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di Giancarlo Manieri

BELLO E DIFFICILE IL CAMMINO

Sui monti Sibillini una via giubilare quasi sconosciuta ritagliata in un paesaggio fiabesco.

Un romitorio in un luogo impossibile, difeso dai misteriosi monti Sibilla e Priora, regno di orsi, vipere, lupi e... malviventi. Abitato da monaci e frequentato da pellegrini in viaggio per Roma. L'eremo di San Leonardo ha una storia da raccontare, e lo fa attraverso padre Pietro, eremita di oggi che ha ridato vita al luogo. Da solo. In vent'anni di duro lavoro.

L'occhio si perde nel verde dei prati e dei boschi, nell'azzurro del cielo, nel grigio selvaggio delle rocce, l'orecchio ascolta fruscii sconosciuti, gridi di uccelli predatori, scrosci potenti di ruscelli montani, fragore di cascate. Un sentiero s'incunea tra questa natura, l'attraversa, la descrive e talvolta scompare quasi intimidito dall'asprezza del luogo. La via giubilare dei Sibillini ha origini... pagane. Un tempietto dedicato a una divinità, boschiva confortava i viandanti che s'avventuravano sul Golubro (o Volubrio), la via più breve per arrivare dalle zone adriatiche alla Valnerina e imboccare la strada per Roma. Alcuni toponimi la dicono lunga_ sull'idea generale del luogo: Infernaccio, Passo Cattivo, Pizzo del Diavolo, Roccaccia, Banditella, Fonte Cupa, per non parlare delle Pisciarelle e del Merdario... Luogo orrido e splendido difeso da dirupi e pareti a picco, gole e fossi, massi, petraie e boschi con declivi impossibili; violato solo dal sentiero che "da Amandola costeggiando il fiume Tenna dalla parte più assolata,' raggiungeva Tre Ponti sotto Montefortino. Da qui proseguiva in alto verso i campi di Vetice, attraversava un folto bosco di lecci, il passo della Votrara, e scendeva a fosso Rio per risalire poi fino al pianoro di San Leonardo, e proseguire verso Capotenna e il valico di Passocattivo" che precipita sulla Valnerina... Muschi e licheni, viole e ciclamini, faggi e carpini, faine e lontre gufi, civette, assiuoli accompagnavano il viandante. mentre il falcotennaculus scrutava sospettoso dall'alto.

UNA VIA BREVE PER ROMA

Un vero purgatorio quel percorso, ma frequentato: pastori in transumanza, commercianti, briganti, soldatesche, girovaghi e pellegrini; da che mondo è mondo la gente ha sempre cercato la via più breve per arrivare alla meta, sia essa un pascolo, un mercato, una città, un santuario... S. Leonardo era tappa obbligata; presso i monaci eremiti si poteva trovare ospitalità, ristoro e rifornimento, secondo l'antica regola benedettina: "Tutti gli ospiti che giungono siano accolti come Cristo"; era dunque una manna per chi s'inerpicava sul Golubro verso Passo Cattivo per i suoi traffici, i pascoli o le devozioni; e anche se "per dormire bene oltre alla stanchezza bastano tre pietre, una sotto il capo che serva da cuscino, una sotto il culo per difenderlo dall'umidità e la terza sotto i calcagni!", il tavolaccio dei romiti era infinitamente meglio. Ancora più frequentata la difficile via doveva essere durante gli anni santi, da pellegrini provenienti dal Piceno e dagli Abruzzi. Una fatica che valeva la pena sopportare per dare senso al viaggio giubilare. Padre Pietro, che ha fatto risorgere l'eremo mattone su mattone, ha rinvenuto tra le macerie della stanza degli ospiti una medaglia del Giubileo del 1625 evidentemente dimenticata o perduta da un pellegrino di ritorno dall'Urbe. S. Leonardo era già abitato all'epoca romana. La prova del carbonio 14 fa risalire alcuni reperti murari al II/III secolo a. C. Scalzata la dea dei boschi e piazzata la croce, i monaci cominciarono a dissodare, curare campi, selve e prodotti della terra, e a insegnare, cercando di migliorare le condizioni della gente che viveva più in basso. Molti accorrevano chi a imparare, chi a confidarsi, chi a farsi curare lo spirito ma anche il corpo. Sì, perché al monastero c'era l'infermeria con le piante medicinali scrupolosamente coltivate (rosmarino, salvia, menta piperita, ruta, giaggiolo...) e i monaci "infermari" che usavano magistralmente decotti, tisane, infusi di loro produzione, "curando gli infermi come Cristo".

IL DECLINO

Il declino iniziò nel XV secolo. Beghe e intrighi politici di signori senza scrupoli, aiutati dal sistema "commendatario" vigente - per cui le rendite ecclesiastiche venivano assegnate a cardinali e prelati che le impiegavano per ville lussuose, quadri, cacce, ecc. - condannarono molti monasteri compreso San Leonardo all'abbandono. Nel secolo XVI l'eremita Paolo Giustiniani lo trovò cadente, ma adatto ai "romualdini" e vi trasferì nel 1522 sei monaci trasformandolo in cenobio: "Le celle devono avere uno studiolo, una cappella, una loggia; ma piccolo piccolo". Lì si svolse il loro III Capitolo Generale che stabilì che i romiti portassero la barba: "e nessuno altrimenti si permetta di accorciar la barba col rasore a uso dei secolari". Il romitorio riprese un po' di vita e i monaci continuarono ad alloggiare quelli che percorrevano "la strada che duce a Roma". A San Leonardo dimorarono, fuggiaschi, i fondatori dell'ordine dei cappuccini, Matteo da Bascio e Ludovico da Fossambrone, che forse proprio lì presero lo spunto per la "venerabilis barba cappuccinorum", su cui scherzò, in musica, anche Mozart. Peccato che solo 40 anni dopo anche i romualdini abbandonarono la "pericolosa e ribiliosa strada", sia per "la ripidezza et asprezza del luogo et neve quasi insopportabile, la difficultà di addurci su le robbe", sia per la presenza di "lupi, orsi et altre belve selvagge", sia per le continue vessazioni di "fuorusciti et uomini scellerati, omicidiarii, condannati e banditi, discoli e ribelli". Nemmeno il marchigiano Sisto V riuscì a sanare la piaga nonostante la dichiarazione di intenti: "Finché vivrò tutti i briganti devono morire". Chiuso il romitorio, alcuni malviventi l'incendiarono, ma il Capitolo Generale del 1573 stabilì di "ricoprire una stanza di quelle che sono state bruciate a beneficio de' viandanti', a riprova che la via doveva essere di estrema convenienza per raggiungere l'Urbe".

STORIA, LEGGENDA E... PADRE PIETRO

Anche "nel bel paese da li dolci colli" dunque esisteva una via giubilare e siamo felici di scriverne. Via poco nota, su cui hanno arato storia e leggenda. Qui si rifugiò Cecco d'Ascoli, in fuga da un'inchiesta sui malefici in cui era, pare, maestro. Nelle vicinanze, si favoleggia, fece tappa Guerin Meschino in cerca della sua identità,, per raggiunse la grotta delle fate sul monte della Sibilla, antro e dimora della maga Alcina. Oggi l'antico eremo rivive, grazie, dicevamo, al cappuccino padre Pietro, "eremita del 2000". Egli ha ridato visibilità religiosa all'antico romitorio: lì celebra, ascolta, assolve, conforta; lì riceve l'aiuto di volontari; lì prega e si riempie di Dio contemplando l'eterna maestà delle montagne.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE G. Crocetti, S. Leonardo, l'eremo dei Sibillini, Ed. Voce del Santuario Madonna dell'Ambro, Monte fortino 1978; A. La vini, Lassù sui monti, Ed. Truentum,' AP.; Alesi Calibani, Il parco nazionale dei Sibillini, le più belle escursioni, Soc. Ed. Ricerche; AA. VV., La storia tra storie e leggende: i monti Sibillini nelle fonti storiche e letterarie, Ed. Marone, Ripatransone AP 1990.