PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco

L'ASCOLTO DIFFICILE

Di solito si dice che i ragazzi non ascoltano i genitori, gli insegnanti, gli adulti in generale. Ma non ci passa neppure nell'anticamera del cervello di chiederci e rilevare se i genitori, gli insegnanti, gli adulti in genere ascoltino i giovani.

Fateci parlare!, chiese nella riunione degli Stati generali della scuola qualche studente. Emblematico! Parlare non significa solo poter dire, ma poter contare. I decisionisti e autoritari, nel miglior dei casi, sentono tanti pareri ma non modificano mai il proprio. Agli adulti, i ragazzi rinfacciano a ragione questo: che decidono solo e sempre i grandi e il parere dei ragazzi resta sempre ininfluente. Specialmente nelle cose per loro importanti, ossia quelle che riguardano la stessa vita giovanile. Ma è nel confronto vero che gli stessi giovani, interloquendo con adulti che sanno motivare, maturano e gli adulti non perdono il tempo della storia.

Il nocciolo della questione sarà forse nella convinzione degli adulti che andare incontro alle richieste giovanili non solo è scomodo, ma spesso irrealistico. Si dà per inamovibile e consacrato l'ordine costituito sul piano educativo, sociale, politico, religioso e specialmente economico.

Ascoltare i giovani non significa ascoltarli su ogni capriccio. Anche gli adulti hanno i loro capricci. A volte mortali e pericolosi per tanti. Si pensi alla possibilitÆ di scatenare perfino delle guerre per meri capricci o per interessi privati. Ma queste debolezze degli adulti vengono giudicate lungimiranti e benefiche.

I ragazzi, fanno dei danni, ma molto minori degli adulti perché non hanno le leve del potere. Anzi lo contestano e se fossero ascoltati, il potere potrebbe essere esercitato di più come un servizio.

Tanti politici eletti dal popolo si trasformano in proprietari del popolo. Soprattutto nel mondo di oggi, i politici danno l'impressione di operare con ben maggiore presunzione di quanta ne possano manifestare i ragazzi. E per di più si va dissertando di educare anche i giovani a una crescente capacità di prepotenza e presunzione che i ceti rampanti credono una virtù vincente, vero passaporto nella società competitiva.

Ma se si ascoltassero davvero i giovani, meditando nel silenzio del cuore e nella apertura della mente, libera da interessi privati o da orgogli inefficaci, si potrebbero migliorare di molto le nostre coordinate sociali di vita. Magari mandando in soffitta qualcosa di troppo. Si pensi alla scuola. Non è credibile che siano poi tanti i giovani che pensino alla scuola funzionale all'impresa e al mondo del lavoro. Eppure la società del denaro sembra stia scommettendo sul relegare in soffitta una scuola che non punta al guadagno ma semplicemente alla capacitÆ di conoscere e saper ragionare. Conta invece dai primi anni selezionare, disegnare gerarchie, dividere buoni e cattivi, bravi e svogliati, arrivisti e solidali, predestinati e sfigati, danarosi e indigenti. Creare due scuole, insomma: non tanto pubblica e privata che già di per sé, come divisione, - un'aberrazione culturale, ma una per chi può, per chi ci arriva (o presume, per ingegno ma specialmente per soldi), e una per la massa informe che neppure Dio - per i riformatori retrivi - conoscerebbe per nome individuale.

Se gli adulti ascoltassero i giovani forse dovrebbero interrogarsi a loro volta e mettere la loro saggezza a servizio di un disegno scolare organico che rispecchiasse molte delle istanze giovanili. Significherebbe essere disponibili a cambiare anche molto delle nostre società. Ci sono tanti che vogliono cambiare per rafforzare lobby di interessi, ma c'è un modo di cambiare che apre spazi di umanità, di condivisione e qualità.