GUERRA MONDIALE

di Graziella Curti

UNA STORIA NASCOSTASuor Grazia Loparco con E. Pacifici, A. Portelli e don G. Rocca

C’è una storia che deve essere ancora raccontata: quella dell’accoglienza degli ebrei nelle case religiose tra l’autunno 1943 e il 1944 a Roma.
Negli anni bui del razzismo nazifascista si è sviluppata una rete di solidarietà per salvare dalla morte tanti ricercati.
Grazia Loparco, FMA, è riuscita a ricuperare testimonianze inedite di grande valore umano e storico.

A Roma, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, non tutti gli ebrei avevano avuto la prontezza di comprendere la gravità della situazione. Si fidavano della presenza del Papa che da sola avrebbe dovuto scongiurare atti violenti. Inoltre, la consegna dei 50 chili d’oro richiesti da Kappler sembrava la promessa d’incolumità personale. Solo alcune famiglie lasciarono le loro case e predisposero una sistemazione di beni e persone, ma la maggioranza arrivò praticamente impreparata al tragico rastrellamento del ghetto la mattina del 16 ottobre. Nel giro di qualche giorno, 1023 ebrei furono deportati nei campi di sterminio. Ne tornarono solo 15, una donna e 14 uomini, su un totale di 2091 deportati da Roma. Fu proprio in quel tempo che si attivarono reti di solidarietà nelle famiglie e nelle istituzioni cattoliche, benché si sapesse che si rischiava la vita. Oltre 4 mila per molti mesi furono ospitati nelle case religiose, e un certo numero nelle parrocchie. La Civiltà Cattolica indica che si trattò di 100 case di religiose, di 45 istituti maschili e 10 parrocchie. Indagini più recenti, condotte su materiale di prima mano, rilevano numeri maggiori. È comunque documentato che all’interno dei conventi si attivò un’organizzazione intelligente, una serie di stratagemmi messi in opera in caso di irruzione nazifascista. Tocchi convenzionali di campanelli; travestimenti da suore di donne ebree che venivano introdotte nelle celle e anche nello stesso letto delle suore per ingannare il nemico. Furono usate frasi in codice tra suore e ospiti per avvertire del pericolo. Frasi convenzionali costituivano il messaggio telefonico che segnalava le retate imminenti. Addirittura, durante un periodo di persistenti ispezioni, gli ospiti potevano assumere gli atteggiamenti di minorati mentali. Grazia Loparco, FMA, autrice della ricerca che ha arricchito di preziose tessere il mosaico ancora incompiuto di quegli anni, afferma: «Il clima di emergenza, le alte possibilità di rischio condiviso trasformarono così persone sconosciute, e appartenenti a religioni che tendevano a considerarsi esclusive, in persone solidali e capaci di rapidissimi segnali d’intesa, dalla cui efficacia comunicativa poteva dipendere il comune destino».

Ricercare insieme

Tra i relatori del Seminario, del 24 settembre 2003, organizzato dal CSR (Coordinamento Storici Religiosi), in cui è confluita la ricerca, un testimone ebreo, Emanuele Pacifici, fedele custode di queste memorie, all’epoca ragazzo dodicenne, racconta la sua odissea: genitori morti ad Auschwitz, lui e il fratello salvati in un convento di suore. «Io ho chiamato mamma – dice – fino alla sua morte la suora che mi è stata più vicina in quei giorni tremendi». Preso dalla commozione, chiede a suor Grazia di leggere l’ultima cartolina gettata da sua madre dal treno della morte e le preghiere scritte da suo padre Riccardo, all’epoca rabbino di Genova. La sua vita è ormai quasi tutta orientata a salvare la memoria della Shoa, che in questi ultimi tempi qualcuno vorrebbe dimenticare o cancellare. E proprio per non perdere testimonianze orali preziose di protagonisti dei fatti è stata condotta la ricerca dal CSR che in questa occasione ha ottenuto la piena approvazione degli ebrei. Non solo, ma la responsabile del CDEC (Centro Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano) Liliana Picciotto Fargion, presente al Seminario, ha dichiarato di voler continuare insieme con i religiosi e le religiose la ricerca storica. A conclusione del seminario, dopo l’ascolto di esperienze significative di Francescane Missionarie di Maria, Opera don Orione, Figlie del Sacro Cuore, Adoratrici del Sangue di Cristo, il Presidente del CSR don Giancarlo Rocca, SSP, insieme con gli altri componenti del consiglio, ha individuato alcune piste di ricerca per far emergere altre testimonianze dalle comunità religiose che ospitarono ebrei tra il 1943/44.

È stato pure reso noto che il titolo di Giusto tra le nazioni, creato dal parlamento israeliano nel 1953 per ricordare coloro che hanno salvato la vita a uno o a più ebrei, è stato attribuito anche a una ventina di religiosi/e. Nel viale di Gerusalemme che porta al memoriale della Shoa, i nomi dei Giusti sono elencati sul muro dell’onore e per ognuno di loro è stato piantato un albero. Ma ci sarebbe una foresta se si dovessero ricordare i religiosi/e che nelle retrovie delle comunità hanno dato il loro contributo per la salvezza dei fratelli e delle sorelle ebrei.

Raccontare la vita

«A chi fa ricerca attraverso testimonianze orali occorre l’arte dell’ascolto - sottolinea il prof. Portelli, dell’Università La Sapienza di Roma. E suor Grazia ha messo a disposizione ore e ore di ascolto paziente per realizzare il suo contributo. Non è stato facile far raccontare a religiose e religiosi imprese in cui erano stati protagonisti, ma che ritenevano normali. Salvare la vita di chi si trovava in pericolo era per loro doveroso, anche a costo di rischi e paure. Dopo le prime incertezze e ripetuti dinieghi ecco snodarsi una serie di testimonianze commoventi e anche segno di grande creatività. Ad esempio, in caso di necessità le ebree rifugiate presso le suore Medee avrebbero nascosto l’accesso al solaio attiguo a una specie di lungo dormitorio con un grande armadio. Le suore Gianelline nascosero circa 150 ebrei con l’appoggio di don Alberione. Gli uomini avevano scavato delle buche a modo di tombe nei fondi della scuola dove c’era terra battuta. Nei momenti di pericolo, le donne li coprivano di foglie. Le Maestre Pie Filippini arrivarono a chiedere e ottenere un camion di riso dai tedeschi. Le tessere annonarie risultavano insufficienti. Le Figlie di Maria Ausiliatrice di via Dalmazia soffrirono forti restrizioni di cibo per condividerlo con gli ospiti, mentre alcune di loro andarono alla questua tra benefattori e amici generosi per aiutare gli ebrei. Il molto che fecero i salesiani è documentato in una ricerca di don Francesco Motto. È, comunque, impossibile elencare gli episodi di accoglienza dei religiosi/e e soprattutto prevedere quelle testimonianze che ancora mancano all’appello. L’impegno di questa ricerca è soprattutto stato visto all’interno di quello più ampio della documentazione storica a cui molte congregazioni si stanno aprendo e che costituisce il tesoro della memoria a cui non si può rinunciare. Perché solo sulla base di un passato conosciuto e integrato si può costruire il futuro.