LETTERE AL DIRETTORE
L’ABITO DEI PRETI. Caro dir., […] ho letto con non poca sorpresa che in pieno Medio Evo i preti cominciarono per la prima volta a vestire l’abito ecclesiastico […] ma che un papa, precisamente Innocenzo III, l’avrebbe proibito, perché i preti dovevano vestire come tutti gli altri. La teologa che ha scritto la notizia diceva pure che certe cose i preti non le sanno nemmeno loro. Ma è proprio vero?
Romano, Perugia
Beh, che i preti siano uguali a tutti gli altri non ci piove. Per quanto riguarda tutto il resto, caro signore, non ho fatto un balzo sulla sedia, perché ormai sono rotto a tutto. Vado per ordine e l’informo che forse ho ritrovato dove lei ha letto la notizia e chi è che l’ha scritta.
Allora, se il “pieno Medio Evo” corrisponde al V secolo – quando cominciarono ad andare di moda gli abiti corti introdotti dai barbari e gli ecclesiastici continuarono a portare i precedenti abiti lunghi, purché fossero “modesti e senza orpelli”, come sancirà più tardi nell’816 il Concilio di Aix-la-Chapelle al can.124 – allora la teologa ha ragione, se no… ha preso una “topica”.
Se poi, come penso, la notizia lei l’ha appresa da un “Controcorrente” di Adriana Zarri, sempre in vena di dare lezioni anche al Papa e di prendere per ignoranti i preti, le dirò che la cosa non mi sorprende più di tanto. Per intenderci, si tratta di un’altra topica. “Controcorrente” sì! - qualche volta è utile agitare lo stagno, svegliare i dormienti, fare del baccano - ma “controlastoria” no! Mi spiego. Non so dove l’Adriana, che ha il vezzo di fare affermazioni da scoop senza citare la fonte, abbia raccattato la notizia. Il citato Innocenzo III (1198-1216) non solo non ha detto quel che la teologa gli fa dire, ma ha scritto esattamente l’opposto. Infatti, in una delle sue lettere, catalogata come “Epistola I” (per inciso papa Innocenzo ha scritto circa seimila Bolle e un buon numero di Epistole) egli impone che si proibisca ai chierici di deporre l’abito ecclesiastico per qualsiasi pretesto e di indossare vesti dai colori sgargianti, o che non siano di una perfetta decenza. E tali direttive rimasero rigidamente le stesse per tutti gli anni del suo pontificato, che furono ben diciotto. La citazione può trovarla nella Storia della Chiesa delle Edizioni SAIE, Torino 1968, volume X, pag. 36; e per ciò che concerne l’abito ecclesiastico può leggere “Claretianum, Roma 1977”. Se poi vuole sapere che cosa io ne pensi dell’abito ecclesiastico, sono stato sempre convinto che sia il monaco a fare l’abito, a patto che sia sarto, non viceversa.
FIGLI FREGATURE!!! Egregio direttore, ho letto in un giornale che l’avvocato di Giulio Andreotti, la signora o signorina Giulia (anche lei!) Buongiorno, ha dichiarato in una intervista che i figli per lei che fa il mestiere che fa, cioè l’avvocato a tempo pieno, “sono delle fregature!” (sic!) Infatti dopo tanta fatica per fare carriera, se arriva un figlio, bisogna pensare a lui, non più a se stessi […] Che gliene pare?
Giulio… (anch’io)@, ecc.
Che cosa dovrei dirle? Poveretti i figli di chi considera la carriera come la meta suprema della realizzazione di sé. Vede, gli antropologi dicono che il valore fondamentale dell’uomo - maschio o femmina non c’è distinzione – sia la sopravvivenza: dentro ognuno di noi c’è un’energia primordiale, un anelito debordante che fonda tutti gli altri, e da cui tutti gli altri dipendono: perpetuarsi, vincere la morte, superare la barriera del tempo. E’ possibile solo attraverso i figli: “A che serve volare come un gabbiano dentro l’azzurro, se non si generano altri gabbiani, che ne genereranno altri ancora e ancora per volare dentro l’azzurro?”, scriveva Oriana Fallaci. Altrettanto espressivo è il ragionamento di Alcibiade – il famoso generale ateniese – “Il mio figlioletto deve essere molto, molto potente se comanda a sua madre, che comanda a me, che comando a tutti gli ateniesi!”.
Dal canto suo la Bibbia chiama i figli una ricchezza e una benedizione: “Ecco, dono del Signore sono i figli. Come frecce nella mano del guerriero tali sono i figli della giovinezza. Felice l’uomo che ne ha riempito la sua faretra”. Di conseguenza la sterilità era una grande disgrazia, anzi una maledizione, la peggiore. Riti particolari, visite, grandi feste, riunioni e discussioni infinite per dargli un nome che fosse un programma di vita, e banchetti, offerte, preghiere circondavano ogni nascita. L’impegno primo di un genitore era imparare l’arte di educare. Tutte le società hanno sempre seguito questo schema gerarchico, per cui il lavoro, la politica, il divertimento, lo sport, la carriera venivano dopo la famiglia. Si sa bene quanto i bambini fossero sacri agli occhi di Gesù di Nazareth e con quanta scioccante durezza egli si sia scagliato contro coloro che osavano scandalizzarli, fino ad augurar loro il suicidio; e come il bambino fosse per lui il modello del Regno dei cieli. I figli insomma non erano fregature, proprio no! Essi erano il centro della vita di relazione. Oggi il centro sembra diventato il “sé”, con tutte le conseguenze che comporta questo ribaltamento dei valori, compreso il “fastidio” di avere tra i piedi chi potrebbe attentare o quanto meno rallentare il successo personale nella professione! Non le sembra un po’ meschinella la cosa? Non è che, puta caso, la nostra società abbia perso “il ben dell’intelletto?”. Conviene, a lei come a me, pregare che se davvero l’ha perso (il ben, ecc.) si dia da fare per ritrovarlo il più presto possibile.
FARE SESSO? Caro Direttore… sto con un ragazzo… camminiamo insieme, con grande gioia per esserci trovati… e forte desiderio di “essere una cosa sola”… Non è facile resistere… sappiamo di essere una ricchezza che chiede il massimo rispetto… Ieri sera lui riceve un messaggio da un’amica comune: “Più trombi e più ti carichi!”… Ci siamo rimasti male… Io continuo a pensarci: perché chi sceglie la castità continua ad essere considerato un fesso?… Perché fare sesso è come fare ginnastica, fare la spesa, farsi una bibita?… Mi scusi il modo di esprimermi, ma sono molto arrabbiata.
Lettera firmata
Cara signorina, potrei farle un lungo elenco di lettere e di testimonianze come la sua. Non è vero che la gioventù sia tutta come i media vogliono che sia (ho scritto vogliono non descrivono). Provi a verificare quanto le dico: chi è oggetto dei “frizzi e lazzi” da parte di “quelli che seguono la corrente” per le cose che fa (o non fa) non vuol dire che è disprezzato, molto più probabilmente significa che è invidiato. Non ci si scaglia contro qualcuno, se non è scomodo, se la sua vita non da fastidio proprio per le scelte controcorrente che opera. “Mal comune mezzo gaudio”, dice un proverbio: se tutti siamo nella melma, non ci si accorge che esiste anche il prato fiorito… Il gregge non gradisce pecore nere; l’anticonformismo infastidisce soprattutto la coscienza! Sembra incredibile, ma in realtà gli amici, il gruppo, la società, ecc. ci vogliono tutti omologati, tutti dentro gli schemi, tutti allineati sulle posizioni del gruppo, del clan, del partito, della banda, della cricca... Chi va controcorrente contravviene alle regole, si fa pecora nera e viene rifiutato dal gregge. Oggi anche l’anticonformismo è omologato. Se qualcuno si permette di svettare più in alto, crea problemi al resto del gruppo, suscita invidia, sconvolge l’uniformità dell’anticonformismo conformista, infastidisce, e allora viene bollato come… un fesso! Ma, può giurarci, si tratta più di rabbia da invidia e meccanismo di difesa che non di disprezzo. Il “fesso” che si appiccica come un francobollo sulla schiena degli altri, in realtà lo si sente su se stessi.
La castità, ci pensi, perpetua la giovinezza. Mi ha favorevolmente colpito, leggendo François Mauriac, quanto egli scrive di alcuni anziani sacerdoti che aveva conosciuto: “Nei volti scavati e stanchi ho visto occhi di adolescente”. E’ vero che si rischia il ridicolo se si proclama che la castità è un valore, ma rifletta: tutti coloro che l’hanno dichiarato sono stati uomini e donne di valore immortale. Gliene cito due su tutti, il Mahatma Gandhi e Madre Teresa di Calcutta! Ma la lista è lunga! Del resto anche lei può intuire che il rapporto sessuale lega al partner, riduce lo spazio della propria libertà, e rischia di rendere più superficiale l’approccio con gli altri…
L’A BANDIERA ARCOBALENO. Egregio dir., […] Prendo spunto dal numero di settembre del BS, “Due note, Vasto per la pace” Oratorio salesiano, dove appare la bandiera arcobaleno. Dal giornale “Il Tempo” apprendo che tale bandiera è l’icona del movimento gay […] I salesiani ignorano l’origine di questa bandiera? E se lei ha condiviso la manifestazione dell’oratorio di Vasto, mostra di non sapere il significato di questo simbolo.
Ettore, Roma
Caro Ettore, cerco di dare una “dritta” alle tue informazioni, che… non sono complete! L’origine della bandiera in oggetto ha sorgenti lontane… lontanissime, si radica addirittura nel biblico libro della Genesi al capitolo 9, là dove l’arcobaleno diventa il segno dell’alleanza che Dio stabilisce con le sue creature dopo il castigo del diluvio: “Vi dò un segno dell’alleanza che ho stabilito tra me e voi… Ho messo un segno tra le nubi…”.
La bandiera di stoffa ha fatto la sua comparsa in Italia nella prima marcia della pace il 24 settembre 1961, opera del filosofo Aldo Capitini, quello che ideò la marcia Perugia/ Assisi. Si era ispirato a quella dei pacifisti anglosassoni che nel 1958, guidati dal noto filosofo Bertrand Russel, organizzarono una manifestazione antinucleare. I suoi colori sono il segno della convivialità nelle differenze per quella nota proprietà fisica che ci facevano vedere a scuola di restituire la luce bianca quando i colori dell’arcobaleno, disegnati su un disco rotondo, venivano fatti ruotare velocemente. Infatti, la bandiera originale aveva impressa al centro la colomba “bianca” (noti la finezza!) di Picasso, poi sostituita dalla scritta. La bandiera di Capitini è oggi conservata a Collevalenza e viene usata ogni anno nella ormai famosa marcia.
Cinque dei sette colori dell’arcobaleno compaiono anche nella “Flag of Race” (bandiera delle razze) dell’Associazione per i diritti civili del reverendo Jesse Jackson.
Nel 1978 (17 anni dopo la sua prima comparsa) a San Francisco in California il movimento gay adottò la bandiera arcobaleno, chiamandola “Rainbow Flag”; venne commissionata all’artista Gilbert Baker che prese come modello la “Flag of Race”. Prima del ’78, infatti, il movimento gay aveva come simbolo il “Lambda” (la lettera elle greca) e ancor prima il triangolo. Inutile qui spiegarne i significati: esula dal nostro assunto. Questo è quanto. Tiri lei le conclusioni.
[Un altro lettore mi scrive la sua gioia per aver trovato attraverso questa minirubrica la sua “anima gemella”. Che dire? Gli Appelli non sono certo fatti per questo genere di richieste, tant’è che evito di mettere quelli di lettori/trici alla ricerca della propria “metà”. In ogni modo, non posso che augurare “ogni ben di Dio” a coloro cui è capitato questo evento. E mi auguro che l’amore trovato sia vero, unico, indistruttibile].
Desidero corrispondere con quanti come me credono nel valore dell’amicizia. Arena Linda, Via M. Stabile, 6 – 90141 Palermo.