VIAGGI

di Giancarlo ManieriC'è serenità nel loro volto...

A Madras/Chennai la sosta più emozionante del viaggio, la visita ai lebbrosi.

L’URAGANO SULLA PELLE

La storia del bramino Ramaiah. Un ghetto pieno di speranza. La cultura della segregazione e quella della riabilitazione. Uomini e storie nel centro di riabilitazione lebbrosi di Chennai.

Perché la lebbra? La domanda preme con forza nella mente e gonfia il cuore quando ti trovi per la prima volta in un luogo isolato, recintato, abitato da esseri umani che di umano hanno il cuore, l’anima, la mente, ma non il corpo. I perché si affollano, premono, si accavallano. Sono di natura politica, economica, religiosa, sociale, culturale… Meglio non pensarci. Meglio per il momento guardare e ascoltare. Le storie sono tante e meritano di essere conosciute. Come quella del bramino Ramaiah.

DA RAMAIAH A PIETRO

Il bramino Ramaiah viveva la sua vita insegnando.  Era contento del suo lavoro e della sua posizione. Quando un giorno gli comparvero sulla pelle delle macchioline bianche non ci badò più di tanto, e continuò la sua vita e i suoi impegni senza pensarci. Ma venne presto il tempo in cui s’accorse che le macchioline, prima quasi inconsistenti, s’erano allargate, e bruciavano, talvolta i dolori erano acuti soprattutto nelle mani e nei piedi. Allora capì. E fuggì. Venne a Vyasarpadi, dove un salesiano italiano, il padre Mantovani, aveva ottenuto 18 ettari di terra che aveva trasformato in un grande giardino attrezzato per i lebbrosi, un paradiso per questi rifiutati e senza speranza. Ramaiah perse poco a poco mani, vista, piedi, ma non perse mai la fiducia nella vita. Era un malato diverso, un lebbroso che cantava, pregava, sorrideva a tutti, e tutti aiutava. Incoraggiandoli, istruendoli... Riconosceva tutti dalla voce, e per tutti aveva una parola di speranza, per i più piccoli una carezza. Continuò a insegnare ai bambini non lebbrosi, figli degli ospiti di Vyasarpadi fino all’ultimo. Quando il male se lo portò via, il “paradiso dei lebbrosi” divenne un po’ più povero e un po’ meno felice. Da poco tempo si era fatto battezzare e aveva preso il nome di Pietro.

PERCHÉ?

I fattori scatenanti sono molti, racconta padre Tarcisio, il salesiano che ogni mattina arriva al lebbrosario per la messa, le confessioni – ma quali mai peccati possono commettere persone senza mani, piedi, occhi, col volto sfigurato, con piaghe ovunque e che, nonostante tutto, si danno da fare tutto il giorno, s’applicano in mille piccoli lavori coi loro moncherini doloranti, per cercare di tenere in ordine il loro villaggio, per guadagnare qualcosa, per sentirsi ancora utili. Mi parlano dell’insegnante/scimmia! Un lebbroso istruito che faceva il catechismo ed era infaticabile. Mostrava talmente di credere a quel che insegnava, che nel breve periodo passato a Vyasarpadi, prima della morte, convertì al cristianesimo almeno 30 persone: se il maestro/lebbroso era talmente sfigurato che il volto aveva assunto più l’aspetto di una scimmia che di un essere umano, - da qui il soprannome, - se il maestro/scimmia era così bravo, così sereno, così felice, così sicuro, vuol dire che ciò che insegnava era la verità. E se una religione può far felice un reietto della società non può che essere vera.

Perché dunque la lebbra?… Oggi la chiamano “hanseniasi” o “morbo di Hansen”, ma sempre lebbra è! E l’avere reso più accettabile il nome non ha reso meno devastante la malattia né meno impressionante il fatto che nell’era antibiotica ci si affanni ancora attorno a un morbo che ha tutte le carte in regola per essere debellato. La lebbra viene da lontano, se è vero che la più antica descrizione della malattia risale al VI secolo avanti Cristo, proprio in Italia, definita “Kushta”, cioè “rodente”, forse perché dilaniava la carne come un animale roditore. Fu sempre percepita talmente repellente da essere catalogata come maledetta: “Tu sei morto al mondo ormai, riponi la tua speranza in Dio”, recita la formula di espulsione del lebbroso dalla società. Si brancola nel buio quanto alle cause scatenanti: estrema debilitazione? Mancanza di igiene? La malnutrizione? L’abbandono? Forse tutte assieme. E’ un fatto: se c’è ancora è perché la lebbra è una malattia tipicamente umana, il suo bacillo non è coltivabile, non si può iniettare in cavie animali per studiarne un rimedio specifico.

VYASARPADI

A Vyasarpadi ho trovato un ambiente sereno, operoso. Ho visto lebbrosi al lavoro, li ho visti darsi da fare ai fornelli, pulire i viali, trasportare vasi, falciare l’erba, innaffiare i fiori… Ho pensato che lì era di casa la speranza.

Per saperne di più: dbbeat@xlweb.com

 

Negli anni ‘60 padre Mantovani organizza un primo centro a TAMARAM vicino l’areoporto. Nel 1964 compra il terreno di Vyasarpadi – 18 ettari.

Oggi vi lavorano 4 congregazioni: le F.M.A. (Figlie di Maria Ausiliatrice), le S.M. (suore di Maria Ausiliatrice), le S.C.B. (serve di S. Carlo), le S.D. (suore degli abbandonati).

Gli ospiti si avvicinano a 200… e sono quelli messi peggio, rifiutati anche da altri centri e che non avrebbero un luogo dove andare.