VIAGGI
di Giancarlo Manieri
L’attenzione su una grande opera sociale a Chennai/Madras, quella del padre Mantovani.
Un’opera gigantesca a Chennai/Madras, un vero villaggio con strutture complesse e diversificate: asilo, scuola, ospedale, casa per anziani, lebbrosario… Vi convergono aiuti soprattutto dall’Italia. Vive grazie alla carità dei buoni.
Un ingorgo da girone infernale ha costretto la jeep a posteggiare prima che
giungessimo a destinazione. Abbiamo raggiunto a piedi l’opera voluta e iniziata
dal padre Orfeo Mantovani nel quartiere di Vyasarpadi (campo che porta oltre).
I guidatori indiani, ciclisti compresi, devono avere dei nervi d’acciaio per
resistere alla nevrosi da traffico. Ci ha accolti una grande statua del Cristo
risorto che dominava dall’alto tutto il complesso; buon segno, ho pensato, è il Guardiano
migliore! Appena entrati, ecco un immenso piazzale recintato. Nulla di
straordinario se non fosse stato che la recinzione non era una cancellata, o un
muro, o una rete ma una serie di grandi edifici che chiudevano lo spazio
tutt’intorno!
“In breve, chi era e come era questo padre Mantovani?” La domanda l’ho rivolta a uno degli accompagnatori che ci pensò un poco… La pausa mi offrì l’opportunità per tentare una valutazione a occhio e croce. Dissi: “A prima vista doveva essere un uomo straordinario, o un gran furbone, o un gran santo!”. Fu forse quest’ultimo vocabolo che fece scattare la risposta: “Vivere lassù – indicò il cielo – con i santi che abbiamo, questa è la vita eterna; vivere quaggiù con i santi che ci stanno alle costole tutti i giorni, questa è tutt’altra storia!”. “Ho capito”, replicai ridendo. Il padre Orfeo, in effetti, non lasciava in pace nessuno: superiori, confratelli, benefattori, autorità, amici e perfino i suoi ospiti! Questo suo traboccante dinamismo gli ha permesso in poco tempo di realizzare cose incredibili. Aveva sempre fretta, quasi presentisse che avrebbe dovuto lasciare presto questo mondo. La morte, infatti, lo colse prematuramente a soli 56 anni di età. Aveva fretta anche per un secondo motivo: si rendeva conto, notando attorno a sé le inimmaginabili urgenze delle persone, che la morte non coltiva sentimenti di pietà: chi non ha pane per la sua fame, la morte non lo tiene in vita più di quel che gli tocca; chi ha bisogno di medicine per le sue piaghe, la morte non è solita aspettare che arrivino… Lui, che non soffriva di veder soffrire e morire i suoi poveri, non si diede e non diede pace finché non poté realizzare il grande complesso dell’istituto salesiano, che assomiglia più a un villaggio che a un istituto, tante sono le persone e i servizi che vi si trovano: l’asilo, la scuola elementare, la scuola media e superiore, il doposcuola, i laboratori per handicappati, l’opera per minorati, il pronto soccorso, l’ospedale, la casa per anziani… Si fa prima a dire quello che non c’è! “Mi scusi, padre, ma come va avanti un complesso del genere?”. “Ma… lei non crede alla Provvidenza?”. Avvampai di vergogna, e ammutolii: non c’era altro da fare!
Al Don Bosco Beatitudes di Vyasarpadi saprebbero raccontarti sconcertanti storie di ordinaria miseria quando non di ordinaria follia… unite ad altre di straordinaria carità. La visita ai vari plessi mi ha riservato non poche sorprese, cui peraltro l’India salesiana mi aveva abituato: i soliti piccoli inconvenienti e le grandi realizzazioni. Qualcuno mi ha chiesto subito, chissà perché, di esplicitargli qualche “piccolo inconveniente”. Gli ho descritto il passeggio nervoso sul soffitto di alcune stanze di qualche grosso geco… “Madonna, che schifo!…”.”Calma! Quella specie di piatto lucertolone è un inconveniente provvidenziale!”. “?”. “I gechi sono sempre pronti, bontà loro, a fare strage di zanzare. Ti par poco?”. In uno dei padiglioni ho trovato quasi duecento ragazzi/e, perfettamente sani, figli di genitori torturati dalla lebbra. Lì ricevevano un’istruzione, frequentavano la scuola e/o imparavano un mestiere. Altre centinaia erano stipati nell’asilo; più di tremila costituivano il panorama della scuola, figli delle bidonville di Chennai/Madras. Il Don Bosco Beatitudes costituisce la loro unica speranza di futuro.
Nel reparto anziani, ho trovato un’ottantina di ospiti in un ambiente semplice, e povero, ma lindo e ben tenuto: un po’ di dignità per gente che poche volte nella vita ha potuto respirare dignità; corpi a volte sfatti dalla vecchiezza e dalle fatiche, ma occhi vivi e riconoscenti. È stato il luogo dove ho ricevuto più inchini. Il saluto indiano è sommamente dignitoso: le mani giunte davanti alla faccia con gli indici quasi a sfiorare la fronte, un leggero inchino e una parola, una sola, di saluto, come il nostro ciao, o benvenuto. Quel che mi pareva di sentire era un gorgoglio che poteva assomigliare a Uanakkam, ma non ci giuro, non so nulla della lingua tamil, né ho chiesto spiegazioni, perché la cosa mi pareva evidente, e chiedere che cosa significhi l’evidente è fare la figura del cretino. Ricordo che qualsiasi persona abbia anche solo guardato, ho ricevuto in risposta l’inchino indiano e il mormorio del saluto.
Poi i laboratori: quello di cucito e ricamo, quelli di informatica, di meccanica, di dattilografia, di falegnameria… Ho avuto l’impressione di trovarmi in un villaggio: “E’ una cittadella cristiana…”, dissi al padre Tarcisius che mi accompagnava. “Un po’ sì e un po’ no, rispose, nel senso che la cittadella è stata costruita con l’aiuto generoso di cristiani, soprattutto italiani, ma la popolazione che l’abita è la più diversa come religione e condizione sociale: induisti, musulmani, buddisti, cristiani… c’è di tutto. Il denominatore comune è…”, fece una pausa, il padre Tarcisius, poi concluse calcando un po’ il tono: “l’indigenza”. Un dubbio mi aveva accompagnato ovunque, nel mio viaggio attraverso le case salesiane dell’India. Glielo espressi: “Senti, padre, mi viene spesso alla mente che voi missionari siate più degli operatori socio/culturali che non degli evangelizzatori!”. Immediata la risposta: “Voler fare unicamente i diffusori di una dottrina, qui serve a poco, anzi a nulla. Con la dottrina non si prende una mosca. La carità, solo quella piega i cuori: Nessuno ha amore più grande di chi dà la vita… Io sto in mezzo a voi come colui che serve!”. Risposta breve e convincente.
Per saperne di più: beatitudes@vsnl.net