IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
UN GRANDE BUSINESS
Il business dei bambini è reale nella società mediatica odierna.
Interessano tutti, ma soprattutto le grandi compagnie commerciali, le multinazionali. Perché…
Ibambini, nell’età dei media, sono diventati un grande affare e si avviano ad esserlo sempre di più. Non è l’affermazione di qualche pericoloso e irriducibile rivoluzionario, ma di un serio e pienamente integrato istituto di ricerca italiano. Tra i più prestigiosi e ascoltati. E lancia ai genitori e agli educatori l’allarme di un pericolo nuovo nella società delle immagini e delle intelligenze artificiali. Lo chiamerei il pericolo del triangolo mortale. Giocano in tre: adulti / infanzia e adolescenza / i new media. Televisione e internet in testa. A morire – e si può morire davvero – sono sempre i bambini. E i genitori-educatori non riescono a salvarli facilmente, perché anch’essi lottano una partita impari: soli contro una rete di giganteschi interessi economici.
ڤ I conti del grande business sono presto fatti: esiste un mercato globale imponente, dominato da compagnie multinazionali produttrici di intrattenimento elettronico, che affina ogni giorno le sue strategie per conquistare un mercato estremamente goloso, quello appunto dei minori che sono il 36% della popolazione mondiale, ovvero 2,1 miliardi di persone su 6. Sono stati creati 87 canali televisivi dedicati ai bambini in tutto il mondo, 50 dei quali negli ultimi 3 anni. Se si considera che il 70% delle famiglie nel mondo sono dotate di televisione il quadro è abbastanza chiaro. Anche sotto il profilo economico. Negli Stati Uniti l’investimento pubblicitario annuale per il marketing rivolto ai bambini è di 12 miliardi di dollari, e si stima che i bambini americani influiscano sugli acquisti per oltre 500 miliardi di dollari l’anno.
ڤ Lo stesso istituto di ricerca parla di omologazione culturale. Queste strutture, infatti, dovendo parlare a una platea mondiale di utenti possibili, puntano a veicolare un linguaggio unico. Sebbene le condizioni di risposta tra i bambini nelle varie aree del mondo ricco e povero variano notevolmente. Anche nel nostro paese dove permane una divisione netta nel reddito tra Nord e Sud.
E accade, così, che nei paesi poveri questi media socializzino, mentre nei paesi ricchi, a motivo del gran numero di strumenti a disposizione, questi mezzi sono una tentazione a isolarsi.
Questo grande business di fruizione multimediale è anche il contenitore dove i ragazzi si muovono: i ragazzi in grado di usare le nuove tecnologie saranno i più inseriti nelle nuove logiche di inclusione che il sistema garantisce, mentre tutti gli altri vivranno più probabilmente derive di esclusione.
ڤ Forse è questa prospettiva generale di inclusione ed esclusione che paralizza un pochino il discorso educativo di fronte ai nuovi media: si teme di marginalizzare i propri ragazzi criticando l’offerta televisiva e informatica o governandola con discernimento.
Ma certamente le preoccupazioni di genitori e insegnanti sugli effetti psicologici dei media sui minori sono fondati. Specialmente se si pensa che i bambini non sono, come si vuol far credere con le storie di Harry Potter, tutti geniali e superdotati, con buona pace dei genitori spesso essi stessi vittime conniventi dei modelli televisivi in modo così profondo, che non distinguono più le proprie convinzionidai messaggi che sentono proporre in forme martellanti.
ڤ Da soli non si esce dal triangolo della morte: occorre uscirne insieme con una forte azione di politica culturale. Che abbia tuttavia il coraggio di mettere in chiaro una questione preliminare: i bambini non possono essere anzitutto considerati consumatori o terra di conquista del mercato; se ci si rassegna a questa dimensione, ogni proposta educativa è sconfitta in partenza.