IL DOCTOR J.
di Jean François Meurs
Frequento un istituto salesiano e desidero esporre delle osservazioni in merito all’abbigliamento e al linguaggio dei giovani, poco consoni all’ambiente scolastico. /…/ Inoltre, trovo il linguaggio usato dai ragazzi estremamente turpe e volgare, tanto da giungere al blasfemo e alla bestemmia. Vituperi, turpiloqui, vergognose e inaudite trivialità di ogni sorta proliferano anche tra gli allievi più giovani, senza che alcuno sembri curarsene o provveda. Così si formano dei maturi scaricatori di porto, adatti all’osteria e non all’impegnativo mondo del lavoro. Sono del parere che il primo insegnamento da parte di una scuola consista nella correttezza e nel decoro del linguaggio: la vitalità espressiva di una persona si fonda sulla sapiente e abile eloquenza aperta al dialogo e al confronto, non sulle scurrilità e sugli insulti sboccati che, rispondenti alla legge del più forte, pongono a tacere con la violenza l’interlocutore. Questo è ciò che si predica. Se, come si potrebbe obiettare, nelle famiglie vengono adottate o tollerate tali espressioni indecenti, almeno si controlli il lessico nel pubblico ambiente scolastico. Aspetti simili si osservano anche nei film presentati dalla scuola: scene licenziose e violente, con spargimento di sangue, immagini oscene, linguaggi vituperosi. Ecco la realtà che si mostra ai giovani e che poi viene da questi imitata !
«Sotto le tue ali»
Facevo notare lo scorso dicembre che l’uso di un linguaggio grossolano era soprattutto un fenomeno appartenente ai maschi. Tuttavia, oggi si sente con sempre maggior frequenza un modo di esprimersi violento e/o osceno anche nelle ragazze. Siamo ormai in allarme rosso!.
Per quanto concerne il linguaggio, capita un fenomeno praticamente inevitabile ed è questo: parole e immagini standardizzate dall’uso assomigliano ad attrezzi che a forza di essere usati fanno venire calli e duroni alle mani. Il che in parole povere vuol dire che a un certo punto si diventa insensibili, capita insomma come se si chiudesse l’audio e si inaridisse la fonte delle emozioni. Per ricuperare la ricettività emotiva e far vibrare di nuovo le corde del sentimento occorre scegliere le parole e le immagini giuste, selezionare i concetti, insomma mettere in moto la propria creatività. Ora, una cosa è certa: non c’è niente di meglio per risvegliare l’attenzione dormiente che ricorrere al sesso e alla violenza. Chissà perché, queste cose attirano subito l’interesse di tutti. La loro carica emotiva è dirompente. Non c’è dunque da meravigliarsi che un certo tipo di linguaggio sia il luogo di numerosi cambiamenti e di rilanci dell’attenzione e dell’interesse. Genitori ed educatori devono sapere che questo è un campo di lavoro denso di possibilità.
Il cinema accentua decisamente il fenomeno: esso pretende che il parlare sboccato voglia significare aderenza alla realtà, ma è un’illusione. No, il cinema non si accontenta di imitare la realtà, esso la esaspera e vi aggiunge violenza gratuita, accentuando anche il carattere crudo delle parole. E i giovani, purtroppo, assumono questo linguaggio triviale, perché credono che è così che si parla quando si vuole essere alla moda. Questa menzogna, ahimè, dà origine a una cultura sempre più cruda.
Le parole hanno una capacità «catartica». Chiamare le cose col proprio nome, senza falsi pudori permette di rimetterle al giusto posto e di dar loro il giusto peso. É ben per questo che alcune trasmissioni, molto stimate dai giovani, parlano della sessualità e della violenza senza tanti tabù: si può dire tutto senza ritegno. L’intenzione è lodevole: è meglio, infatti, parlare delle cose della vita senza ipocrisie piuttosto che imporre silenzi che colpevolizzano. Salvo rimpiazzare una ipocrisia con un’altra, quando si fa finta che tutte le parole siano equivalenti, il che distrugge il linguaggio e la comunicazione. Esistono, invece, diversi modi per parlare di sesso. C’è chi lo fa con pedanteria e leziosità tanto da far sorridere, e c’è chi è crudo e senza fronzoli ma fa sghignazzare l’uditorio; c’è poi chi è preciso e scientifico, ma suscita ben poche emozioni; e chi usa un linguaggio malizioso e salace; c’è infine chi parla di sesso come fosse un’arma letale.
I difensori del linguaggio senza tabù dicono che le parole non sono atti e che esprimersi con le parole evita di passare all’atto. La differenza è enorme, è simile a quella che c’è tra minacciare di uccidere e farlo realmente. Ma io insisto: le parole fanno male, feriscono a morte, soprattutto nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza! È vero, la vita è dura, ed è più utile prepararsi ad affrontarla senza troppe ingenuità. Ma non ci sono ragioni per renderla ancor più dura e più mortifera, usando un linguaggio non educativamente corretto. Nessuna educazione può fare a meno di campagne per sensibilizzare giovani e vecchi ad usare un linguaggio appropriato. I giovani vivono troppo da nemici e non abbastanza da compagni, anche se dicono il contrario. Nelle attività che faccio coi giovani, riservo sistematicamente una giornata per uccidere le parole che uccidono. I benefici non si fanno attendere: i giovani escono dalla difensiva, il clima va verso la confidenza. Sento ancora Mehdi confidare al gruppo dopo qualche giorno: «Vorrei davvero poter parlare come voi». Tutti dobbiamo ogni giorno inventare qualcosa per uccidere le parole che uccidono.