IL PUNTO GIOVANI
di Carlo Di Cicco
Da quando, teorizzata la guerra preventiva, il mondo è entrato nella spirale del terrore divenuto la nuova paura del XXI secolo, non è cresciuta solo la cultura di pace che contrasta questa scelta, ma anche il “complesso militare-industriale-ricreativo” che fa pensare normale convivere con la guerra e la violenza.
Negli Stati Uniti i militari “giocano alla guerra da quando alcuni anni fa il corpo dei marines siglò un accordo con un’azienda di videogame per lo sviluppo del primo gioco finanziato dal Dipartimento della Difesa. E tre anni fa in California è nato un centro studi con lo scopo di creare un collegamento tra generali, professori universitari e industria dei giocattoli con un finanziamento di 45 milioni di dollari.
C’è una nuova generazione di giochi di guerra nata dopo l’11 settembre: pupazzi e accessori legati alle guerre in Afghanistan e Iraq che “non si sa più se sono innocenti passatempi patriottici o tentativi di spacciare la guerra ai bambini”. Stanno sparendo i soldatini tradizionali. Risiko è preistoria. Ora tra le tante novità si gioca a fucilare i figli di Saddam rappresentati nei piccoli schermi da bambolotti sanguinolenti. Si tratta di informazioni che ciascuno può trovare su Internet e che un quotidiano cattolico locale ha diffuso nel momento in cui le nostre televisioni pubbliche mandavano in onda - con palinsesti speciali – servizi e film militareschi per onorare i primi caduti italiani in Iraq, cercando di creare un clima di consenso a una guerra che - per dirla con la S. Sede - era ed è rimasta illegittima.
Si pensava che milioni di bandiere arcobaleno per la pace esposte ai balconi fossero sufficienti per dire addio alle armi. Ma poi si è visto che non sono bastate.
La cultura di pace non è garantita una volta per tutte. Se resta una vaga sensazione di massa e non scende nel cuore e nella mente, personalizzata, di adulti e bambini, alle prime emozioni di una tromba che suona “il silenzio” per militari caduti, è facile che rinasca una certa ammirazione verso la guerra. Tanto più se i capi delle nazioni in guerra esaltano il sacrificio della vita per la patria, e semplificano il messaggio legando i valori di pace e libertà con i militari caduti senza mai dire ai propri cittadini quali interessi muovano l’impiego militare.
La manipolazione delle coscienze e delle menti è certamente facilitata dall’uso spregiudicato della comunicazione di massa. I movimenti per la pace e gli Istituti educativi non dispongono di questi strumenti amplificati, di questa routine mediatica per rendere accettabile, come è ormai accaduto per l’aria inquinata delle città, l’uso e l’abuso abituale della forza nei rapporti internazionali.
Se il diritto internazionale viene sostituito con il ricorso alla forza unilaterale, c’è la logica conseguenza della spirale infinita “occupazione e terrore”.
La lezione del “Principe” di Machiavelli si materializza oggi decretando l’isolamento dei propri avversari dal consenso della pubblica opinione. L’informazione manipolata, usata con spregiudicatezza e senza remore morali, è simile al veleno a piccole dosi: crea assuefazione facendo scambiare realtà e fantasia. Da quando la moderna guerra si combatte senza il consenso democratico, ma con la manipolazione e l’addomesticamento della pubblica opinione, l’educazione alla pace è diventata più ardua per tutti gli educatori.
Senza disporre delle immense risorse economiche dei cantori del confitto permanente, a 40 anni dalla “Pacem in terris” e dal Concilio, l’anziano papa Wojtyła ha rilanciato come un leone il primato della pace quale testimonianza cruciale di vita cristiana. Ma quanti come genitori, insegnanti, professionisti, lavoratori o pensionati pensano di tramandare ai propri ragazzi lo spirito di pace soffiato da Cristo ai suoi discepoli dopo la risurrezione, si trovano ad andare controcorrente. Sulla pace si misura tuttavia la loro voglia preventiva di far vivere tutti, rispetto alla voglia di siglare una lista preventiva per la morte.