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IL RE DEI GIOCHI

di Giovanni Eriman

 

A Milano gli exallievi che passavano al Sant’Ambrogio per un saluto ai salesiani, cercavano tutti “el Bociu”. Era il monumento vivente dell’Istituto e dell’oratorio. Di lui si trovano poche foto, e sono rimaste poche cose, ma la sua figura è ancora viva nel cuore di tutti coloro che l’hanno conosciuto.

 

A

Bociu va associato il bunker, al bunker il Bociu: il Bociu sta al bunker come l’impiegato all’ufficio, il meccanico all’officina.  La vita che il Bociu non passava a scuola o tra i ragazzi la passava nel bunker: se non lo trovavi in cortile, era lì sotto. A fare che cosa? A inventare giochi per i suoi ragazzi. Il bunker era un po’ officina, un po’ magazzino, un poi esposizione, un po’ ufficio, un po’ pista di collaudo… Per entrarci ci voleva l’accredito. Del Bociu naturalmente. Ma chi era infine costui? Semplicemente un salesiano laico, il coadiutore Giuseppe Nidasio, “il salesiano più singolare che abbiamo conosciuto”, affermano molti exallievi di quegli anni.

 

DI PIÙ NON SI PUÒ

 

Amava i suoi ragazzi, il Bociu, come pochi sapevano amare: a loro aveva dedicato ogni istante della sua vita, dalla mattina alla sera e spesso anche dalla sera alla mattina. Anche quando andava in famiglia per un po’ di riposo, i ragazzi ce li aveva sempre nel cuore, nei pensieri e nei discorsi. Così, ad esempio, a Natale capitava che i Nidasio si radunassero dallo zio prete, parroco a Bergoro di Busto Arsizio. Beh, credete che in quelle occasioni di raduni interparentali si parlasse di parenti, di affari, di fastidi, di matrimoni, di lavoro?… Sbagliato! Si parlava di ragazzi, anzi no, dei ragazzi, quelli del Bociu. E ancor meglio, per dirla tutta vera, era il Bociu che parlava dei suoi ragazzi e dei giochi che inventava per loro, dei soldi che ci volevano per i materiali e le riparazioni, del tempo che bisognava rubare al sonno… E tutti gli anni, immancabilmente, finiva allo stesso modo: lo zio parroco lasciava un certo cassetto della scrivania aperto con un mucchietto di soldi in banconote e spiccioli: “Pepìn, tira su quel che te voeret, prendi quel che vuoi!”. Lui, regolarmente, arraffava fino all’ultimo spicciolo. Per i suoi ragazzi. Naturalmente.

Poi dal bunker uscivano giostre, altalene, carelot (specie di go kart artigianali in cui il motore era un ragazzo), trenini, trampoli e mille altre diavolerie con le quali intratteneva alunni e oratoriani. “Ad ogni ragazzo il suo gioco”, soleva ripetere. Non amava i ragazzi/spettatori che per lui erano solo dei perditempo, voleva vedere tutti impegnati. Quando compariva in cortile, nei rari momenti in cui non era carico di giochi come un biroccio, aveva attorno a sé un nugolo di ragazzi che parlavano tutti insieme, chiedevano cento cose diverse, spintonavano per conquistare il posto più vicino a lui; egli cercava di rispondere a tutti con una calma e una pazienza che non si sa proprio dove andasse a prenderle.

 

CARNEVALE E OLTRE

 

A carnevale il Bociu era doppiamente re.  Non solo era l’ideatore e realizzatore di carri, maschere, cortei, canti, scherzi e di tutto l’apparato scenografico di circostanza, ma lui stesso si “travestiva” per l’occasione: diventava generale. Non perché gli piacesse comandare, ma perché voleva che tutto procedesse senza intoppi. Si metteva a capo di     quella pittoresca processione di maschere che attraversava le vie del quartiere, e senza tante remore, con gesti imperiosi e piglio autoritario fermava il traffico per far passare l’allegro corteo di centinaia e centinaia di ragazzi vocianti, anzi urlanti che si divertivano da morire. Quelle “cerimonie” preparate a puntino non le dimenticavano più e alcuni ne parlavano a distanza di decenni. Nei panni di generale dei carabinieri del resto ci si trovava a meraviglia, lui che il carabiniere l’aveva fatto sul serio dal 1916 al ‘19. Un tutore dell’ordine un po’ speciale. Lui stesso raccontava divertito un aneddoto occorsogli quando si provò ad arrestare e tradurre in questura un ladruncolo. Quel giorno il “carabiniere a piedi” Giuseppe Nidasio che faceva la ronda in bicicletta, si presentò al capo senza bici, il che era normale, e senza l’arrestato, il che non era affatto normale:

-         Beh, dov’è il malandrino?

-         Fuggito, capo!

-         Come sarebbe a dire?

-         Sì… ecco, quando sono arrivato qui, l’ho perso di vista per un attimo, mentre appoggiavo al muro la bici e aprivo il portone. Il furbastro mi ha fregato la bici e… se l’è squagliata!

-         Ma in questi casi, si spara, per intimidazione. Hai una pistola no?

-         Sparare? Per una cosa così…

-         Ho capito! Lei, caro Nidasio, faccia il sacrestano invece che il carabiniere!

 Ma non era un giullare il Bociu. Era un uomo serio, un professionista preparato, un insegnante severo, un religioso pieno di Dio. Maestro tipografo, a scuola pur col sorriso sulle labbra e la sua proverbiale pazienza sapeva essere severo ed esigente. Ci teneva a che i suoi ragazzi apprendessero bene e lavorassero meglio. Ci teneva a fare da guida ai visitatori, mostrando i lavori realizzati dai suoi alunni e spiegando con competenza le diverse fasi per arrivare al prodotto finito. 

El Bociu non era uno che lavorasse senza scopo. Suo scopo era far del bene al ragazzo, farne un ragazzo come voleva Don Bosco, un onesto cittadino e un buon cristiano. Il catechismo lui non lo faceva imparare a memoria ma lo metteva in pratica perché tutti vedessero e imparassero. Poi ci pregava su e non poco. Tant’è che qualcuno l’ha definito un trinomio: “scuola, gioco, chiesa”. Bello! Anche se difficile: per armonizzare tre cose che appaiono così diverse ci vuole un santo. Lui, a detta di molti suoi exallievi, santo lo era, “un po’ a modo suo... o meglio no, a modo di Don Bosco che aveva inventato una santità allegra!”. Alla fine della vita lo vedevano passeggiare col rosario in mano e il suo solito sorriso per ore.

 

ANCHE CELENTANO

 

Un giorno si presentò all’oratorio il “Molleggiato”. Proprio lui, l’Adriano nazionale. Ci capitava quand’era a Milano sia per fare le prove col suo Clan, sia per venire a messa la domenica. Allora chiedeva una messa “privata”, perché non gli andava di mescolarsi alla folla: tutti guardavano lui invece che seguire la celebrazione, e si sentiva a disagio. A volte l’accontentavano. Quel giorno venne perché voleva rivedere Nidasio: “Dài, prete, fammi incontrare il Bociu”, ripeteva al salesiano che lo accolse. E mentre quello l’accompagnava verso il bunker il cantautore continuò: “Sai, qui ho imparato le cose importanti della vita!”. Al bunker si sono abbracciati come due vecchi amici. Anche per il famoso artista rivedere i luoghi della sua infanzia quando abitava a due passi dall’oratorio, in via Gluck, voleva dire rivedere e salutare chi era l’anima dell’oratorio, El Bociu, uno che una volta conosciuto non lo scordi più.