IL PUNTO GIOVANI
di Carlo di Ciccio

CIFRE PESANTI

IL 2000 un mese dopo. A 31 giorni dal fatidico salto di secolo ci ritroviamo con le cifre del disagio giovanile mondiale del tutto immutato.

Quando in ogni paese del mondo si celebravano i 10 anni della Convenzione sui diritti dell'infanzia (tutti i minori di 18 anni), mancava pochissimo alla fine del novecento e i governi, di qualunque colore, facevano a gara per rilevare la centralità della questione giovanile nelle politiche di sviluppo.

Buone intenzioni accompagnate dai numeri che - dobbiamo riconoscerlo - un certo effetto lo fanno sempre.

Due i miliardi di minori sul pianeta, 250 milioni tra essi che lavorano spesso in condizione di schiavitù, 40 milioni di bambini inferiori a 14 anni vittime di maltrattamenti, un milione sfruttati nell'industria della prostituzione, 130 milioni in età scolare che non hanno accesso all'educazione e all'istruzione, 300 mila costretti illegalmente ad arruolarsi in milizie armate. 10 mila l'anno uccisi o mutilati da mine antiuomo.

E numeri parlanti anche per la condizione dei minori in Italia: in tutto poco più di 10 milioni (su 57 che ne conta la popolazione nazionale). Di essi 1.718.000 sotto la soglia di povertà, 300.000 lavoratori e 19.302 infortunati ogni anno sul lavoro, 1.582 vittime di violenze e 2.293 vittime di maltrattamenti in famiglia.

A ben pensarci, non c'è una tabella complessiva delle cifre sulla condizione giovanile. Altre sono approssimative e difficilmente verificabili come quella che certifica in ogni minuto la morte nel mondo di 30 bambini per fame o malattia. Non ci vuole uno sforzo a parlare di "paradiso perduto" per i bambini. L'infanzia non è più l'età delle fate. Se mai lo sia stata.

E allora occorre dire che ogni sforzo di politiche sociali e culturali che miri a ridare ai bambini del mondo uno spazio per sognare e preparare nuovi sogni di vita, non sarà mai abbastanza.

Gli adulti hanno un debito verso l'infanzia che non si estinguerà troppo facilmente.

A volte, nei momenti conflittuali tra genitori e figli, i ragazzi sputano in faccia agli irati padri e alle impazienti madri una verità crudelissima: non ti ho chiesto io di farmi nascere. Se ora sono per te un problema, vedi come risolverlo.

A guardarsi in giro per il mondo, non è sempre facile e convincente credere che la vita sia un dono, anziché una prova. Il dono si capisce alla fine di un percorso di maturazione che è improprio esigerlo nei primi anni di infanzia. Resta perciò negli adulti il compito di dimostrare, non solo con le parole, che la vita è un dono e che per la procreazione non si può imporre a nessuno che non ne sia cosciente. Solo la consuetudine con adulti capaci di gratitudine aiuterà i bambini e le bambine a sperimentare la dimensione della gratitudine.

Tra i grandi è diffuso il costume di discutere a cominciare dalle cifre: fanno parte della conoscenza, e vale anche per la condizione giovanile. Ma se le cifre restano sfoggio di puro sapere accademico, non si compie nessun passo rispetto al passato. Per abbassare le cifre del disagio occorre bilanciarle con cifre di opportunità: investimenti proporzionati. In questa direzione nel nostro paese si sta muovendo qualcosa di significativo.

Ma pure gli investimenti possono risultare, nel tempo, sperperi inefficaci, se continueremo a spenderli entro una cultura che non riscopre la centralità delle persone: siano piccole o grandi.

Il bambino diventerà adulto e l'adulto è stato bambino. Non si può decidere che, in qualche tratto di questo percorso unitario, si possa nuocergli impunemente.