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di Giancarlo Manieri

La singolare figura di un salesiano laico, il signor Francesco Lucca (1921 – 2001)

’E COSCIE SÌ MA ’A CAPA NO!

Claudicante, taciturno, gran lavoratore, spiritualmente inarrivabile… Ecco un coadiutore da imitare.

“Scusi, mi racconta qualcosa del signor Lucca?”. Colgo un moto di lieta sorpresa: “Perché no?”. Attendo che inizi: “Dunque…”. Pausa per raccogliere le idee. “Dunque…”. Altra pausa, poi: “Beh, veramente… Non saprei che dire, era un santo, un mistico… mah… non so…”. Compresi in seguito perché dopo una prima reazione positiva, tutti si trovassero in difficoltà. Il signor Lucca era un tipo discreto, anzi silenzioso, appartato, quasi solitario. Con difficoltà motorie: una poliomielite infantile l’aveva reso un po’ sciancato, riducendogli la gamba destra più corta e più sottile. Ma al signor Lucca funzionavano perfettamente la testa, la volontà e il cuore: “’E coscie sì, ma ’a capa no!”, soleva dire. Completavano il quadro una volontà di ferro, una bontà incredibile, uno spirito di preghiera non comune.

IL MESTIERE NON SOLO

Papà e mamma si convinsero a fargli imparare un mestiere che gli permettesse di lavorare seduto. Trovato: sarà calzolaio. Ma a Francesco questa occupazione su misura andò sempre stretta: gli pareva fatta apposta per sottolineare la sua diversità.Quando cominciò a frequentare l’oratorio a Torre Annunziata intravide una strada che poteva dargli più soddisfazioni. Senza far sapere nulla a nessuno, cominciò a pensare al “convento”… per cercare libertà! Sembra una battuta da medioevo, ma per lui si rivelò più vera di quanto si potesse immaginare. Per realizzare il suo progetto partì da lontano: chiese di essere assunto come servitore presso l’istituto salesiano. Gli dissero di sì, e lui ci arrivò su un carretto di quelli che i contadini usano per lo stabbio, scaricò le poche cose e cominciò la nuova avventura della sua vita come sguattero… ma lì dicevano “famiglio”, perché i salesiani usavano considerare i dipendenti come facenti parte della famiglia. Bello, per un contadino che conosceva bene la parola servo, mentre l’altra al suo orecchio suonava proprio strana. Bello, ma lui aspirava a diventare fratello non famiglio. E ci riuscì, nonostante la menomazione alla gamba che allora era un impedimento serio per diventare religioso. Fu coadiutore e calzolaio ma, come dicevamo, non si esaltava per questo suo mestiere, benché lo facesse con coscienza e precisione. Zitto zitto, quasi senza che gli altri se ne accorgessero, imparò da solo a suonare il piano e l’harmonium, a dispetto della gamba lesa. Doveva costargli un notevole sforzo azionare le pedaliere dei mantici. A un certo punto i confratelli seppero di avere in casa un musico, uno che suonava, non strimpellava come generalmente fanno gli autodidatti. Anzi, continuando a perfezionarsi con tenacia tutta contadina, riuscì a prendere un riconoscimento e divenne il “maestro” di musica. Non gli bastò. Sempre nella più assoluta discrezione, cominciò a prepararsi per un’altra meta: voleva diventare sacerdote. Gli ostacoli stavolta erano doppi, oltre alla menzionata menomazione fisica gli mancava anche la necessaria cultura latina e greca, obbligatoria per accedere agli ordini maggiori. Non si dette per vinto e iniziò le due ostiche lingue. Era uno sforzo troppo al di là delle sue forze. Eppure… non doveva andar poi tanto male, se alcuni chierici facevano riferimento a lui per confrontare le versioni di latino e greco.

DEBOLE NEL FISICO MA…

La sua giornata di salesiano laico fu, per anni, davvero sorprendente: aggiustava scarpe - prima per i novizi poi per gli aspiranti - accompagnava i canti al piano o all’harmonium, teneva lezioni di solfeggio e di chitarra, impartiva qualche ripetizione di latino e di matematica. A un certo punto chiese anche che venisse tentata un’operazione al suo ginocchio: gli avevano detto che sarebbe diventato più efficiente. Pensava che, invece di reggersi in continuazione la gamba con una mano mentre nell’altra aveva il bastone, invece di sudare sette camicie per muovere i mantici dell’harmonium, sudarne altre sette per convincere l’ispettore a soprassedere al suo handicap per diventare prete, potesse avere la via più libera e la vita più sopportabile. Ma l’operazione non gli portò alcun giovamento… per non dire che gli peggiorò la situazione; così fu costretto con non poca sofferenza a rinunciare alla sua aspirazione. Continuò, nel nascondimento, a fare il salesiano a tutto campo; non smise di studiare, leggere, suonare, fare ripetizione, insegnare, aggiustare scarpe. Quando a tutto questo aggiunse la mansione di portinaio, fu felice perché poteva parlare con la gente, approfittare per qualche buona parola ai ragazzi, dare un incoraggiamento, un consiglio, una bonaria tiratina d’orecchi. Debole nel fisico, era un gigante nello spirito, un religioso di umile obbedienza e somma carità: non chiedeva mai nulla di speciale per sé né a tavola, né in chiesa, né in qualunque altro posto o circostanza, rifiutando ogni attenzione. Tanto era restio a chiedere qualcosa per sé quanto generoso e premuroso nei riguardi degli altri.

QUALCHE ESEMPIO

Quando i ragazzi che andavano da lui a imparare chitarra ripetevano gli esercizi che “il maestro” aveva assegnato, lui li seguiva in silenzio con la corona in mano, recitando il rosario. Un giorno a Pompei incontrò il vescovo; gli si avvicinò claudicando per baciargli la mano, com’era uso a quei tempi, ma monsignore lo precedette e fu lui a baciare la mano a Francesco. Sorpreso e quasi atterrito egli non seppe far altro che scoppiare in pianto e meritare, in risposta, anche l’abbraccio del prelato. Quando non si reggeva ormai più, il suo ufficio divenne la chiesa e il lavoro fu la preghiera. Per ore. Tante. Troppe. “Beh, forse è anche giusto tirarlo fuori di lì…”. “Lasciatelo stare, è il nostro parafulmine!”. “Signor Lucca, ma che ci stai affa’ sempre accà?”. “Sto bene qui, col Signore!”. E se lo tiravano via per fargli cambiare aria e averlo un po’ tra loro, lui li seguiva come uno che scendesse dal Tabor dopo aver goduto degli splendori della Trasfigurazione.