiutare, sostenere, condividere. Nello stesso tempo avverti che hanno bisogno di ascolto, di accoglienza, di consigli. La voglia di vivere è scritta a lettere maiuscole. Credono nella giustizia e la vogliono. Credono in Dio, e vogliono il cielo. Quando un genitore, un educatore, un sacerdote trovano uno scampolo di tempo e di dialogo con un ragazzo è facile che si lascino sfuggire un'esclamazione di soddisfazione: "Qui c'è della buona stoffa".
La stessa conclusione di Don Bosco al primo incontro con Domenico Savio. Siamo nel 1854. Domenico ha 12 anni e Don Bosco 39. Quel dialogo appartiene a tutte le generazioni. "Che pensa di me?", chiede Domenico. E' la madre di tutte le domande. Chiuso in quell'interrogativo c'è tutto il suo mondo: la voglia di vivere, di diventare grande. Ma è una domanda capestro: il nodo da sciogliere è l'accettazione, la stima, la fiducia. Don Bosco lo apre alla vita, all'impegno: "In te c'è una stoffa buona.". Poi insiste: "E a che cosa può servire? Ne facciamo un bell'abito da regalare al Signore". Domenico era stoffa ottima: a soli 7 anni aveva ricevuto la prima comunione (a quel tempo si era ammessi solo dopo i 12 anni). L'amore a Gesù e a Maria avevano reso la sua vita irradiante, festosa.
Domenico chiude la conversazione con un inno all'educazione, alla vita come scuola. "Dunque io sono la stoffa e lei il sarto". Presente e futuro sono cuciti con lo stesso filo. Egli accetta la responsabilità del presente e esprime la scelta del futuro. "Se il Signore mi aiuterà, desidero diventare sacerdote". Muore quando gli mancano 24 giorni per compiere i 15 anni. E' santo nel 1954. Un episodio non è una vita, come un reperto archeologico non è l'opera d'arte o un graffito non è tutta la storia antica. Però è un annuncio, come la nota di un concerto è la chiave che ti permette di entrare in un mondo ricco di incredibile armonia.
La giovinezza diventa senza senso il giorno in cui si dice no all'impegno, al sogno, all'ideale. Nessuno mi porta via il cielo, se tengo i miei occhi in alto: essi vedono il sole di giorno, la luna e le stelle di notte. A rubarti il sole, la luna e le stelle sono le lacrime che puntualmente arrivano quando si soffocano i sogni, si spegono l'impegno, l'innocenza, la vita di grazia. Qual è il tuo futuro? Non sarà diverso dal tuo presente, se lo carichi di responsabilità. Il duemila ti aspetta. Il terzo millennio è tuo. Portaci i tuoi talenti, i tuoi sogni, tutti i tuoi coetanei.
A presto.