Un mese d'Africa con gli "AMICI DEL SIDAMO": molti ricordi, grande nostalgia, e... il resto della vita per riflettere.
D'improvviso sei in un altro mondo. Non incontri l'Africa sognata, quella dai paesaggi immensi. Ti ritrovi subito in una città immensa e immensamente caotica: case di una sola stanza, strette, spoglie, i muri imbiancati a calce o coperti di fango, case addossate le une alle altre per sostenersi a vicenda, il tetto in lamiera che ripara dalla pioggia non certo dal terribile sole africano, non un filo d'asfalto. Al suo posto galline, mucche, capre, cani... avvoltoi, iene e rifiuti ovunque.
L'imperativo della gente, bambini compresi, è "lottare": contro la fame, l'analfabetismo, la prostituzione (regalo dei bianchi!). A te che vai un solo mese chiedono un po' di solidarietà e qualche timido "give me..." guardando il tuo orologio, o il keway, i anche solo il fazzoletto. I piccoli ti si attaccano alle braccia e ci starebbero per ore, così forse per sentire l'effetto di un brivido d'affetto; le ragazzine ti intrecciano i capelli ogni giorno e ti chiedono se hai una casa, un lavoro, la tv... E tu un po' ti vergogni di avere tutto quello che loro sognano soltanto.
A Mekanissa incontri i salesiani che ti immergono subito nel lavoro: pitturare aule, cucire tende, pulire stanze, sistemare l'orto, scavare buche... poi insegnare inglese, italiano, pirografo, chitarra, disegno, cucito, e cento altre cose... Poi animare qualcosa come 1300 bambini e ragazzi.
Ma un mese è troppo breve per capire l'Africa. Tornata a casa sai poco del continente nero... senti però dentro di te quegli sguardi, quegli occhi, quei nomi, quegli affetti, quei sogni che gli occhini spalancati dei bimbi rendono vivi e frementi... Ora sai che la povertà non è più una parola astratta, s'è fatta voce, volto, vita, verità quotidiana. Così come l'ingiustizia del nostro superfluo, delle nostre inutili futilità, delle montagne di cianfrusaglie che occupano le nostre case. Soprattutto perché sai che non è vero che la fame spegne i sogni, o frena la voglia di conoscere, capire, cambiare la realtà; soprattutto non è vero che i poveri non sanno di essere poveri. Sì, la vita è dura, al limite della sopravvivenza, ma essi sanno gioire delle cose semplici, sanno riconoscerne il valore, sanno qual è l'essenziale... e tu sei costretto a spogliarti di te stesso, delle tue sicurezze, dei tuoi punti di riferimento, delle maschere dietro cui sei solito coprire le tue fragilità... L'Africa ti mette a nudo.
Al ritorno è forte la tentazione di dimenticare... ma non ci riesci: quei sorrisi, quegli sguardi, i vestiti stracciati, le mani sporche, i piedi scalzi, le capanne di cicca, le loro strazianti carezze... E nasce il mal d'Africa!